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> 8 maggio 2002

La guerra non è più una festa*

Arafat assediato. Le vittime dei, delle kamikaze. Code sulle autostrade. Incidenti stradali. L’eroismo rassegnato dei turisti che affollano Firenze e Venezia, città a rischio di attentati. Immagini dai tg di questi giorni di Pasqua: la guerra e la festa come dimensioni compenetrate. Una compenetrazione parossistica – esaltata dalla simultaneità mediatica - del dolore e del piacere, dell’angoscia e del desiderio di evasione e di pace, sullo sfondo sacro della celebrazione dei grandi miti fondativi di tre religioni.
Roger Caillois, il discepolo di Marcel Mauss e il fondatore, con Bataille, Leiris e Klossowsky del Collège de Sociologie, si chiedeva nel 1939 che cosa sostituiva nelle società moderne il rito arcaico della festa come “parossismo della società, che essa purifica e insieme rinnova”. Non tanto la consuetudine della vacanze: tempo, certo, di “dispendio”, ma di un dispendio debole di senso, appunto, “vuoto” e mancante di quell’esuberanza comunitaria e orgiastica tipica della festa nelle società arcaiche, classiche e anche nel medioevo.
L’antica alternativa della festa e del lavoro – si risponde Caillois – viene forse rimpiazzata da quella tra la pace e la guerra. Bollati Boringhieri ha da poco ripubblicato “L’uomo e il sacro”, con in appendice i tre saggi aggiunti da Caillois nella seconda edizione, del 1949: “Sesso e sacro”, “Gioco e sacro”, “Guerra e sacro”. Quest’ultimo sviluppa l’intuizione del ’39 : “Mostruoso rimescolio delle società e punto culminante della loro esistenza – vi si legge tra l’altro – tempo del sacrificio, ma anche della rottura di ogni regola, del rischio mortale ma santificante, dell’abnegazione e della licenza, la guerra ha tutti i titoli per occupare il posto della festa nel mondo moderno e per suscitare la stessa fascinazione e il medesimo fervore. E’ inumana, e ciò basta perché si possa considerarla divina”.
In queste parole, però, riconosciamo un’immagine di guerra che ci parla più dei volontari entusiasti in tutta l’Europa del 1914, o delle masse fanatizzate del nazifascismo negli anni ’30. Oggi la mistica sacra del martirio dei terroristi suicidi sembra un fenomeno minoritario, per quanto tragicamente potente. Si può cercare di capirne l’origine nella diperazione materiale e ancor più – come direbbero le femministe della Libreria delle donne di Milano – nell’”inesistenza simbolica” di interi popoli del mondo (vedi il numero 58/59 di Via Dogana, “Fanno le guerre e non sanno confliggere”).
D’altra parte l’Occidente ricco e tecnologicamente avanzato fa la guerra con l’opzione “zero morti”, tra i propri soldati. Le carneficine attuali della guerra, insomma, appaiono anch’esse “dispendi” deboli di senso. Tanto da far sentenziare a Jean Baudrillard che la guerra americana e occidentale in Afghanistan, reazione all’attacco alle Twin Towers, appare, parafrasando Clausewitz, una “guerra come prosecuzione dell’assenza di politica con altri mezzi”. Nel suo saggio sul terrorismo (pubblicato sia dall’editore Cortina, sia, insieme a altri testi, nel volumetto di Derive/Approdi “La guerra dei mondi. Scenari d’Occidente dopo le Twin Towers”) Baudrillard esalta invece la valenza simbolica e spettacolare dell’azione terroristica contro l’America, anche perché, sostiene provocatoriamente, l’odio per una superpotenza mondiale assoluta come gli Usa, cova più o meno consapevolmente in molti di noi.
Ma alcuni saggi contenuti proprio in questo libro, soprattutto di autori americani, consigliano prudenza nell’abbandonare il classico pensiero clausewitziano, che vede sempre una qualche razionalità politica dietro l’uso della violenza bellica. Persino l’attacco a Washington e New York, di matrice saudita, avrebbe avuto nei tempi e negli obiettivi, secondo George Coffentzis, il segno di una reazione disperata a un fatto preciso: la recente scelta del regime saudita di liberalizzare per la prima volta anche lo sfruttamento delle risorse petrolifere, aprendo al capitale straniero, e tagliando così una delle fonti della reazione nazionalista di settori della borghesia araba che alimenta anche il terrorismo.
D’altra parte non è detto che non ci sia del “senno” nella “folle” reazione occidentale, con i bombardamenti a tappeto che hanno abbattuto in poco tempo il regime talebano, ma non hanno ancora avuto ragione di Bin Laden. Paradossalmente una “teoria” moderna della “guerra senza limiti” si ritrova nel pensiero di due colonnelli cinesi, che alla fine degli anni ’90, hanno osservato che le strategie militari classiche non possono avere ragione di nemici come Bin Laden, o come George Soros, secondo loro responsabile delle catastrofiche “guerre finanziarie” in Asia, o come gli agguerriti “pirati informatici” che conducono centinaia di migliaia di “assalti” alle reti che innervano ormai il funzionamento delle nazioni sviluppate. Nel testo di Qiao Liang e Wang Xiangsui (“Guerra senza limiti”) c’è l’impressionante presagio di attacchi devastanti con “armi improprie” (saranno poi gli aerei civili dirottati sulle città americane). Quel libro è stato considerato dalla Cia un pericoloso manuale al servizio dei nemici degli Usa. Oggi potrebbe essere una paurosa base mentale per combattere il terrorismo mutuandone la predisposizione a infrangere ogni “limite” , etico, strategico, politico. E’ quello che già in parte vediamo nelle immagini dei tg, e che ci fa temere una catastrofe in cui non si intravvede alcuna possibile funzione di “festa” rigeneratrice.

Alberto Leiss

*
(articolo pubblicato su "L'Unità)






> da leggere

Roger Caillois
"L’uomo e il sacro"
Bollati Boringhieri pp.191. Euro 24,79

Aa.vv.
"La guerra dei mondi. Scenari d'Occidente dopo le Twin Towers"
Derive/Approdi
pp.224. Euro 10,50

Q
iao Liang e Wang Xiangsui
"Guerra senza limiti"
Libreria Editrice goriziana
pp. 198. Euro 14,56

Via Dogana
numero 58/59 Libreria delle Donne, Milano
Euro 16
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