anima / corpo
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benessere malessere, la scienza, lo spirito, la vita
10 febbraio 2003
Le imbarazzanti verità del nudo
750 donne si spogliano per disegnare un cuore e uno slogan – no alla guerra – su una collina
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8 febbraio 2003
Bioetica: il travaglio della politica
Cattolici e musulmani, credenti e non credenti, ebrei e protestanti, donne e uomini
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12 gennaio 2003
Il valore del seme perduto
“Per fare un tavolo ci vuole il legno/ per fare il legno ci vuole l’albero/ per fare l’albero ci vuole il seme“
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18 dicembre 2002
Mi sento centenaria. Evviva
Quanto è simpatica l’ottuagenaria spot, l’arzilla vecchietta
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17 dicembre 2002
Sul papa e il silenzio di Dio
Perché non riesco a prenderlo sul serio ? Perché questa volta non mi impressiona più che tanto
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7 dicembre 2002
Siamo stanchi dell'aids (noi gay)
Siamo stanchi dell’Aids. Sono quasi vent’anni che se ne parla, quasi vent’anni che prudentemente indossiamo sterili preservativi
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> 18 febbraio 2003

Oscurantisti, giù le mani da Dolly

Dolly è morta. Aveva sette anni. E' stata soppressa perché "soffriva troppo", dicono i medici che hanno praticato quest'eutanasia.
Dolly ha avuto un destino diverso, affatto diverso, dalle sue sorelle pecore che, ogni giorno, nascono, partoriscono, muoiono, mangiano, vengono mangiate nel più assoluto anonimato. Alla lettera: la maggior parte delle pecore non ha nemmeno un nome.
Dolly, invece, è stata famosa. Una diva. Fotografata, seguita, discussa, ammirata. Perché Dolly era un clone. Era nata, infatti, per trasferimento nucleare di cellula. Per questo, è stata sempre sotto i riflettori. Felice? Chissà? Certo, la sua scena era illuminata, con i pro e i contro di queste circostanze.
La morte di Dolly ha riaperto - ma in verità non si era, non si è mai chiuso: come potrebbe? - il dibattito sulla clonazione. Ci si è interrogati e ci si interroga, dopo questo "fallimento" (ma non è certo che di fallimento si possa trattare), sull'efficacia di una tecnica che, a quanto pare, tutto è fuorché perfezionata, "sicura". E c'è persino chi coglie l'occasione per mettere in guardia sulla fecondazione umana in vitro, come se quella tecnica, invece, non fosse consolidata.
Giustamente, chi crede nel progresso scientifico e conosce i vantaggi che possono derivare e derivano dagli studi sulla clonazione teme che la morte di Dolly dia fiato all'oscurantismo antiscientifico sempre in agguato. La piccola sofferenza della piccola pecora, confrontata con quei vantaggi, può apparire poca cosa. Del resto, si sa che la clonazione, anche quella riproduttiva, se riferita agli animali, suscita meno allarme morale. Eppure, restando in ambito morale, viene da chiedersi, ancora, di nuovo, con la bioetica animalista: perché mai la creazione di un essere senziente - capace, dunque, di sofferenza, tanto da richiedere un intervento di eutanasia - dovrebbe fare meno problema morale che la sperimentazione e la creazione di cellule embrionali umane non senzienti, non sottoposte, dunque, al rischio di sofferenza? E' un modo per dire che la morale non è una, quando si parla di bioetica. E' un modo per ricordare la pecora Dolly. In carne e ossa. Ossa, a quanto pare, troppo sofferenti per consentirle di vivere.

Franca Chiaromonte







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