anima / corpo
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benessere malessere, la scienza, lo spirito, la vita
7 luglio 2003
L'omosessualità nel tempo della democrazia globale
Berlino e, una settimana dopo, Roma. Due manifestazioni (diverse, certo, quanto ai numeri :seicentomila la prima e ventimila la seconda) di orgoglio gay. Per ricordare altri tempi, altre imprese. Le imprese (e gli scontri con la polizia di New York) a Christopher Street
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3 giugno 2003
Il Dio delle donne
Sul libro di Luisa Muraro che si trascina dietro il linguaggio materno, l'intelligenza dell'amore e la differenza ragionano Franca Chiaromonte e Rosetta Stella
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10 maggio 2003

La prima porno-femminista?
Si chiamava Lilith e abbandonò l'Eden
All’età di 21 anni, Ovidie ha realizzato più di 40 lungometraggi, è la regista di due film porno e, il 6 maggio 2002, è stato pubblicato, in Francia, il suo primo libro: Porno Manifesto.
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2 maggio 2003
Venite in analisi, vi sentirete normali
" Se continuate a vivere, invecchierete?" "Quando mancate di ossigeno, provate una sensazione di soffocamento?.
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29 marzo 2003
“Nudus“, magazine sessualmente corretto
per libertini raffinati e militanti
Il " retour de l'ordre moral" annunciato dalla sinistra francese alcuni mesi fa ha già trovato la sua controtendenza
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18 febbraio 2003
Oscurantisti, giù le mani da Dolly
Dolly è morta. Aveva sette anni. E' stata soppressa perché "soffriva troppo", dicono i medici
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10 febbraio 2003
Le imbarazzanti verità del nudo
750 donne si spogliano per disegnare un cuore e uno slogan – no alla guerra – su una collina
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8 febbraio 2003
Bioetica: il travaglio della politica
Cattolici e musulmani, credenti e non credenti, ebrei e protestanti, donne e uomini
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12 gennaio 2003
Il valore del seme perduto
“Per fare un tavolo ci vuole il legno/ per fare il legno ci vuole l’albero/ per fare l’albero ci vuole il seme“
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18 dicembre 2002
Mi sento centenaria. Evviva
Quanto è simpatica l’ottuagenaria spot, l’arzilla vecchietta
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17 dicembre 2002
Sul papa e il silenzio di Dio
Perché non riesco a prenderlo sul serio ? Perché questa volta non mi impressiona più che tanto
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7 dicembre 2002
Siamo stanchi dell'aids (noi gay)
Siamo stanchi dell’Aids. Sono quasi vent’anni che se ne parla, quasi vent’anni che prudentemente indossiamo sterili preservativi
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> 31 luglio 2003


Adriano Sofri e le “ Gangs of '68 “

Nonostante siano persone di animo gentile, l’insistenza di Emanuele Macaluso o quella di Alberto Arbasino nel chiedere a Adriano Sofri che si faccia lui stesso promotore della grazia per sé, non mi convince. Così come non convince Stella Sofri e Alessandra Peretti (sul “Foglio“).
La richiesta sa troppo di ritrattazione, rincrescimento, rimozione, conversione, e pentimento. Sentimenti che mescolati nel calderone , finirebbero per nascondere la scelta del detenuto di Pisa di non chiedere la grazia perché accetta “ le conseguenze di una condanna che dipende dalle leggi“ .
Naturalmente, io immagino che per ognuno/ognuna di noi, che ha avuto e ha passione per la politica, questi sentimenti ci siano. Ma sottoporli al sistema giudiziario, portarli nelle aule del tribunale, è altra questione .
Questione che adombra un pericolo : quello di attribuire a Sofri meriti morali per aver affrontato il carcere, mentre gli rimane appiccicato addosso il demerito di aver militato in una determinata parte , nelle “ Gangs of ’68“ .
Non lo si dice apertamente, e forse nemmeno lo si pensa – siamo o no gente di mondo ? – ma insomma, la storia del buono “dopo“ e cattivo “prima“ , rientra nel cliché.
Tuttavia, il cliché non è completamente inventato . E lo dimostra, tra l’altro, la guerra di interpretazioni sugli anni di piombo.
Per Ernesto Galli della Loggia il terrorismo comincia con il ’68 . Che fu “ l’ultima pagina di un radicalismo italiano caratterizzato dall’elitismo dei pochi, dall’agitazione inconsulta dei più, dal ruolo esorbitante degli intellettuali“ (sul “Corriere della Sera“).
Non sarò io a negare che fu, quello, un tempo degli astratti furori. Dell’effervescenza linguistica. Del rifiuto a riconoscere i luoghi istituzionali del potere. Escludendo una naturale evoluzione delle cose, fu il tempo “dell’estremismo, rimedio alla malattia senile del comunismo“ (Daniel Cohn Bendit).
Estremismo e spregiudicatezza, connaturata alla bontà della “causa“. “Causa“ attraente in teoria, come la possibilità di un viaggio Roma-Londra per quindici euro. Ma c’era un germe insieme demagogico e violento . Per via di quel germe, la violenza venne montata a neve.
Tuttavia, nel ’68 accadde “ un ambaradam di cose“ (Marco Philopat ) .
Uno/a mica deve infilarsi gli occhiali rosa per dare una valutazione meno semplificata di quella fase .
Ammettiamo pure che “aver fatto il ’68 “ significhi aver sofferto di una epidemia misteriosa. Ammettiamo che malati fossero quanti intrattenevano cattivi rapporti con la realtà. Una volta debellata l’epidemia, questa storia del “Voltiamo pagina“, “Serve la pacificazione“, “Chiudiamo un periodo“ andrebbe motivata, innanzitutto, politicamente. Da quando in qua i periodi storici si aprono e si chiudono come l’orario domenicale di un supermercato ?
Certo, a mettere i punti sulle i, a volerci ragionare seriamente, una riflessione sulla violenza la dovrebbero fare in tanti : quanti si dicevano (e ancora si dicono) comunisti. Il movimento operaio. Quelli che vissero il ’68 come “guerra civile latente“ e che dunque guardarono alla società come fosse divisa a metà tra poliziotti e ribelli ; tra chi vietava e chi affermava che era vietato vietare.
D’altronde, la discussione sulla violenza riprende anche oggi. I “ liberaldemocratici “ come Panebianco non hanno dubbi che si debba fare la guerra ( in Iraq ) per motivi di interesse geopolitico.
E c’è chi (l’esponente diesse Anna Finocchiaro o il ministro dell’interno Beppe Pisanu) insiste a trovare una continuità tra lotta armata degli anni Settanta e l’uccisione di D’Antona o Biagi, rivendicata dal terrorismo.
Ma questa è una sorta di pigrizia storicistica, incapace di spiegare alcunché.
Quanto al ’68, è vero che nel suo vestibolo muscoloso si aggiravano soprattutto maschi. Sì, certo, anche femmine. Solo che, mentre un sesso si occupava prevalentemente con passione di stupidaggini : gelosie, complotti larvati, rincorse al potere, costruzioni di contropotere, armi della critica e critica delle armi, l’altro sesso (mica tutte evidentemente) ci mise poco a capire che lì non si trovava a suo agio. Insisto : il ‘68 segnò più di un cambiamento nelle relazioni tra uomini e donne . I cambiamenti contagiarono quelle stesse menti.
Non la politica, che risultò abbastanza refrattaria al ’68, a parte i tentativi di lettura e rapporto di un Luigi Longo e di un Aldo Moro.
“Oggi, mio signore, la tragedia è la politica“ pare che Napoleone confidasse a Goethe durante un loro incontro. Beh, gli anni, anzi, i secoli sembrano passati invano.
Sofri, secondo me, è uno di quelli che il contagio l’ha vissuto. Lo sta vivendo. Questo mi piace di lui anche se mi capita di trovarmi, a volte, in disaccordo con lui . Chi vuole aiutarlo, proprio perché crede, come io credo, Adriano innocente del reato per il quale sconta una condanna giudiziaria nel carcere di Pisa, dovrebbe sostenere la contradditorietà della sua vicenda. E battersi perché si metta la parola fine alla pena, al carcere. Senza scaricargli addosso gli inevitabili sovrappesi simbolici, morali e politici di un gesto di umanità. .

Letizia Paolozzi




La grazia a Sofri: “chiudere” o “riaprire”
la vicenda del ’68?


Bisognerebbe, come cerca di fare Letizia Paolozzi, discutere del “caso Sofri” oltrepassando gli stereotipi, la retorica, gli strumentalismi delle tante posizioni politiche in campo. Lì per lì, quando il ministro Castelli reagì all’editoriale di Stefano Folli “rilanciando” – se diamo la grazia a Sofri, allora bisogna darla a molti altri e altre, “chiudere” con la stagione della violenza degli anni ’70 – avevo pensato che valesse la pena di cogliere la sostanza “positiva” di quella posizione.
In parte ho ritrovato questo pensiero nell’isolato intervento di Rossana Rossanda, sul “manifesto”: ma sì, prendiamo sul serio le parole di Castelli, andiamo a “vedere” le sue carte… Una richiesta di coraggio anche alla sinistra: se si vuole davvero la grazia per Sofri, allora bisogna mettere nel conto anche la clemenza per Mambro e Fioravanti. Con quel che ne consegue.
Naturalmente quelle carte, semplicemente, non possono essere giocate. Non c’è tavolo, non ci sono i giocatori, non si capisce nemmeno bene quale potrebbe essere il gioco.
Ho cambiato idea. E credo che quello che non funziona è proprio questa tendenza a fare del caso Sofri un simbolo di qualcosa di molto più generale. L’argomento è stato usato a man bassa anche dai sostenitori della sua causa. Galli Della Loggia – intervistato sul n. 30 di “Panorama” – addirittura dice che l’ex leader di Lotta Continua è una “sineddoche” del ’68: la parte per il tutto. E’ vero – come osserva Letizia – che in questo c’è pure un pezzo di verità. Ma un individuo non può essere ridotto a una figura retorica. A questo mi ribello, anche perché mi sembra un modo di tradire la ricerca personale che Sofri ha messo quotidianamente in scena in questi anni. Attraendoci, irritandoci, provocandoci, ma offrendosi comunque come un individuo.
Se, desiderando in modo più o meno razionale la libertà per il detenuto di Pisa, vogliamo anche riconoscerlo, non possiamo farne il simbolo del “cattivo maestro” finalmente redento. Il capro espiatorio che riabilita un’intera “generazione degli anni perduti” – tanto per citare il titolo del recente libro di Aldo Grandi sulla vicenda di Potere Operaio (il cui aspetto più interessante è proprio la ricchezza e le differenze delle testimonianze personali).
Penso che la cosa mi intrighi perché anch’io mi sono formato in quegli anni, anche se non ho militato né in Lotta Continua, né in Potere Operaio. Ho vissuto un forte desiderio di libertà, mi sono riconosciuto in un una dimensione della politica in cui c’era la classe operaia, gli ideali del comunismo e del socialismo, ho incontrato amori difficili, ho visto con orrore accanto a me, e forse per un momento dentro di me, quel “germe demagogico e violento” che ha generato una stagione di delitti politici.
Ma non posso sopportare i miei coetanei che oggi parlano a nome “di una generazione”. Quella generazione era fatta – è fatta, in molti siamo ancora vivi - da individui e individue, e proprio perché penso che il grande mutamento aperto dal ’68 – al di là delle ideologie più o meno colletivistiche che andavano per la maggiore – sia stato un diverso vissuto individuale, se oggi c’è qualcosa che deve essere ancora elaborato, ciò deve avvenire in questa matrice personale. Partendo da sé, come ci dicevano già allora le nostre amiche-nemiche e compagne femministe.
Ecco la mia modesta proposta: pensare una cosa concettualmente estrema (giuridicamente, simbolicamente) come una “grazia”, che può cambiare radicalmente la vita di un’altra persona, prendiamola come occasione per riflessioni, confessioni, rivendicazioni, a titolo strettamente personale.
Il ’68 è stato veramente un “ambaradam” di cose. C’erano i partiti e i gruppi, i sindacati, Praga e il Vietnam, il femminsimo, la musica, gli spinelli. Culture molto diverse che si intrecciavano, confliggevano. Lotta Continua non era certo Potere Operaio. Gli studenti non erano poliziotti, e non erano operai. Il Pci non era la Dc. Eppure quel moto attraversò e scosse tutto, o quasi. Non vorrei “chiudere” con la memoria di un periodo, ridotto alla unica dimensione della violenza, che ci fu, e va tuttora elaborata, anche perché resta un destino tragico e sempre attuale della politica, persino la più “democratica”. Del ‘68 vorrei invece che riaprissimo il ricordo. Con Sofri e oltre Sofri. Ciascuno/a a suo modo.
P.S. Ho scritto questo appunto prima delle parole pubbliche pronunciate a Bologna, nell’anniversario della strage della stazione. C’è la conferma che – per tanti motivi – quel gioco delle grazie e amnistie collettive, per “chiudere” e “pacificare”, non si può giocare. Sul “Corriere della sera” del 4 agosto, due testi meriterebbero altre considerazioni: un editoriale di Magris e un’intervista a Fioravanti. Le parole di quest’ultimo mi sembrano le più interessanti. Al fine di ritrovare, ricostruire, un senso alle parole “giustizia” e “politica”, che negli ultimi decenni è stato come travolto.

Alberto Leiss






> da consultare
“Il Foglio“ del 24 luglio 2003

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> e ancora
“Il Corriere della Sera“ del 21 luglio 2003

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> da leggere
Marco Philopat “La Banda Bellini“ edizioni Shake 2002, pagine 191

> intervento
Grazia a Sofri: "chiudere" o "riaprire"
il '68?
di Alberto Leiss

> da consultare
Editoriale di Rossana Rossanda sul "manifesto" del 20 luglio 2003. Editoriale di Claudio Magris e intervista a Valerio Fioravanti sul "Corriere della sera" del 4 agosto 2003.

> da leggere
"La generazione degli anni perduti".Storie di Potere Operaio. Di Aldo Grandi, Einaudi, pagg.356, euro 15,50