anima / corpo
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benessere malessere, la scienza, lo spirito, la vita
3 novembre 2003
E a me non piace il duetto Mussolini - Turco
La vicenda delle coppie di fatto ha del ridicolo. Il movimento gay ha – spesso con toni molto intimiditi – fatto osservare che
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17 ottobre 2003
Dove duole la scarpa dello scienziato
Welfare e biotecnologie per soli uomini
Le mail hanno il vantaggio - che tutte e tutti conosciamo - della velocità. Ma sono segnate, anche, dal difetto di arrivare ai nostri indirizzi in un numero infinito.

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8 ottobre 2003
Non torna Lassie. E' agli arresti domiciliari
"E' pericoloso?" "Eh sì, è nell'elenco delle razze". "Che cretino!" Capita spesso di sentire discorsi simili

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17 settembre 2003
Non mettete anche gli anziani in scatola
Quando, in pieno ferragosto, i vecchi escono dall’ombra e dalle analisi degli specialisti, devono “ringraziare“ quel decesso collettivo che in Francia si trasforma in una vera ecatombe.
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24 agosto 2003
Ordine morale contro libertà sessuale a Parigi
Mentre l’estetica e il linguaggio della quotidianità hanno fatto del sesso un ingrediente primario dell’identità parigina alla moda
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31 luglio 2003
Adriano Sofri e le “ Gangs of '68 “
Nonostante siano persone di animo gentile, l’insistenza di Emanuele Macaluso o quella di Alberto Arbasino nel chiedere a Adriano Sofri che si faccia lui stesso promotore della grazia per sé, non mi convince.
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7 luglio 2003
L'omosessualità nel tempo della democrazia globale
Berlino e, una settimana dopo, Roma. Due manifestazioni (diverse, certo, quanto ai numeri :seicentomila la prima e ventimila la seconda) di orgoglio gay. Per ricordare altri tempi, altre imprese. Le imprese (e gli scontri con la polizia di New York) a Christopher Street
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3 giugno 2003
Il Dio delle donne
Sul libro di Luisa Muraro che si trascina dietro il linguaggio materno, l'intelligenza dell'amore e la differenza ragionano Franca Chiaromonte e Rosetta Stella
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10 maggio 2003

La prima porno-femminista?
Si chiamava Lilith e abbandonò l'Eden
All’età di 21 anni, Ovidie ha realizzato più di 40 lungometraggi, è la regista di due film porno e, il 6 maggio 2002, è stato pubblicato, in Francia, il suo primo libro: Porno Manifesto.
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2 maggio 2003
Venite in analisi, vi sentirete normali
" Se continuate a vivere, invecchierete?" "Quando mancate di ossigeno, provate una sensazione di soffocamento?.
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29 marzo 2003
“Nudus“, magazine sessualmente corretto
per libertini raffinati e militanti
Il " retour de l'ordre moral" annunciato dalla sinistra francese alcuni mesi fa ha già trovato la sua controtendenza
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18 febbraio 2003
Oscurantisti, giù le mani da Dolly
Dolly è morta. Aveva sette anni. E' stata soppressa perché "soffriva troppo", dicono i medici
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10 febbraio 2003
Le imbarazzanti verità del nudo
750 donne si spogliano per disegnare un cuore e uno slogan – no alla guerra – su una collina
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8 febbraio 2003
Bioetica: il travaglio della politica
Cattolici e musulmani, credenti e non credenti, ebrei e protestanti, donne e uomini
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12 gennaio 2003
Il valore del seme perduto
“Per fare un tavolo ci vuole il legno/ per fare il legno ci vuole l’albero/ per fare l’albero ci vuole il seme“
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18 dicembre 2002
Mi sento centenaria. Evviva
Quanto è simpatica l’ottuagenaria spot, l’arzilla vecchietta
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17 dicembre 2002
Sul papa e il silenzio di Dio
Perché non riesco a prenderlo sul serio ? Perché questa volta non mi impressiona più che tanto
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7 dicembre 2002
Siamo stanchi dell'aids (noi gay)
Siamo stanchi dell’Aids. Sono quasi vent’anni che se ne parla, quasi vent’anni che prudentemente indossiamo sterili preservativi
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> 25 gennaio 2004


La via stretta del referendum

(articolo uscito il 22 gennaio 2004 sul Manifesto)

Le norme in materia di procreazione medicalmente assistita stanno ormai per diventare legge. E' infatti prevedibile che l'iter parlamentare giungerà presto a compimento con l'approvazione della disposizione mancante, di copertura finanziaria. Chi ha valutato il contenuto della legge come mostruoso, immorale e inaccettabile per tutti, donne e uomini, si sta già ponendo il problema di come affrontare l'entrata in vigore della legge. Si spazia dall'organizzazione di una grande manifestazione nazionale alle indicazioni pratiche degli addetti ai lavori: quella ovvia e selettiva dell'invito al turismo procreativo o quella concreta di infortuni «accidentali» agli embrioni soprannumerari per evitarne il reimpianto coattivo o il problema del riutilizzo. Ma resta il problema di come rimuovere la legge e le sue inique disposizioni. Da più parti è avanzata la soluzione di promuovere un referendum abrogativo. Su tale possibile percorso avanziamo fortissime perplessità perché temiamo che difficilmente si riesca a coinvolgere il numero di elettrici/elettori sufficiente a garantire il raggiungimento del quorum necessario.

La memoria ci indica innanzitutto che, rispetto alle due storiche vittorie dei No su divorzio e aborto, questo referendum abrogativo si collocherebbe in un percorso ben diverso e quasi opposto. Infatti la mediazione politica e parlamentare che aveva prodotto le leggi introduttive del divorzio nel 1970 e dell'interruzione volontaria di gravidanza nel `78 erano state possibili in forza di una crescita e maturazione dei valori condivisi nel paese.

In entrambi i casi il parlamento aveva dovuto prendere atto di un sentire diffuso, che aveva registrato a livello di produzione legislativa. Pertanto il dato normativo era percepito dai più come una conquista e un allineamento doveroso ai livelli di altri paesi e ordinamenti giuridici. Allora l'iniziativa di referendum abrogativo era stata promossa da forze conservatrici animate dall'intento di ribaltare una sconfitta parlamentare. Gli elettori referendari venivano cioè chiamati a confermare la volontà legislativa parlamentare esprimendo un no all'abrogazione.

Ora invece le cittadine e i cittadini sarebbero chiamati dalle forze progressiste che hanno a cuore la libertà a esprimere un sì all'abrograzione di una legge, certo indecente, ma pur sempre appena voluta dalla maggioranza parlamentare e governativa. E' una bella differenza rispetto ad allora. Inoltre, purtroppo, come le votazioni e i numeri in parlamento hanno già dimostrato, la legge è stata voluta anche e non solo dalla maggioranza.

E' ben vero che anche all'interno della attuale maggioranza vi sono aperti conflitti, come del resto spesso accade quando si verte del corpo femminile e si vuole legiferare in merito. Del resto, non dobbiamo dimenticarlo, furono proprio alcune parlamentari di sinistra ad assumere l'iniziativa di promuovere, insensatamente, l'intervento legislativo dello Stato in materia.

Questa complessa e intrecciata articolazione evidenzia come sia arduo auspicare partecipazione collettiva a favore della libertà.

E' vero che la questione della procreazione assistita statisticamente riguarda un arco di donne e uomini più vasto di quello che effettivamente ricorre alla pratica. Ma è anche certo che la compromissione delle libertà causata dalla legge sulla Pma si presenta come percepibile in modo meno drammatico, diretto e immediato che per divorzio e aborto: tenersi un figlio non voluto e non poter recidere una relazione intollerabile è diverso che non poter avere un figlio biologico.

Ce n'è sufficienza per ponderare attentamente la strategia e preferire, in prima battuta, di percorrere un'altra via: quella di ricorrere alla Corte Costituzionale, scegliendo dei casi per promuovere azioni giudiziarie al fine di eccepire l'incostituzionalità delle singole disposizioni discriminatrici e lesive (vedi documento associazione GIUdIT - Giuriste d'Italia: www.giudit.it).

E tenere il referendum come possibilità. Lo diciamo ora sapendo che, nel caso, non ci sottrarremmo certo all'impegno della battaglia. Ma abbiamo anche chiaro che, ora, subito, pretendiamo di essere partecipi della decisione strategica sui percorsi da praticare, e non subire passivamente scelte altrui.

Milli Virgilio






Ecco cosa abrogheremmo della legge
sulla fecondazione assistita


Una proposta comma per comma di Cinzia Caporale
pubblicata sul Riformista del 13 dicembre 2003

Cento anni fa Max Weber sosteneva che nella società moderna il mondo dei valori corrispondeva a un regno politeista. Tale predizione trova conferma oggi nella pluralità strutturale e ineliminabile delle posizioni bioetiche. Prudenza e lungimiranza (bio)politiche avrebbero dovuto suggerire al Legislatore di non imporre una morale unilaterale ma soltanto di garantire che individui con opinioni diverse potessero esercitare opzioni diverse. Quello che segue è un esercizio di ragionevolezza, ovvero il tentativo di migliorare la normativa attraverso la via – auspicabile – di un referendum abrogativo che si limiti a intervenire su alcuni punti significativi. Anche se la tentazione di cestinare l’intero impianto è forte.
Mantenendo la coerenza del testo, in pratica si tratta di ripristinare: la fecondazione eterologa, la creazione in vitro di un numero non limitato di embrioni, la crioconservazione degli embrioni sovrannumerari, la selezione degli embrioni dopo diagnosi pre-impianto, la ‘clonazione’ a fini terapeutici. Inoltre, di eliminare: il riferimento all’embrione umano come soggetto giuridico, la necessità della condizione di sterilità per il ricorso alle tecniche, la settimana di attesa tra la richiesta e l’applicazione delle tecniche. Di apportare infine una generale depenalizzazione relativamente alle sanzioni.
Abrogare limitatamente alle parole:

Art.1, comma 1: [, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito]
La frase non aggiunge nulla di sostanziale alle garanzie e tutele contenute nella legge, tuttavia nasconde l’insidia di equiparare il concepito agli altri soggetti giuridici coinvolti. Apparentemente innocua, apre quindi la strada a una revisione della legge sull’aborto. Altra cosa sarebbe stata parlare dei diritti e degli interessi di tutti i soggetti coinvolti.

Art. 1, comma 2: [2. Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è consentito qualora non vi siano altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità.]
Ammettere il ricorso alle tecniche solo nel caso di sterilità o infertilità implica che non possa mai trattarsi di una scelta riproduttiva. Questo comma impedisce quindi a coloro che sono fertili ma portatori di gravi malattie ereditarie di optare per la procreazione assistita come mezzo per non trasmettere i geni ‘patologici’. Oggi queste coppie hanno solo due possibilità: far nascere un bambino gravemente ammalato o abortire. La diagnosi pre-impianto condotta sugli embrioni in vitro e l’impianto in utero dei soli embrioni sani costituisce una terza opzione: la possibilità di evitare un’interruzione di gravidanza o una vita di sofferenza e contemporaneamente di congelare gli embrioni ‘malati’ in attesa che la scienza elabori delle soluzioni terapeutiche.

Art. 4, comma 1: [1. Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonchè ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico.]
Per le stesse ragioni di cui al punto precedente.

Art. 4, comma 2, lettera a: [gradualità, al fine di evitare il ricorso ad interventi aventi un grado di invasività tecnico e psicologico più gravoso per i destinatari, ispirandosi al principio della]
L’imposizione della “gradualità” costituisce una pesante interferenza nei protocolli clinici e nell’autonomia del medico che deve rispondere solo alla propria ‘scienza e coscienza’ e al consenso del paziente. È una curiosa idea quella secondo la quale la politica può imporre al medico di applicare a una paziente una serie graduale di tecniche che lui già sa essere inutili, per giungere poi alla procedura più adatta per quella specifica paziente. Il tempo perso, i costi aggiuntivi e il disagio arrecato non sono questioni di poco conto. Utile invece è mantenere le ultime due parole della frase – “minore invasività” – come principio generale.

Art. 4, comma 3: [3. È vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo.]
L’eliminazione del comma 3 ripristina la possibilità di ricorrere a un donatore di gameti esterno alla coppia.

Art. 5, comma 1: [Fermo restando quanto stabilito dall’articolo 4, comma 1,]
L’art. 4 comma 1 è stato abrogato (si veda sopra).

Art. 6, comma 1: [sui problemi bioetici e]
Secondo l’art. 6 il medico deve compiutamente informare i pazienti su una serie di aspetti prima di chiedere il consenso per l’applicazione delle tecniche. Il riferimento all’informazione sui “problemi bioetici” trasforma il medico in una sorta di filosofo dilettante che dovrebbe discutere con la coppia questioni assai personali e private come le scelte valoriali e le proprie visioni del mondo. È uno dei riferimenti più stupefacenti del testo approvato.

Art. 6, comma 3: [Tra la manifestazione della volontà e l’applicazione della tecnica deve intercorrere un termine non inferiore a sette giorni. La volontà può essere revocata da ciascuno dei soggetti indicati dal presente comma fino al momento della fecondazione dell’ovulo.]
La settimana di intervallo coattivo ha uno scopo punitivo o in alternativa incomprensibile. Le coppie che chiedono di accedere alle tecniche hanno un vissuto di anni di attesa. Una settimana in più non influenza le loro decisioni ma rappresenta il simbolo di un odioso paternalismo di Stato. L’impossibilità di revocare la volontà di procedere con la riproduzione assistita, insieme con l’assenza nella legge di una chiara definizione di cosa potrebbe accadere se una donna decidesse di rinunciare all’impianto in utero, è un significativo punto debole del testo. Se si esclude il ricorso a un trattamento sanitario obbligatorio (cosa affatto evidente nella formulazione), non si spiega la necessità di includere questa norma che crea pericolose confusioni e tentazioni.

Art. 6, comma 4: [4. Fatti salvi i requisiti previsti dalla presente legge, il medico responsabile della struttura può decidere di non procedere alla procreazione medicalmente assistita, esclusivamente per motivi di ordine medico-sanitario. In tale caso deve fornire alla coppia motivazione scritta di tale decisione.]
Residuo della proposta di legge della passata Legislatura, il comma 4 è in palese contraddizione con la possibilità per il medico di fare ricorso all’obiezione di coscienza (per motivi anche personali di ordine morale) prevista dall’art. 16.

Art. 9, comma 1: [in violazione del divieto di cui all’articolo 4, comma 3,]
L’art. 4 comma 3 è abrogato (si veda sopra).

Art. 9, comma 1: [in violazione del divieto di cui all’articolo 4, comma 3,]
Come sopra.

Art. 11, comma 1: [e dei nati]
L’articolo istituisce un registro degli embrioni creati in vitro. L’istituzione di un analogo registro dei “nati” attraverso le tecniche è in contraddizione con le leggi sulla privacy e comunque consegna all’immaginario collettivo l’idea di una ‘classe’ particolare di cittadini ‘artificiali’. Un marchio di fabbrica per i bambini nati con la riproduzione assistita. Altra cosa sono gli studi epidemiologici normalmente condotti come follow-up dell’applicazione di prestazioni mediche.

Art. 12, comma 1: [1. Chiunque a qualsiasi titolo utilizza a fini procreativi gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente, in violazione di quanto previsto dall’articolo 4, comma 3, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 300.000 a 600.000 euro.]
Questo comma non ha più significato una volta riammessa la fecondazione eterologa.

Art. 12, comma 6: [con la reclusione da tre mesi a due anni e]
Art. 12, comma 7: [con la reclusione da dieci a venti anni e]; [perpetua]
Le modifiche introdotte mirano a depenalizzare alcune delle fattispecie indicate nell’articolo 12 (commercializzazione, surrogazione di maternità, clonazione). Le sanzioni amministrative sono già un eventuale deterrente per chi volesse violare tali divieti, ben più efficace e ragionevole di una sanzione penale che interverrebbe su pratiche sulle quali vi è un ampio pluralismo etico.

Art. 12, comma 8: [1,]
Il comma 1 è abrogato.

Art. 13, comma 1: [1. È vietata qualsiasi sperimentazione su ciascun embrione umano.]
Art. 13, comma 2: [a condizione che si perseguano finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione stesso, e]
Art. 13, comma 3, lettera a: [a) la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione o comunque a fini diversi da quello previsto dalla presente legge;]
Art. 13, comma 3, lettera c: [sia]; [sia di ricerca]
Le modificazioni eliminano il divieto di clonazione a fini terapeutici (utile ad esempio per la produzione di cellule staminali embrionali da trapianto, quale cura per gravi patologie).

Art. 13, comma 3, lettera b: [ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti ovvero]; [selezione, di]
Viene ripristinata la possibilità di effettuare la diagnosi pre-impianto e la selezione degli embrioni ‘sani’ (si veda l’art. 1)

Art 13, comma 4: [La violazione dei divieti di cui al comma 1 è punita con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 50.000 a 150.000 euro.]; 3 [la pena è aumentata.]
Il comma 1 è abrogato.

Art. 14, comma 1:[1. È vietata la crioconservazione e la soppressione di embrioni, fermo restando quanto previsto dalla legge 22 maggio 1978, n. 194.]
Art 14, comma 2:[2. Le tecniche di produzione degli embrioni, tenuto conto dell’evoluzione tecnico-scientifica e di quanto previsto dall’articolo 7, comma 3, non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre.]
Art. 14, comma 3:[per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione]
La creazione di embrioni in vitro comporta pratiche difficoltose e talora pericolose per la salute della donna. La probabilità di successo delle tecniche è oltretutto scarsa. La possibilità di creare il massimo numero di embrioni possibili in relazione ai bisogni riproduttivi della coppia e la possibilità di crioconservare gli embrioni aumentano drasticamente le chance di ottenere delle nascite e riducono sensibilmente i rischi per la salute della donna, i costi complessivi e i disagi psicologici.

Art. 14, comma 6: [con la reclusione fino a tre anni e]
Si veda l’art.12

Art. 17, comma 2: [, nonchè, nel rispetto delle vigenti disposizioni sulla tutela della riservatezza dei dati personali, l’indicazione nominativa di coloro che hanno fatto ricorso alle tecniche medesime a seguito delle quali sono stati formati gli embrioni.]
Si vedano le considerazioni espresse per l’art. 11.




Manifesto di bioetica laica
sulla fecondazione assistita


Autori:
Cinzia Caporale
Armando Massarenti
Angelo Maria Petroni
Stefano Rodotà

(Pubblicato il 1 marzo 1998 su Il Sole-24 Ore)

I progressi scientifici e tecnologici nel campo della procreazione umana hanno aperto allo stesso tempo orizzonti di possibilità e problemi etici e politici di rilevanza straordinaria. Di fronte ad essi, riteniamo che sia un dovere di chi aderisce ad una visione laica — che non significa anti-religiosa, ma semmai anti-dogmatica — proporre alla pubblica discussione principi ed applicazioni che possano essere un punto di riferimento nelle decisioni che i cittadini, come singoli, come società civile e come società politica, saranno chiamati a prendere. La maniera in cui la procreazione assistita verrà recepita nelle nostre società avrà delle conseguenze profonde, simboliche e fattuali, non soltanto in relazione al problema specifico, ma anche in rapporto a tutta la problematica dei "nuovi diritti", ovvero di quei diritti che sono tipici delle società tecnologiche, e che non possono essere ricompresi né nei diritti "negativi" né nei diritti "sociali" affermatisi negli ultimi due secoli.

Nuove opportunità, nuove paure
Nel campo della procreazione assistita, i valori fondamentali che guidano la visione laica sono quelli dell’autonomia degli individui, della loro responsabilità nei confronti degli altri individui e delle generazioni future, e dell’equità nello stabilimento delle politiche pubbliche. Noi reputiamo che le tecnologie riproduttive già attualmente disponibili costituiscano una opportunità formidabile per un numero grandissimo di individui. Esse permettono, sia pure con disagi e costi personali e sociali non indifferenti, di poter realizzare uno dei fondamentali desideri e facoltà umane, quello della maternità e della paternità, anche là dove le condizioni materiali ed oggettive altrimenti lo impedirebbero. Per i laici il confine tra quel che è "naturale" e quel che non lo è dipende dai valori e dalle decisioni degli uomini. Nulla è più culturale dell’idea di natura. Per questa ragione noi non reputiamo che la procreazione assistita debba venire interamente ricompresa nel concetto di "terapia medica": l’idea stessa di terapia, infatti, presuppone che vi sia una deviazione rispetto a qualcosa che è ritenuto "naturale". In realtà, sebbene sia vero che per la grande maggioranza degli individui il ricorso alla procreazione assistita è una scelta conseguente alla impossibilità di avere figli attraverso i normali rapporti sessuali, non è necessariamente vero che chiunque scelga la procreazione assistita lo faccia per queste stesse ragioni. La scelta per la procreazione assistita deve venire riconosciuta come l’esercizio di un diritto, e non deve trasformare chi la fa in un "malato", al quale un trattamento viene accordato o rifiutato in base a decisioni prese con la logica della terapia medica. La logica della terapia medica sottintende un giudizio morale negativo nei confronti della procreazione assistita. Il risultato inevitabile di questa visione è che non soltanto si impongono dei costi di tipo morale a coloro che decidono di ricorrervi, ma si proietta una connotazione negativa sui bambini che nascono grazie ad essa. Quest’ultima è una condizione che è inaccettabile da parte di chiunque reputi che le persone abbiano valore per la loro individualità, e non per il modo in cui sono venute al mondo. Per lo stesso principio, noi reputiamo che sia inaccettabile una regolamentazione della procreazione assistita che privilegi, de iure o de facto, un certo modello di famiglia rispetto ad altri. Questo significherebbe non prendere atto che, nelle nostre società, il modello "tradizionale" di famiglia non è più universalmente dominante, e che le decisioni degli individui, insieme all’evoluzione dei rapporti sociali ed economici, hanno portato all’emergenza di molte forme diverse, che meritano eguale rispetto. La riproduzione è una delle sfere essenziali di esercizio dell’autonomia umana, delle decisioni che ognuno prende per sé in libero accordo con altri individui. Il ricorso a tecnologie di riproduzione assistita deve venire inquadrato in questa fondamentale realtà, che è insieme antropologica e propria della civiltà giuridica delle società avanzate. Come per ogni altro aspetto della realtà sociale, l’autono-mia individuale deve venire esercitata in modi e limiti che permettano la compatibilità tra le azioni di tutti i cittadini, ed il rispetto dei diritti di tutti i cittadini, a partire dai più deboli di essi, tra i quali vi sono evidentemente i nuovi nati.

Sfera personale e sfera pubblica
Il principio delle società liberali considera le istituzioni pubbliche come garanzia di libertà ed equità. Il primato del pubblico sul privato coincide col primato delle regole che garantiscono i diritti universali. Questa visione è alternativa rispetto ad ogni visione organicistica, che vede i cittadini come dei minori che devono essere posti sotto tutela da parte delle istituzioni pubbliche. Ed è alternativa con ogni visione che estende il principio delle decisioni politiche maggioritarie ad ogni aspetto della vita dei cittadini. La salvaguardia dei diritti, infatti, viene prima del principio maggioritario. Anche nel caso della procreazione assistita, il principio delle società laiche e liberal-democratiche equivale ad affermare che la regolamentazione in questo campo non deve essere il risultato del prevalere delle convinzioni morali espresse da una maggioranza politica. Né la democrazia rappresentativa, né il sistema delle libertà costituzionali potrebbero esistere se l’ambito del diritto non fosse più ristretto di quello delle morali riconosciute e praticate in una data società. La differenza essenziale è che le morali prescrivono comportamenti specifici a coloro che vi aderiscono, e vietano tutta una serie di comportamenti in quanto contrari a certi principi. Diversamente, la funzione primaria del diritto è quella di evitare quei comportamenti che recano un danno certo od altamente probabile ad altri individui specifici o alla società nel suo complesso. In campo bioetico questa differenza ha delle conseguenze di grande portata. Proprio perché noi viviamo in società pluralistiche, dove non vi è una unica morale, ogni tentativo di costruire i principi giuridici sulla base delle norme di una singola morale sarebbe in contrasto con la democrazia liberale. Questo vale indipendentemente dal fatto che una qualche morale possa essere prevalente o comunque più largamente diffusa di altre, perché i diritti delle persone non sono meno violati per il fatto che venga loro imposto autoritativamente quello che esse accetterebbero volontariamente. Noi reputiamo che la legislazione sulla procreazione assistita debba rispettare i principi dell’autonomia, e non debba essere il risultato del prevalere di maggioranze politiche "trasversali" che convergono nella volontà di affermare — qualunque essa sia — una certa visione morale particolare.

Certezza del diritto, informazione
La procreazione assistita pone dei problemi che le regole giuridiche tradizionali non sono in grado di trattare. Vi è quindi bisogno di regole nuove, che siano il risultato della estensione dei principi giuridici condivisi ad una realtà completamente nuova. Le nuove regole dovranno assicurare che l’orizzonte delle possibilità tecnologiche venga sempre ricompreso dentro il principio fondamentale della certezza del diritto. Coloro che vorranno ricorrere alla procreazione assistita dovranno essere sempre messi in grado di conoscere le conseguenze delle loro decisioni sul piano delle loro responsabilità verso i figli generati, verso gli eventuali coniugi o conviventi, e verso la società. Questo implicherà verosimilmente un mutamento delle norme che definiscono la natura della paternità/maternità e della famiglia, anche in una direzione di non discriminazione sulla base del sesso. Noi reputiamo che questa evoluzione sia assolutamente necessaria, e che sarebbe un grave errore se, sotto la spinta di specifiche morali di stampo religioso, si finisse per lasciare vuoti e incertezze normative in presenza delle quali la procreazione assistita perderebbe parte importante della sua possibilità di aumentare le "chances" di vita di tutti. Allo stesso tempo riteniamo che un ruolo centrale debba venire attribuito alla nozione di "consenso informato", perché senza di esso i diritti degli individui che accedono alla procreazione assistita rischiano di essere dei diritti meramente formali. Più in generale, la diffusione di una informazione corretta sulle possibilità e sulle conseguenze — per genitori e nascituri — della procreazione assistita ha una funzione essenziale affinché i cittadini siano messi nella condizione di poter scegliere consapevolmente se farvi ricorso o non farvi ricorso. Dare o non dare questa informazione da parte delle istituzioni pubbliche e private non è una scelta neutrale ma ha un valore costituzionale e morale di primaria importanza. La necessità di evitare danni certi o altamente probabili nei confronti di individui specifici o della società nel suo complesso è particolarmente rilevante quando si tratta di ambiti, come la procreazione assistita, in cui vengono applicate nuove conoscenze e nuove tecnologie di grandi potenzialità ma delle quali solo una parte delle conseguenze sono note. La semplice applicazione di un principio di "utilitarismo negativo", che impone di minimizzare le sofferenze umane, giustifica quindi la necessità di norme giuridiche che pongano limiti all’orizzonte delle possibilità tecnologiche. Questo significa che le norme giuridiche dovranno verosimilmente comportare dei limiti alla selezione dei gameti e degli embrioni, come pure dei limiti agli interventi di ingegneria genetica. Ma le ragioni di tali limiti non stanno nell’affermazione di un principio astratto di "sacralità della vita", che come tale — si pensi alla questione dello statuto etico e ontologico dell’embrione — è riconosciuto soltanto da alcune visioni morali, ma nella necessità di evitare conseguenze negative per la società. Questi limiti dunque non dovranno estendersi sino alla proibizione di qualsiasi intervento di tipo genetico, ma soltanto di quegli interventi che possono risultare in conseguenze negative inaccettabili, quali la discri-minazione tra individui su base biologica.

Il problema economico
È verosimile che la dimensione economica della procreazione assistita assumerà un ruolo determinante per la possibilità che essa diventi una opzione reale per tutti i cittadini che lo desiderino. Come in ogni altro aspetto della realtà sociale, anche qui il problema economico dipende dal fatto che bisogni e desideri eccedono le risorse di cui come singoli e come collettività si dispone. Si pone quindi il problema della loro utilizzazione razionale. L’evidenza empirica ha provato a sufficienza che l’iniziativa privata, sottoposta alle regole del diritto, porta alla utilizzazione efficiente delle risorse, in modo che il loro consumo da parte di ognuno ne lasci la maggior quantità a disposizione degli altri. Ma l’iniziativa privata è in grado di massimizzare il benessere di ognuno, e quindi quello di tutti, soltanto quando esista un sistema di diritti riconosciuti, e quando ogni individuo disponga di una sufficiente quantità di risorse economiche che gli permetta di accedere allo scambio. Queste due condizioni sono particolarmente importanti nel caso della procreazione assistita. Per quanto riguarda la prima condizione, l’iniziativa privata è in grado di fornire prestazioni che rispettano le preferenze individuali ed insieme le esigenze complessive della società a condizione che vi sia una chiara definizione di quali sono i diritti di ogni individuo, diritti che stabiliscono tanto la sfera di quello che gli è lecito fare quanto la sfera di quello che gli è vietato perché reca un danno agli altri. Queste due sfere fissano così anche le possibilità ed i limiti dell’iniziativa privata in questo dominio. Per quanto riguarda la seconda condizione, essa si deve tradurre in politiche pubbliche che mettano tutti i cittadini nella condizione di avere un effettivo accesso ad un livello adeguato di prestazioni. Questo obbiettivo giustifica la presenza della mano pubblica nella gestione diretta della procreazione assistita, ma giustifica anche sistemi diversi, con una redistribuzione diretta di risorse ai cittadini meno fortunati, che li metta in condizione di scegliere, se lo desiderano, le prestazioni fornite dall’iniziativa privata. Il principio generale che deve quindi ispirare le politiche pubbliche è anche qui quello di aumentare le "chances di vita" di tutti i cittadini. La forte tendenza al decremento demografico e all’invecchiamento della popolazione rende giustificabile da parte dello Stato la destinazione di risorse pubbliche volte ad aumentare la natalità anche attraverso la procreazione assistita, in strutture pubbliche e private. Quel che si deve invece evitare è che l’ideale illiberale di uno "Stato etico" si affermi surrettiziamente attraverso l’implemen-tazione di politiche pubbliche che di fatto rendono obbligate le scelte di coloro che non hanno mezzi economici in abbondanza.

Conclusione: dialogo e conflitti
La visione laica non vuole essere una versione secolarizzata delle etiche religiose onnicomprensive. Non vuole imporsi a coloro che aderiscono a valori e visioni differenti, ma si basa sulla realtà essenzialmente pluralista delle nostre società. È essa stessa pluralista al suo interno, perché dall’accordo sui principi non segue automaticamente l’accordo sulle soluzioni ad ogni singola questione. Non ricerca il conflitto, ma — al contrario — ritiene essenziale per la civile convivenza che si faccia ogni sforzo per trovare dei principi che possono essere condivisi da credenti e non credenti. Tuttavia, in presenza di conflitti reali, non ne nasconde l’esistenza né cerca di proporre soluzioni fittizie. Vi sono casi in cui i conflitti si possono comporre. Altri in cui bisogna prendere atto della loro irriducibilità. Anche nel campo della procreazione assistita, come in ogni altra situazione che abbia implicazioni morali, l’atteggiamento laico è quello di trovare soluzioni che rispettino quanto più possibile le convinzioni di chi ha valori diversi. Proprio per questo noi reputiamo che si debbano incentivare, tanto con l’azione pubblica che privata, una ricerca ed una tecnologia che minimizzino i problemi morali che nel campo della procreazione assistita si pongono a credenti e non credenti. Talvolta infatti è proprio il tanto demonizzato "progresso tecnologico" a permettere di risolvere (o dissolvere) i problemi morali. Noi reputiamo che questa visione laica possa costituire una base al tempo stesso chiara, ragionevole e non pregiudizialmente conflittuale, per una discussione pubblica ispirata ai principi democratici e pluralisti. Siamo aperti al dialogo proprio perché siamo razionalmente persuasi che soltanto dal dialogo possano derivare decisioni adeguate alla straordinaria complessità e alle straordinarie potenzialità della società moderna.




Povero embrione, ostaggio
di due fondamentalismi

(dal Sole-24 Ore del 14 dicembre 2003)

La virtù non è odiosa, lo sono invece i discorsi sulla virtù (Camus). Tanto più quando a farli non sono coloro che ne sopportano le maggiori conseguenze.
Sia chiaro ai fondamentalisti di parte laica che l’embrione non è un ‘bene pubblico’ e che l’idea che una coppia possa essere indotta ad assumere un certo comportamento in nome di un astratto beneficio (o utilità, o teleologia) pubblico, oltre che illiberale e confutabile nel concreto, è anche un po’ ingenua. D’altra parte, se fosse pubblico il ‘bene embrione’, sarebbero pubblici anche i procedimenti necessari a produrlo: pubblico lo zigote e pubblico anche l’utero?
Se invece si tratta della pretesa per la quale la scienza e la medicina non devono cercare di penetrare la sfera della “sacralità” e del “mistero” della vita umana, cercando di ridurla a epifenomeno della materia, allora siamo nella pura superstizione. Si è arrivati a sostenere che la diagnosi pre-impianto sarebbe vietata dalla nuova legge (o ad auspicarlo?). Niente cannocchiale, ohibò!
Il paganesimo naturalistico che rifiuta la visione di un Homo faber custode attivo del mondo – e quindi legittimato a intervenire per ridurre la sofferenza umana – non riguarda i fondamentalisti di parte cattolica cui invece andrebbe ricordato che c’è molto materialismo e nessun accordo universale nella concezione dell’embrione come valore assoluto. Fuori da rispettabilissime argomentazioni teologiche, occorre ammettere che lo status morale del concepito dipende dalla valutazione delle persone già nate. Se esso è assoluto o progressivamente crescente, dipende dall’importanza attribuita a quell’embrione ad esempio dai suoi genitori (ciò poiché coloro che lo hanno prodotto hanno un primato nel determinarne il valore, e il destino). Il ricorso alla forza di legge non sposterà di un millimetro il pluralismo strutturale e irriducibile della società e, se ne facciano una ragione certi moralisti laici, non esaurirà uno degli interrogativi più ardui e affascinanti della riflessione filosofica e dell’indagine scientifica: l’inizio della vita umana. Al massimo, secondo difficili calcoli di propensione al rischio, aumenterà i costi del ricorso alla riproduzione assistita e indirizzerà le pazienti verso medici magari meno bravi ma più disposti a violare nascostamente le norme dietro congruo compenso.
Sempre che con questa legge i bambini ‘artificiali’ continuino a nascere. Divertente è lo scenario di un Legislatore che per tutelare l’embrione ne impedisce la creazione: per definizione, se l’embrione non è, come possiamo sostenere di averlo tutelato?
E quante trappole semantiche, quanto biologismo, quanti dati scientifici (confutabili) a giustificazione della superbia di spiegare la complessità del mondo con le molecole ‘della vita’, con i processi di sviluppo embrionale, con la compatibilità genetica del donatore. Quanta dittatura ideologica – qui sì, e non nella tecnica! – nella pretesa di aver esaurito la discussione e il pluralismo etico con ragionamenti talora residuali.
Su queste pagine, nel 1998, A. Massarenti, A. M. Petroni, S. Rodotà e chi scrive proposero un Manifesto di bioetica laica sulla riproduzione medicalmente assistita che rigettava il conflitto e faceva esplicito riferimento al dialogo e alla realtà essenzialmente pluralista delle nostre società.
Ragionevoli, tra cui noi, contro fondamentalisti.

Cinzia Caporale







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