anima / corpo
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benessere malessere, la scienza, lo spirito, la vita
25 giugno 2005
Femministe prima e dopo il referendum. Un'associazione per ripensare la laicità
Dea ha partecipato con convinzione (per il "sì") alla battaglia referendaria, ospitando anche posizioni diverse. Riprendiamo il confronto dopo la sconfitta del referendum riproponendo articoli di Lea Melandri e Bia Sarasini pubblicati in questi giorni, e il testo base di una iniziativa per un aggiornamento delle ragioni del laicismo.
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12 aprile 2005
Il papa che avversava la modernità
e amava il "genio femminile"

di Bia Sarasini

I funerali del Novecento
di Lanfranco Caminiti

Ombre di Dio nelle caverne
di Bartleby
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28 marzo 2005
Morire: di chi è Terri Schiavo?
Di chi è Terri Schiavo? Del marito, dei genitori e fratelli, dello Stato, della legge? Oppure di Dio?
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8 dicembre 2004
Vedere e sapere, oltre il velo
Dialoghi tra un filosofo e alcune donne

Una donna, Hélène Cixous, scrive un racconto poetico su una donna – lei stessa – che guarisce improvvisamente dalla sua forte miopia grazie a una operazione chirurgica
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4 novembre 2004
Triangolo imperfetto
The dreamers, l’ultimo bellissimo film di Bernardo Bertolucci, racconta il ’68 parigino attraverso il triangolo amoroso di un fratello, una sorella e un amico comune.

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4 agosto 2004
DeA: perchè siamo per abrogare
totalmente la "legge crudele"
Abbiamo firmato per l’abrogazione totale della legge sulla procreazione assistita.
Non ci opporremo tuttavia ai quesiti referendari “parzialmente abrogativi“ anche se la nostra idea è che questa legge sia proprio da buttare. Tutta.
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24 febbraio 2004
Il libertino Carrère sul TGV
“Facciamo un gioco“ di Emmanuel Carrère, più che un racconto erotico è un testo libertino. Nel quale il linguaggio, grazie alla sua stessa finzione, ricostruisce la realtà. E il fantasma, alleandosi al desiderio, si fa scrittura scenica.
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29 gennaio 2004
Procreazione assistita: tre incontri
sulla "legge crudele" (non solo per le donne)

Questa della procreazione assistita è una legge crudele (come recitava l'invito a aderire alla manifestazione di sabato scorso, voluta da molte parlamentari del centro sinistra).
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4 dicembre 2003
"Diritti" per embrioni e feti al mercato
Questa settimana si torna a discutere in Senato della (illiberale) proposta di legge sulla procreazione assistita. Un articolo di Letizia Paolozzi e due interventi di Franca Chiaromonte e Gabriella Bonacchi
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3 novembre 2003
E a me non piace il duetto Mussolini - Turco
La vicenda delle coppie di fatto ha del ridicolo. Il movimento gay ha – spesso con toni molto intimiditi – fatto osservare che
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17 ottobre 2003
Dove duole la scarpa dello scienziato
Welfare e biotecnologie per soli uomini
Le mail hanno il vantaggio - che tutte e tutti conosciamo - della velocità. Ma sono segnate, anche, dal difetto di arrivare ai nostri indirizzi in un numero infinito.

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8 ottobre 2003
Non torna Lassie. E' agli arresti domiciliari
"E' pericoloso?" "Eh sì, è nell'elenco delle razze". "Che cretino!" Capita spesso di sentire discorsi simili

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17 settembre 2003
Non mettete anche gli anziani in scatola
Quando, in pieno ferragosto, i vecchi escono dall’ombra e dalle analisi degli specialisti, devono “ringraziare“ quel decesso collettivo che in Francia si trasforma in una vera ecatombe.
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24 agosto 2003
Ordine morale contro libertà sessuale a Parigi
Mentre l’estetica e il linguaggio della quotidianità hanno fatto del sesso un ingrediente primario dell’identità parigina alla moda
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31 luglio 2003
Adriano Sofri e le “ Gangs of '68 “
Nonostante siano persone di animo gentile, l’insistenza di Emanuele Macaluso o quella di Alberto Arbasino nel chiedere a Adriano Sofri che si faccia lui stesso promotore della grazia per sé, non mi convince.
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7 luglio 2003
L'omosessualità nel tempo della democrazia globale
Berlino e, una settimana dopo, Roma. Due manifestazioni (diverse, certo, quanto ai numeri :seicentomila la prima e ventimila la seconda) di orgoglio gay. Per ricordare altri tempi, altre imprese. Le imprese (e gli scontri con la polizia di New York) a Christopher Street
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3 giugno 2003
Il Dio delle donne
Sul libro di Luisa Muraro che si trascina dietro il linguaggio materno, l'intelligenza dell'amore e la differenza ragionano Franca Chiaromonte e Rosetta Stella
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10 maggio 2003

La prima porno-femminista?
Si chiamava Lilith e abbandonò l'Eden
All’età di 21 anni, Ovidie ha realizzato più di 40 lungometraggi, è la regista di due film porno e, il 6 maggio 2002, è stato pubblicato, in Francia, il suo primo libro: Porno Manifesto.
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2 maggio 2003
Venite in analisi, vi sentirete normali
" Se continuate a vivere, invecchierete?" "Quando mancate di ossigeno, provate una sensazione di soffocamento?.
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29 marzo 2003
“Nudus“, magazine sessualmente corretto
per libertini raffinati e militanti
Il " retour de l'ordre moral" annunciato dalla sinistra francese alcuni mesi fa ha già trovato la sua controtendenza
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18 febbraio 2003
Oscurantisti, giù le mani da Dolly
Dolly è morta. Aveva sette anni. E' stata soppressa perché "soffriva troppo", dicono i medici
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10 febbraio 2003
Le imbarazzanti verità del nudo
750 donne si spogliano per disegnare un cuore e uno slogan – no alla guerra – su una collina
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8 febbraio 2003
Bioetica: il travaglio della politica
Cattolici e musulmani, credenti e non credenti, ebrei e protestanti, donne e uomini
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12 gennaio 2003
Il valore del seme perduto
“Per fare un tavolo ci vuole il legno/ per fare il legno ci vuole l’albero/ per fare l’albero ci vuole il seme“
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18 dicembre 2002
Mi sento centenaria. Evviva
Quanto è simpatica l’ottuagenaria spot, l’arzilla vecchietta
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17 dicembre 2002
Sul papa e il silenzio di Dio
Perché non riesco a prenderlo sul serio ? Perché questa volta non mi impressiona più che tanto
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7 dicembre 2002
Siamo stanchi dell'aids (noi gay)
Siamo stanchi dell’Aids. Sono quasi vent’anni che se ne parla, quasi vent’anni che prudentemente indossiamo sterili preservativi
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> 26 luglio 2005


Il referendum perso ci riporta indietro?
Devo farmi un esame di coscienza...

Bisognerà discutere, nel femminismo, ma anche con quegli uomini che considerano interessante e utile il pensiero delle donne, se il risultato del referendum sulla legge 40 non ci riporti indietro. Se la nostra società affaticata e resa fragile da problemi come quello della sicurezza, non abbia deciso di difendersi riattivando valori tradizionali (strada che peraltro non aveva mai abbandonato del tutto).
Ma prima ancora penso sia utile un lavoro su me stessa. Per capire se una serie di certezze (ideologiche e simboliche) mi hanno impedito di cogliere i segni della realtà. I suoi cambiamenti. In quale misura - per esempio - e con quali mezzi sia possibile accogliere ma controllare le scoperte scientifiche, nel campo delicatissimo della vita, della sua difesa, della sua fine. Sapendo che di mezzo c’è anche una spinta al risultato commerciale e finanziario.
L’usura dello strumento referendario era evidente. D’altronde, io sono un’estimatrice della consultazione diretta. Mi sembra un modo per evitare che la politica se ne stia rincantucciata nelle stanze delle segreterie di partito. La difficoltà di raggiungere il quorum l’avevo lasciata sullo sfondo.
E’ vero che nella mia testa si è determinata una sorta di link con alcune date aurorali: 1974, 1981. Può darsi, come ha scritto Lanfranco Turci su Le nuove ragioni del socialismo “che ci abbia tratto in inganno la sopravalutazione del fattore memoria storica”.
Ascoltando i Radicali che inauguravano monumenti soprattutto alla data del divorzio, avevo avuto qualche dubbio. Ma chi se la sente di nascondere l’album di famiglia di cui va fiero? Il punto è che divorzio e aborto vanno considerati temi di massa.
Nel caso del divorzio era in gioco la famiglia. Un suo ridisegno. Una via d’uscita dallo schema patriarcale del padre-padrone. La possibilità concreta che gli uomini e le donne scegliessero di stare insieme per amore. Non per costrizione. Proprio l’amore avevamo deciso di mettere quotidianamente alla prova. Quanto ai figli, è per loro che uomini e donne si impegnavano e si impegnano in un progetto famigliare. Sapendo che la durata della coppia non poteva più essere imposta attraverso la forza della legge.
Nel caso dell’aborto, il femminismo aveva lavorato intensamente intorno al tema della sessualità. La vita, fu la nostra affermazione, si difende con la madre e non contro di lei. La relazione madre-figlio è inscindibile. Anche se si cominciava a intravedere – e ne avevamo paura - la possibile separazione tra corpo materno e quello del concepito. La rivoluzione della bioetica batteva alle porte.
Adesso, con il referendum sulla legge 40, i temi ai quali ho accennato, quasi fossero guardati attraverso un caleidoscopio, vengono ridisegnati. Subiscono un rovesciamento. Perlomeno, una riscrittura.
Aspirano a praticare la procreazione assistita coppie che, attraverso le biotecnologie, vogliono la conferma della famiglia. Per questo obiettivo, la donna si sottopone a sofferenze grandi. L’uomo la conforta. Non può fare molto di più. Immagino che si senta sempre più deresponsabilizzato. Che reagisca come i fantasmi dell’eterologa hanno denunciato.
L’impianto della legge 40 si riferisce a un modello unico di famiglia, fondata su legami biologici. Mi hanno domandato: Perché le coppie che ricorrono alla procreazione non adottano, invece, un bambino?
Debole solidarietà, ho pensato. Eppure, la domanda è dettata dal buon senso. E il buon senso è, spesso, moderato. “Anche la funzione trainante che pensavamo avrebbe svolto il mondo femminile, pur essendo stata ben visibile in tutte le fasi della campagna referendaria, non ha trovato conferma particolare nel voto delle elettrici. Una gran parte delle generazioni del divorzio e dell’aborto non c’è più o è troppo vecchia“ osservava ancora Turci. Non credo che le cose stiano in questi termini. E’ che il buon senso non è sempre simpatico. Quando pronuncia ad alta voce ciò che non vorremmo ascoltare.
Ha poi avuto buon gioco la semplicità dell’assunto della “dignità dell’embrione“; l’embrione è vita e sulla vita non si vota. Se Piero Fassino e un gruppo di politici, di giornalisti e giornaliste si sono sentiti in dovere di firmare un documento insieme al direttore del Foglio per assicurare che loro respingevano qualsiasi deriva dell’eugenetica, come minimo hanno suggerito con il loro gesto che il tema dell’analisi preimpianto per diagnosticare gravi malattie genetiche poteva essere facilmente frainteso.
Tra i temi del referendum sulla legge 40 c’era quello della ricerca scientifica. Un tema secondo me importante sia per il principio della libertà della ricerca, sia per i doverosi tentativi di curare la sofferenza di terribili malattie. Anche qui, non ho preso in considerazione la diffidenza di molte donne nei confronti della ricerca e quella sensibilità ecologista, verde, ambientalista che, dopo Cernobyl, ha sempre più dubitato della “rivoluzione tecnico-scientifica" e di quella biologica in particolare. Peraltro, questa sensibilità si mescola a una sindrome della salute che punta appassionatamente su fitness e cibi biologici. Intanto, il governo ne approfitta per non investire un soldo nella ricerca.
Io ho pensato che il referendum avrebbe aiutato la discussione su temi importanti per la mia e nostra vita. Ma in questo modo ho identificato i temi sollevati dall’iniziativa referendaria con il referendum. Forse non potevo fare diversamente. E se devo continuare con le ammissioni, il comportamento del presidente della Cei, il cardinal Ruini, che invitando esplicitamente all’astensione si comportava come il capo di un partito, ha radicalizzato le mie certezze (una logica peraltro insita nel referendum).
Certo, se ha ragione il Patriarca di Venezia, cardinale Scola, che il referendum ha lasciato “l’amaro in bocca“, tutte e tutti noi “che siamo immersi in un sistema di relazioni“ dovremmo cercare delle risposte diverse.
Ma questa è una sfida anche per il governo e per i politici se vogliono, la prossima volta, su temi “eticamente sensibili“, come il Pacs o il testamento biologico, evitare di schierarsi su una posizione (o una dottrina?) a detrimento di altre.

Letizia Paolozzi




Ma sull'aborto io mi sento "tradita"
anche da chi sentivo più vicino

Sul referendum e sulle ragioni di quell’astensione massiccia e imprevedibile bisognerà tornare, perché la somma delle spiegazioni ancora non è convincente. E in verità non è quel voto che mi preoccupa. Le conseguenze invece, non solo del suo esito ma soprattutto dei contenuti del dibattito che lo ha preceduto, pesano. Eccome. Soprattutto nel modo in cui si riparla di aborto.
Quel che più mi colpisce è come ne parlano uomini e donne che consideravo vicini. Molto vicini a un percorso di vita e di coscienza, prima ancora che a un’elaborazione teorica. Anche sul referendum è il tradimento dei vicini che mi ha colpito di più. E ferito.
Lo so che la parola tradimento è impropria.
Se ci ragiono devo prendere atto che si è trattato di un equivoco che si è protratto negli anni. Avevo creduto che, per i più vicini, alcuni fatti fossero incontrovertibili: che l’aborto, il mio aborto di tanti anni fa, non fosse stato un omicidio (ancorché “piccolo” come qualcuno ha avuto la bontà di scrivere) , anche se sapevo benissimo che non era stato come togliere le tonsille (su questo, ai tempi, fummo molte a polemizzare con i radicali).
Il non aver saputo dare un nome pregnante a quella scelta, (se l’aborto non è un omicidio, che cosa è ?) credevo non potesse oscurarne la comprensione. Né attenuare il rispetto, da parte degli uomini, di una differenza misteriosa. Misteriosa ai loro ma anche, ancora, ai miei occhi. Sì, sono convinta anche ora che sto per diventare nonna, che sulla procreazione, sul mistero del nascere e del morire, non abbiamo lavorato abbastanza, non abbiamo trovato le parole per dirlo.
Ma fino al referendum ero ingenuamente convinta che i miei più vicini, almeno loro, sapessero che l'ovulo feondato, quel grumo vitale originato per caso o per scelta poteva diventare qualcuno solo in seguito a un mio sì. E che il prezzo e il vantaggio di questo potere sarebbe stato pagato o goduto innanzitutto da me, da una donna, durante nove mesi e per tutta la vita, se avessi accolto quella presenza. Oppure, se il territorio del mio corpo e della mia psiche fosse stato in quel momento così inospitale da non ritenere neppure pensabile il crescere di un altro al suo interno, il mio no avrebbe comportato l’elaborazione o la rimozione di una perdita.
Davo per scontato che i vicini, i miei vicini più cari, sapessero e che di qualsiasi cosa volessero ragionare, leggi, referendum, politiche, religioni, partissero da lì. Non ne potessero prescindere.
Mi sbagliavo, e questo equivoco, emotivamente, non riesco a chiamarlo in altro modo che tradimento, perché la parola dà conto del rancore, della delusione, dell’inganno.
Un fatto privato, generazionale, ambientale? Non lo so.
Certo è stato per me scoprire che mancano i presupposti per sentirsi comunità. Anche tra i vicini.
Ora che gli attentati di Londra hanno riaperto drammaticamente la questione della cosidetta “guerra di civiltà” queste riflessioni su cui mi ero tormentata durante la campagna referendaria e successivamente al voto, si sono congiunte strettamente all’angoscia del presente. Infatti in questo momento mi interessa capire, prima ancora della loro “civiltà” – ammesso che sia tale, quella degli attentatori- in cosa consista la mia, la nostra civiltà. Si litiga sulle radici che darebbero senso, appartenenza, al “noi”: quelle della Grecia di Platone e quelle ebraico-cristiane, quelle laico-illuministe e quelle che risalgono alla Riforma e alla Controriforma, ma nessuno si è curato di questo germoglio vitale fiorito dopo lunga semina nell’ultimo secolo: pensiero femminista e libertà femminile, (così almeno la chiamavamo fino a poco tempo fa). Ma se non è questo il principale segno che oggi ci identifica, se non è questo il frutto più maturo di una storia lunga che è anche greca, ebrea e cristiana e giacobina e illuminista e democratica e nazista e comunista, e mercato e corruzione, e socialista e cattolica e altro ancora, comunque non uguale se maschile o femminile e comunque intrecciata, se non è questo che abbiamo da offrire e da proporre anche a chi viene da un altro percorso, perché io dovrei far parte di un “noi” che mi esclude? E “come” potrei farne parte e dare il mio contributo al che fare?
In realtà forse questo noi non c’è, a meno che non comprenda tutto il pianeta e tutti i suoi orrori con cui siamo contaminati.
Insomma, a prescindere da quello che l’Occidente è per gli islamisti terroristi, dovremmo metterci d’accordo su che cos’ è per noi.
Libertà individuali, diritti, laicità, eguaglianza, mercato, multiculturalismo, meticciato, ma prima di tutto libertà femminile: se dovessimo buttar via noi tutto questo che cosa ci resterebbe per cui valesse la pena di lottare? Ed eventualmente di morire? E, se mai dovessimo vincere dopo aver umiliato e , a nostra volta, terrorizzato un gran pezzo di mondo, chi e che cosa saremmo diventati? Quale eredità lasceremmo a figli e figlie, nipoti e pronipoti, oltre a migliaia di Guantanamo e alla sicurezza che rinascerà un altro islam o un altro comunismo o una qualche altra ideologia globale che si prenderà la sua rivincita? Ma, d’altra parte, se non si trova un modo di resistere che non ci cancelli, che cosa toccherà alle nostre figlie e alle nostre nipoti (se è vero, ad esempio, che la nuova Costituzione irachena riconduce le donne -in nome dell’Islam- a una cittadinanza di serie B?)
Domande, non ho che domande. Quello che so per certo è che oggi le risposte che cerco sono diverse da quelle che credono di trovare coloro che mi hanno “tradita” nel dibattito del referendum e che fondano la loro identità collettiva sul ricostruire l’ordine che le donne hanno messo in crisi. A loro non posso più delegare nulla.
E se provassimo invece a confrontarci sul serio con le donne che nei paesi musulmani e non solo (penso ad Ayaan Hirsi Ali in Olanda) hanno scelto di rischiare la propria vita per affermare la loro libertà?

Franca Fossati






> il dibattito

Sull'aborto mi hanno "tradita" i più vicini
di Franca Fossati

Il dibattito dopo il referendum

Il dibattito verso il referendum