anima / corpo
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benessere malessere, la scienza, lo spirito, la vita
13 ottobre 2006
Ma il mercato del sesso è sempre coatto
“Questa notte, intorno alle 2, stazionando sul marciapiede, un’auto di pattuglia dei carabinieri, scorgendomi, si è catapultata verso di me.
La giustizia del cuore
e quella della legge
Chissà se la casa-famiglia dove è stata portata Maria, la bambina bielorussa contesa (che in realtà si chiama Vika), assomiglia a quel lager di miseria e squallore
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13 settembre 2006
Sulla Ru 486 un confronto impossibile
Questa rubrica è uscita su "Europa" del 13 settembre 2006
In Francia l’aborto chimico, ottenuto con la pillola Ru 486, senza ricovero ospedaliero, ma sotto controllo medico, è scelto da un numero crescente di donne.
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3 agosto 2006
La favola dell'"aborto facile"
Chi sta dalla parte della parola femminile
Documentazione ampia; scelta esplicita di stare dalla parte delle donne. Questo mi sono detta leggendo “La favola dell’aborto facile. Mito e realtà della pillola Ru486“ , il libro di Assuntina Morresi e Eugenia Roccella.
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21 luglio 2006
I pacs, e la voglia matta
di una "famiglia normale"
“Ma pure, sarete una zitella! E ciò è così terribile!“
“Non importa, Harriet, non sarò una povera vecchia zitella ed è solo la povertà che rende il celibato spregevole agli occhi d’un pubblico generoso!“
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15 luglio 2006
Se fossi la sorella di Zidane?
Non andrei troppo fiera di lui
Se io fossi la sorella di Zidane, ringrazierei mio fratello che ha dato una testata a Materazzi per difendere il suo e poi, immagino, anche il mio onore?


Il mondo tra i piedi. di Franca Fossati
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21 giugno 2006
Aborto, consultori, legge 40
Il punto di vista di Femminismo Libertario
Il presente documento, che ci accingiamo a rendere pubblico e divulgare per quanto ci sarà possibile - e con la volontà di organizzare diversi momenti di incontro per la sua discussione con altre donne - nasce da un moto di ribellione
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6 febbraio 2006
I Pacs, introduzione alla famiglia.
Perchè la Chiesa li teme tanto?
Io la voglia del vestito bianco lungo - pur senza velo - e del bouquet di fiorellini azzurri me la sono cavata. Sarà per questo che considero il matrimonio un istituto antico
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10 febbraio 2006
Prendersi cura della morte, al di là del diritto
Questo testo è stato pubblicato su "Le nuove ragioni del socialismo"
Ogni vita ha una sua storia. Esperienza singolare delle relazioni che ognuno di noi intrattiene con il mondo. Ma come vorremmo che si concludesse quest’esperienza?

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30 gennaio 2006
La differenza incerta di Benedetto XVI
Rosetta Stella, in dialogo sul Foglio con Vattimo e Buttiglione, ha detto dell’enciclica “Deus caritas est” che per profondità e chiarezza ricorda un concerto di Mozart .

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14 gennaio 2006
Una "teologia fatta in casa"
contro gli eccessi clericali e laicisti
Chissà se si può trovare un modo diverso di discutere di laicità e religione, di fede e ateismo
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8 dicembre 2005
Una speranza per la donna con il volto nuovo
Questo articolo è stato pubblicato anche sul Foglio
Una donna di Vincennes a cui un cane ha morsicato via mezza faccia: labbra, mento, parte del naso
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19 settembre 2005
Che sconcerto! Noi femministe
consigliamo alle ragazze di far figli
Voglio anch’io contribuire allo sconcerto che pare suscitato dal fatto che donne di sinistra, femministe e per di più convinte che la legge 40 avrebbe dovuto essere abolita
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26 luglio 2005
Il referendum perso ci riporta indietro?
Devo farmi un esame di coscienza...
di Letizia Paolozzi
Bisognerà discutere, nel femminismo, ma anche con quegli uomini che considerano interessante e utile il pensiero delle donne, se il risultato del referendum sulla legge 40 non ci riporti indietro.
Sull'aborto mi hanno "tradita" i più vicini
di Franca Fossati
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25 giugno 2005
Femministe prima e dopo il referendum. Un'associazione per ripensare la laicità
Dea ha partecipato con convinzione (per il "sì") alla battaglia referendaria, ospitando anche posizioni diverse. Riprendiamo il confronto dopo la sconfitta del referendum riproponendo articoli di Lea Melandri e Bia Sarasini pubblicati in questi giorni, e il testo base di una iniziativa per un aggiornamento delle ragioni del laicismo.
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12 aprile 2005
Il papa che avversava la modernità
e amava il "genio femminile"

di Bia Sarasini

I funerali del Novecento
di Lanfranco Caminiti

Ombre di Dio nelle caverne
di Bartleby
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28 marzo 2005
Morire: di chi è Terri Schiavo?
Di chi è Terri Schiavo? Del marito, dei genitori e fratelli, dello Stato, della legge? Oppure di Dio?
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8 dicembre 2004
Vedere e sapere, oltre il velo
Dialoghi tra un filosofo e alcune donne

Una donna, Hélène Cixous, scrive un racconto poetico su una donna – lei stessa – che guarisce improvvisamente dalla sua forte miopia grazie a una operazione chirurgica
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4 novembre 2004
Triangolo imperfetto
The dreamers, l’ultimo bellissimo film di Bernardo Bertolucci, racconta il ’68 parigino attraverso il triangolo amoroso di un fratello, una sorella e un amico comune.

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4 agosto 2004
DeA: perchè siamo per abrogare
totalmente la "legge crudele"
Abbiamo firmato per l’abrogazione totale della legge sulla procreazione assistita.
Non ci opporremo tuttavia ai quesiti referendari “parzialmente abrogativi“ anche se la nostra idea è che questa legge sia proprio da buttare. Tutta.
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24 febbraio 2004
Il libertino Carrère sul TGV
“Facciamo un gioco“ di Emmanuel Carrère, più che un racconto erotico è un testo libertino. Nel quale il linguaggio, grazie alla sua stessa finzione, ricostruisce la realtà. E il fantasma, alleandosi al desiderio, si fa scrittura scenica.
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29 gennaio 2004
Procreazione assistita: tre incontri
sulla "legge crudele" (non solo per le donne)

Questa della procreazione assistita è una legge crudele (come recitava l'invito a aderire alla manifestazione di sabato scorso, voluta da molte parlamentari del centro sinistra).
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4 dicembre 2003
"Diritti" per embrioni e feti al mercato
Questa settimana si torna a discutere in Senato della (illiberale) proposta di legge sulla procreazione assistita. Un articolo di Letizia Paolozzi e due interventi di Franca Chiaromonte e Gabriella Bonacchi
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3 novembre 2003
E a me non piace il duetto Mussolini - Turco
La vicenda delle coppie di fatto ha del ridicolo. Il movimento gay ha – spesso con toni molto intimiditi – fatto osservare che
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17 ottobre 2003
Dove duole la scarpa dello scienziato
Welfare e biotecnologie per soli uomini
Le mail hanno il vantaggio - che tutte e tutti conosciamo - della velocità. Ma sono segnate, anche, dal difetto di arrivare ai nostri indirizzi in un numero infinito.

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8 ottobre 2003
Non torna Lassie. E' agli arresti domiciliari
"E' pericoloso?" "Eh sì, è nell'elenco delle razze". "Che cretino!" Capita spesso di sentire discorsi simili

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17 settembre 2003
Non mettete anche gli anziani in scatola
Quando, in pieno ferragosto, i vecchi escono dall’ombra e dalle analisi degli specialisti, devono “ringraziare“ quel decesso collettivo che in Francia si trasforma in una vera ecatombe.
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24 agosto 2003
Ordine morale contro libertà sessuale a Parigi
Mentre l’estetica e il linguaggio della quotidianità hanno fatto del sesso un ingrediente primario dell’identità parigina alla moda
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31 luglio 2003
Adriano Sofri e le “ Gangs of '68 “
Nonostante siano persone di animo gentile, l’insistenza di Emanuele Macaluso o quella di Alberto Arbasino nel chiedere a Adriano Sofri che si faccia lui stesso promotore della grazia per sé, non mi convince.
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7 luglio 2003
L'omosessualità nel tempo della democrazia globale
Berlino e, una settimana dopo, Roma. Due manifestazioni (diverse, certo, quanto ai numeri :seicentomila la prima e ventimila la seconda) di orgoglio gay. Per ricordare altri tempi, altre imprese. Le imprese (e gli scontri con la polizia di New York) a Christopher Street
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3 giugno 2003
Il Dio delle donne
Sul libro di Luisa Muraro che si trascina dietro il linguaggio materno, l'intelligenza dell'amore e la differenza ragionano Franca Chiaromonte e Rosetta Stella
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10 maggio 2003

La prima porno-femminista?
Si chiamava Lilith e abbandonò l'Eden
All’età di 21 anni, Ovidie ha realizzato più di 40 lungometraggi, è la regista di due film porno e, il 6 maggio 2002, è stato pubblicato, in Francia, il suo primo libro: Porno Manifesto.
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2 maggio 2003
Venite in analisi, vi sentirete normali
" Se continuate a vivere, invecchierete?" "Quando mancate di ossigeno, provate una sensazione di soffocamento?.
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29 marzo 2003
“Nudus“, magazine sessualmente corretto
per libertini raffinati e militanti
Il " retour de l'ordre moral" annunciato dalla sinistra francese alcuni mesi fa ha già trovato la sua controtendenza
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18 febbraio 2003
Oscurantisti, giù le mani da Dolly
Dolly è morta. Aveva sette anni. E' stata soppressa perché "soffriva troppo", dicono i medici
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10 febbraio 2003
Le imbarazzanti verità del nudo
750 donne si spogliano per disegnare un cuore e uno slogan – no alla guerra – su una collina
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8 febbraio 2003
Bioetica: il travaglio della politica
Cattolici e musulmani, credenti e non credenti, ebrei e protestanti, donne e uomini
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12 gennaio 2003
Il valore del seme perduto
“Per fare un tavolo ci vuole il legno/ per fare il legno ci vuole l’albero/ per fare l’albero ci vuole il seme“
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18 dicembre 2002
Mi sento centenaria. Evviva
Quanto è simpatica l’ottuagenaria spot, l’arzilla vecchietta
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17 dicembre 2002
Sul papa e il silenzio di Dio
Perché non riesco a prenderlo sul serio ? Perché questa volta non mi impressiona più che tanto
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7 dicembre 2002
Siamo stanchi dell'aids (noi gay)
Siamo stanchi dell’Aids. Sono quasi vent’anni che se ne parla, quasi vent’anni che prudentemente indossiamo sterili preservativi
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> 3 novembre 2006


Il velo è anche seduzione e differenza
Ma la politica pasticciona non lo vede


Si è riacceso il dibattito sul significato del velo islamico e su eventuali leggi per normarne l'uso. Da segnalare l'intervento del segretario di An Gianfranco Fini sul Corriere della Sera del 25 ottobre, nettamente contrario a ipotesi di legge che limitino la libertà personale e di culto sancite dalla Costituzione. L'argomento è stato affrontato dall'ultimo numero (57) della rivista " Leggendaria" (www.leggendaria.it) dal titolo (s)velate. Con lo stesso titolo una ricca rassegna stampa sul sito della libreria delle donne di milano (www.liberiadelledonne.it)

Che gran pasticcio il velo islamico, quando ci si mette di mezzo la politica. Che segue un suo codice, qui in Italia, pieno di ritualità e luoghi e comuni, senza mai guardare le questioni nel merito. Anche quando si tratta di donne e velo. Allora, inevitabile la solidarietà a Daniela Santanchè, che su Skytv è stata redarguita dall’iman di Segrate Ali Abu Shwaima perché sosteneva con veemenza che nel Corano di velo non si parla. Lite che ha portato minacce alla parlamentare di An, e l’attribuzione di una scorta. Sempre in tv, a Porta a porta, lunedì 23 ottobre Ali Abu Shwaima ha sostenuto «nessuno ha mai pensato a una fatwa». Mentre un riflesso condizionato del genere “noi siamo per la libertà e solidarizziamo con le vittime” porta più o meno tutti e tutte a dire, “siamo contro il velo”.
Ora, avendo molto a cuore la libertà, a cominciare ovviamente da quella di Daniela Santanchè, si può pacatamente dire che tutto sembra molto superficiale, posizione espresse senza vero pensiero, vero discernimento? Compresa l’idea, questa volta di Livia Turco, della lobby rosa sul velo. Cosa significa? Che le donne si devono accordare perché in Italia venga proibito? Ma se le donne al governo, o in generale in politica, fossero in grado di fare lobby non avrebbero obiettivi più immediati su cui far valere la propria efficacia, prima di occuparsi di comportamenti e abitudini di immigrate e immigrati?
Perché da qui bisognerebbe partire. Distinguere, con nettezza, tra chi vive in Occidente e chi abita nei propri paesi. E poi ancora, distinguere, tra paese e paese, tra obblighi e scelte, tra leggi e costumi, tra donne e donne, tra velo e velo.
A me per esempio piace partire da un aspetto dei più controversi, tra Occidente e Islam, la seduzione femminile. Perché in un mondo dove tutto è visibile e mostrato, un aspetto rimane nascosto. Che queste donne, soprattutto queste ragazze, si coprono per non mostrarsi agli uomini. È lo sguardo maschile il pericolo, il giudice che viene fuggito. Tra donne, oltre naturalmente nella casa, il velo non si porta.
Insomma, chi è più seducente? Le ragazze tutte coperte da capo a piedi, di cui si vedono solo gli occhi, o quelle con il pancino scoperto? O non è piuttosto la provocazione, il vero obiettivo? Non lusingare, o sottrarsi, allo sguardo maschile, ma scegliere ciò che più infastidisce: mondo, genitori, insegnanti, in generale i detestati adulti. Perché in un tempo in cui non ci sono a portata di mano rivoluzioni, e il nuovo mondo possibile in questo momento è perlomeno in stand-by, bisognerà avere la buona grazia di capire, che abiti, veli, niqab, come piercing, magliette striminzite e jeans inguinali sono strumenti di una guerra vitale per ogni adolescente, la guerra per la propria identità. E che l’obiettivo, perseguito con ferocia, è proprio quello: farti sobbalzare, metterti a disagio. Sarebbe quasi l’unico modo, dal punto di vista adolescente, di obbligarti a riconoscere la propria esistenza. In verità, suggeriscono le varie tipologie di scrutatori dell’anima, a convincersi ai propri occhi di esistere. Ma oltre gli psicologismi, non sarebbe così difficile accorgersi dell’odio richiedente che traspare dalla determinazione vestimentaria di tante ragazze. Se non ci fosse di mezzo la politica. E la campagna ormai europea che ha fatto del velo il confine simbolico, la sponda della libertà.
Domenica 22 ottobre su Repubblica Nadia Fusini, a proposito Jack Straw, l’ex.ministro britannico che con il suo dichiarato “malessere“ davanti alle donne velate, ha dato il via a questa nuova ondata di polemiche, ha scritto: «A me, che insegno all’università, danno un lieve senso di vertigine le molte ragazze che si presentano a fare l’esame con l’orecchino infilzato nella lingua, un altro nel sopracciglio e un tatuaggio sull’orecchio. Anche in quel caso trovo che il volto sia manipolato in modo sconveniente. Ma non mi sono mai rifiutata di ascoltarle. E se sono preparate, non importa». Insomma, bisognerebbe capire che le donne che fanno appello al free-will, alla libera determinazione per portare il velo, sono parte dell’occidente, esattamente come in nome della stessa libertà si invoca la libertà di muoversi seminude. Lo sono in senso stretto, considerando che si tratta di figlie di immigrati di seconda o terza generazione, ragazze, giovani donne a pieno titolo cittadine del paese dove si trovano. E anche in senso più ampio, perché nel mondo occidentale secolarizzato non ci sono più prescrizioni di carattere sacro per i comportamenti quotidiani. Negli anni cinquanta i cattolici erano tenuti a mangiare- o non mangiare- determinati cibi in determinati giorni, il venerdì magro, digiunare in altri. E, le donne, a vestirsi con modestia. Per esempio non erano ammessi gli abiti senza maniche -sempre, non solo in chiesa. Perché sacro e vita erano un’unica cosa. Come è ancora per l’Islam, ma anche induismo, ebraismo, per esempio. Per cui cibo, abiti, coperture –anche maschili- abluzioni, sono parte di un sistema di norme che presiede a tutta l’esistenza.
In questo senso considerare il velo, l’hijab come uno dei molti modi in cui le donne –in occidente- scelgono di vestirsi, di ornarsi, mutevole, come sono mutevoli tutte le mode femminili, sarebbe un modo per depotenziare il conflitto. La parola d’ordine sarebbe: secolarizza. Una via, in realtà, che incontra molti ostacoli. Il primo è politico. Il radicalismo islamico, soprattutto nella versione terrorista, ha fatto deflagrare la questione dell’immigrazione. Che per molti aspetti ormai viene trattata come questione di politica estera. E per questo si perde il lume della ragione. Per cui, a proposito del velo, non si sa più distinguere chi impone –per legge- a chi e che cosa. In Europa portare il velo non è un obbligo, mai. Certo, ci può essere una costrizione familiare, ma su questo si può vigilare con attenzione. E, se necessario, intervenire.
Il velo, nelle sue diverse accezioni, in realtà è obbligatorio – e non portarlo vuol dire andare incontro a punizioni gravi- solo in alcuni paesi islamici. L’Iran, e l’Arabia Saudita. Con alcune importanti differenze. Che in Arabia Saudita le donne sono completamente coperte, compreso il volto, e non possono fare nulla, in pubblico. In Iran il chador lascia scoperto il volto, e soprattutto le donne studiano, si muovono, guidano l’auto. In Europa l’obbligo –in Francia è già in vigore, nei luoghi pubblici- è a rovescio, ovvero il divieto di portarlo. Si combatte per il velo, dall’una e dall’altra parte, a colpi di legge? Come mai non si vede, in Occidente, che in questo modo si sconfessa quello che sarebbe un proprio principio fondamentale? Cioè la libertà?
Ma, si dice, il velo è sempre una costrizione. Una prigione mobile, che aderisce al corpo. Non si può ammetterlo, mai. Nessuna donna può portarlo per scelta. E che ne facciamo della riconoscibilità, quando il volto è coperto? In effetti, se lo si volesse, gli accorgimenti per permettere l’identificazione certa sono sempre possibili, basterebbe disporre che ci siano donne a presiedere a queste operazioni e nessuna musulmana avrebbe difficoltà a mostrarsi.
È che qui si rivela l’altro grande ostacolo. Oltre il conflitto, percepito e praticato come una guerra tra stati, dimentichi quindi dei cittadini, di origine immigrata ma interni, il punto, l’ingombro è il corpo. Il corpo femminile, ma anche le differenze tra donne e uomini. Perché i paesi islamici, ma in generale tutti i paesi extraeuropei, propongono una diversa esperienza delle differenze tra uomini e donne. Che invece di essere cancellate, in nome dell’uguaglianza della modernità- vengono esaltate, naturalmente nella chiave di un patriarcato quasi sempre dispotico. È come se il velo –e non solo- diventasse il memento costante del fatto che uomini e donne sono diversi. Inaccettabile, nel mondo dell’universalismo neutro. Dell’uguaglianza di principio se non nei fatti. È come se gli operai andassero ancora in giro con le tute blu. Il mondo dell’immagine ha omologato tutto, -tutti e tutte- in un indistinto universo di consumatori più o meno casual, proprio come prevedeva Pierpaolo Pasolini.
Ora, penso che sia questo che rende insostenibile –fino al punto di portare a veri e propri sragionamenti- la presenza del velo nelle società occidentali. Ricorda la differenza, donna e uomo. Una differenza che, anche nello spazio pubblico dell’ Occidente, è tuttora gerarchica, organizzata intorno a quella persistente, ancorchè arcaica, formazione sociale che è il patriarcato. Un pugno allo stomaco per chi è convinto – o convinta- nell’affermazione compiuta della democrazia ugualitaria.
Un punto di vista da cui la politica, che sempre più si rifugia nelle semplificazioni, si tiene lontano come la peste.

Bia Sarasini



Voglio il velo e anche la libertà
mia e delle altre donne


Cara redazione donnealtri,

per prima cosa vi ringrazio per il vostro lavoro: del vostro sito apprezzo soprattutto gli articoli dedicati a libri e cultura, ma anche quelli dedicati al tema "noi-altro" in generale.

Ci tenevo a farvi sapere che tra le vostre ammiratrici ci siamo anche io e due mie amiche, donne che, nell'immaginario comune, non appartengono certo ad una platea "femminista": infatti, siamo musulmane, più precisamente convertite. E c'è di più: portiamo anche il velo, per assoluta scelta personale, e nonostante il parere negativo di familiari, datori di lavoro e società in generale.

E ciò nonostante, non mi sembra paradossale definirmi una donna che lotta, a modo suo, per i diritti delle donne. Abbiamo organizzato campagne contro l'infibulazione, la violenza casalinga e i cosiddetti "delitti d'onore", e stiamo lavorando ad un progettto con donne e uomini di religione musulmana che si chiama all'incirca "niente onore nella violenza" (viviamo in germania, perciò il titolo è in tedesco).
Io, personalmente, non vedo nulla di contraddittorio nell'essere una donna velata e definirmi libera, e persino emancipata; ho un posto di lavoro di cui sono soddisfatta e un matrimonio in cui io e mio marito siamo assolutamente "paritari". E sono contro qualsiasi costrizione, sia essa una costrizione nel coprirsi o nello scoprirsi.

Ora, io non pertendo che il mio modello di femminilità debba essere l'unico, e sarei pronta al dialogo con le ultra-femministe, e anche all'accettare le reciproche differenze. Quello che a volte mi disturba nel movimento femminista (ma che non ho rilevato nel vostro sito, se non sporadicamente) è la supponenza nel credere di avere in mano l'unica via non solo all'emancipazione, ma anche alla felicità delle donne. Ho viaggiato in lungo e in largo nei paesi islamici (anche se devo ammettere di non essere mai stata in Afghanistan o in Pakistan, dove la situazione femminile è in effetti disastrosa) e ho incontrato donne colte e sotto ogni aspetto "libere" che per questo non rinunciano alla loro religione - anzi, molte vedono la chiave della loro felicità proprio in questa religione.

E' giusto che le femministe occidentali lottino perchè le afghane non siano obbligate ad indossare il burka; ma perchè non degnano mai di uno sguardo quelle giovani tunisine che, scegliendo di portare il velo, vedono negato il loro diritto all'istruzione pubblica? O addirittura vengono picchiate dalla polizia all'entrata della scuola (succede all'inizio di ogni anno scolastico, ve lo giuro!). O perchè non si sente mai una parola in difesa di quelle giovani insegnanti, avvocate, dotoresse, a cui viene negato un posto di lavoro a causa dell'hijab? Accade sempre più spesso, qui in Germania. Conosco una giovane indonesiana, ingegnere elettronico laureata a pieni voti, che viene convocata ad ogni colloquio di lavoro perchè sul C.V. ha una foto senza velo, e puntulamente viene rifiutata quando viene vista di persona. A volte le viene detto esplicitamente: peccato, lei ha delle ottime qualificazioni; saremmo in effetti ben contenti di assumerla se si toglie il foulard...Ovviamente, lei rifiuta.

Nessuna femminista qui dice una parola in difesa di questa donna, che non dal marito (non è neppure sposata) viene condannata a restare ai fornelli, ma da grandi società occidentali.

E poi un'ultima nota: se una donna decide pure, di sua spontanea volontà, che preferisce i fornelli (e la lavatrice, e i pannolini..), chi sono io per giudicarla, dire che é meno libera, meno consapevole, o meno felice?

Mi scuso per la lunga mail, che non voleva tanto essere uno sfogo o una critica, ma prima di tutto un complimento...ma, sapete, a volte gli sfoghi vengono spontanei!

Cari saluti,

Silvia





La "cura della vergine" e altre storie

Questa rubrica è uscita su "Europa" l'1 novembre 2006

Waelal-Husseini è un leader di Hamas e dirige in Cisgiordania una madrassa. Ha due mogli. La prima, Alia, gli ha dato sei figli e vive con lui da vent’anni. Con la seconda, Khulud, sposata solo due anni fa, ha avuto un bambino che ora ha sei mesi. Le due donne vivono nella stessa casa, la prima al piano terra, la seconda al piano superiore. Lui, il marito, dorme alternativamente con l’una e con l’altra, e dice che la loro gelosia lo tiene vivo e gli permette di mantenere il controllo. Questo e altro della poligamia ci racconta Christine Toomey, dopo essere vissuta come ospite in casa Husseini, in un reportage pubblicato sull’ultimo numero di Repubblica delle donne. Durante il soggiorno della giornalista, Waelal viene arrestato e le due mogli aspettano il suo ritorno. Solidali con il suo impegno politico, comprensive, pur condannandolo, del terrorismo kamikaze. E, tacitamente e dolorosamente rivali, nella casa a due piani.
“Le vergini non curano l’Aids. E’ un mito”, così sta scritto sulle magliette distribuite in Zimbabwe dalla Ong fondata da Betty Malioni, la Girl Child Network Project, che combatte lo stupro sulle bambine e sulle neonate praticato da uomini che credono in questo modo di combattere la malattia. Il mito della “cura della vergine”, ci ricorda Monica Ricci Sargentini sul Corriere della sera (26 ottobre) nacque in Europa nel XVI secolo e si diffuse nell’Inghilterra vittoriana contro il diffondersi della gonorrea e della sifilide. Fu importato in Africa, insieme alla sifilide, dalle truppe di ritorno dalla seconda guerra mondiale.
Così alcune storie, tra le tante, sulle femmine del mondo.
Da noi intanto si scrive moltissimo sul velo islamico. Tanto che sul sito www.libreriadelledonne.it con il titolo s-velate viene proposta un’antologia di articoli tra i più significativi. Secondo Bia Sarasini (www.donnealtri.it) c’è però un aspetto sottovalutato: il fatto che questa copertura, quando è scelta liberamente, soprattutto dalle più giovani, si propone come sfida e provocazione al mondo adulto. Come gli ombelichi scoperti, i piercing e i jeans inguinali. Sono tutti “strumenti di una guerra vitale per ogni adolescente, la guerra per la propria identità”. Ma Silvia Grilli, su Grazia, non è dello stesso parere: il velo, (quello integrale), se esibito in Occidente, “è segno di reclutamento da parte di un islam cupo e totalitario”. Ritanna Armeni considera questo dibattito sostanzialmente ipocrita, visto che in Italia sono poche migliaia le donne che portano il velo e pochissime quelle che si coprono il viso. Perché nessuno, proprio nessuno, scrive l’Armeni, osa invece rimettere in discussione la legge 40 sulla fecondazione assistita? Una legge che, come conferma la recente sentenza della Corte costituzionale, vietando la diagnosi preimpianto obbliga la donna “o a correre il rischio di un figlio gravemente malato oppure ad abortire dopo qualche settimana di gravidanza” (Liberazione, 29 ottobre). La contrapposizione, che pare azzardata, vuole stanare l’interessamento non disinteressato di quanti fanno i paladini delle “altre” sorvolando sui divieti imposti alle “loro” donne. Resta il fatto che alle “altre” può essere vietato (dal marito o dall’iman) non solo scoprirsi il capo, ma anche recarsi da un ginecologo di sesso maschile.

Franca Fossati






Caro "manifesto", c'è poco da ridere

Questa rubrica è uscita su "Europa" il 25 ottobre 2006

Mi dispiace, caro Alessandro Robecchi: quel che riguarda la signora Santanchè non “appassiona soltanto gli amanti del gossip e gli altri clienti del Billionaire” (Il Manifesto 24 ottobre). A me, ad esempio, interessa molto che un’onorevole di AN, se pur munita di tacco a spillo (come ricorda un po’ acidamente Ida Dominijanni sempre sul Manifesto), si batta contro il velo imposto alle donne musulmane. Se non fosse stata lapidata in Iraq una ragazza accusata di adulterio, se non fosse stato ucciso in Olanda Theo van Gogh per aver diretto un film sull’oppressione della donna musulmana, se la sceneggiatrice dello stesso film, Ayan Hirsi Ali, non fosse stata minacciata di morte, se una ragazza pakistana qui da noi non fosse stata uccisa dal padre perché non si comportava da buona musulmana, se in nome di Allah non fossero sgozzati inermi rapiti in Iraq e altrove, se su una frase del Papa cattolico non si mobilitassero gruppi minacciosi nel mondo islamico, se un professore francese non fosse stato minacciato di morte per aver criticato il Corano, se insomma non vivessimo nel mondo post undici settembre, lei, Robecchi, potrebbe tranquillamente ironizzare su uno scontro televisivo riguardo al velo islamico tra una deputata e un iman. Potremmo buttarci dietro le spalle anche questa, come scrive Monica Lanfranco su Liberazione (24 ottobre), oramai abituati a una tv dove ogni giorno lo spettacolo, spesso costruito ad arte, degli insulti reciproci alza gli indici di ascolto. Potremmo, se nella successiva puntata di Porta a porta non avessimo visto una combattiva fanciulla dal viso d’angelo rifiutarsi di dare un giudizio sulla lapidazione delle adultere, perché “se è legge di Dio non si può discutere”. (A proposito di “valori non negoziabili”!)
Prendiamone atto, caro Robecchi: nel mondo libero siamo molto meno liberi di prima. Meno liberi noi indigeni di parlare del Corano e di sfottere la Santanchè. Meno liberi anche gli iman di giudicarci ignoranti.
E sono meno liberi anche quegli arabi, come l’algerino-francese Cherif intervistato da Florence Beaugé del Monde (articolo tradotto su La Stampa del 22 ottobre), che digiuna al Ramadan senza credere all’Islam e dice: “ Per l’Occidente gli arabi si dividono in due categorie e due soltanto: o sei un potenziale terrorista seguace di Bin Laden o sei un musulmano immigrato assimilato. Il ‘terzo arabo’ , il laico, che pensa alla modernità, che accetta la propria sessualità, che riflette sulla sua religione, non lo vuole nessuno”.
Meno libere noi donne, soprattutto. Anche di discutere del velo e della sua parentela con il dominio maschile “su cui si sono costruite le società umane sotto qualunque cielo”, come ha fatto Lea Melandri su Liberazione del 18 ottobre. Meno libere perché costrette all’abbraccio soffocante di quanti si ergono oggi, nel nostro mondo, a tutela della libertà femminile che hanno negato fino a ieri.
Continuo a credere che la via di uscita, se non ci si vuole iscrivere al partito dei rinfocolatori dello scontro di civiltà voluto dall’islam fondamentalista, sia quella dell’alleanza con le donne che qui da noi vogliono sfuggire all’oppressione religioso-patriarcale e con quelle che nei paesi islamici resistono alla sharia. Se non saranno le donne dei paesi islamici a riaprire spazi di libertà anche per noi, chi lo farà? I marines?

Franca Fossati







> da leggere


Voglio il velo, e la libertà mia e delle altre
una lettera firmata a DeA

La "cura della vergine" e altre storie
di Franca Fossati

Caro "manifesto", c'è poco da ridere
di Franca Fossati