locale / globale
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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 9 giugno 2003


Quanto valgono i "sì" e i "no"
nella guerra dei sessi?

Come vanno le relazioni tra uomini e donne ?
Male, anzi malissimo, secondo Elisabeth Badinter, autrice di libri importanti, scritti da storica e da femminista ( “L’Amour en plus“ e “L’un est l’autre“ battono e ribattono sull’universalismo, sulla battaglia per l’eguaglianza dei sessi ). Vanno malissimo queste relazioni a causa di un certo femminismo, che si è incamminato da dieci, quindici anni lungo una strada sbagliata. Appunto su una “Fausse route“.
Il femminismo è quello “della differenza“ . Rifiuta le quote, le discriminazioni positive, le pari opportunità. Invece di lottare per salario uguale o per una presenza meno avvilente (numericamente) del proprio sesso nelle istituzioni, si rintana in una comunità femminile, separata. Nel “tra donne“. stare insieme, separate, tra donne. Coraggiosa Badinter. Capace di affrontare la polemica, a costo di risultare antipatica a molte sorelle di sesso. Tu confondi le posizioni ; non distingui ; distribuisci colpe a chi non ne ha , le ribattono. Ma l’argomento, il tema, il dannato problema del rapporto tra i sessi è sul tappeto. In Italia a riprenderlo, in una discussione pubblica che probabilmente avrà un seguito, sono stati, tra gli altri, Eugenio Scalfari e Paolo Mieli.
Dunque, i guasti sono (sarebbero ?) cominciati quando il femminismo ha proclamato : Siamo vittime della sessualità maschile che è sempre e comunque stupratrice .
La sessualità maschile è troppo violenta . Tra noi (femmine) e voi (maschi) nessuno scambio, rapporto, relazione.
E’ qui che entrano in scena le teorie “radicali“ di alcune studiose americane che avrebbero corrotto il femminismo universalistico francese .
Primo esempio . Lui chiede : Facciamo l’amore ? Lei declina l’invito. Evidentemente, lui non deve insistere : “Un no vuol dire no“. Punto e basta. Riaccompagnami a casa e amici come prima. Ma se per caso lui intigna e lei ci sta ? Quel sì di lei , in realtà, vuol dire no giacché “cedere non è consentire“. Se poi lui, a forza di intignare , brandisce armi psicologiche più o meno subdole del tipo “Ti desidero “, “Sono pazzo di te“ , è chiaro che il sì di lei è stato strappato con la forza (dell’inganno).
Consenso femminile uguale “coercizione sessuale psicologica“. Solo la legge può fare ordine e distribuire giustizia. Alla vittima. La via “legale“ alla sessualità è tracciata.
Secondo esempio. Un maschio e una femmina guardano la televisione. Lui comincia a eccitarsi cincischiando con la chiusura lampo dei pantaloni della ragazza. La ragazza non ha voglia di fare l’amore. Per comunicare la sua mancanza d’entusiasmo, in un ultimo sforzo consiglia : Se proprio vuoi, usa almeno preservativo“. Lo gnoccolone interpreta la frase come un sì . Invece, è un no. Davanti alla televisione, con o senza preservativo , il sì è stato strappato a forza.
Se fosse così (ma non è proprio così), la glossa di MacKinnon e Dworkin sarebbe terribile. E certo, ha aperto un varco ad una serie di eccessi giudiziari (anche uno sguardo è sufficiente per cadere nel “visual harrasment“, nello sguardo “ troppo insistente“).
Però le violenze, le aggressioni sessuali sono tangibili. La società occidentale – e tralasciamo volutamente, perché non ci basterebbero le lacrime, ciò che avviene nel mondo islamico o in Cina - fatica a prendere coscienza della gravità di questo genere di crimini . Addirittura c’è chi (uomini ma anche donne , spesso mogli e madri che difendono i loro maschi ) li “perdona“, considerando questi crimini espressione di una “naturale virilità aggressiva“.
La storia si complica. E comunque, la semplificazione di “un no vuol dire no“ e di “un sì vuol dire sì“ elimina dal gioco sessuale tra uomini e donne qualsiasi mascheramento, sottinteso, ondeggiamento del desiderio. Una noia terribile. Soprattutto per quelle che dicono sì e no insieme. Saranno delle sciagurate che obbediscono alla volontà dominatrice maschile, ma di donne così ne conosco.
Per tornare a Badinter, la sua accusa è che il femminismo francese, influenzato dalle americane (altro che contenzioso Bush-Chirac), ha eretto nuove frontiere contro i maschi. L’accettazione del fazzoletto islamico nelle scuole (1989) e l’ iscrizione, per giustificare una discriminazione positiva, della differenza dei sessi nella Costituzione francese (1999) , hanno battuto i primi rintocchi della campana a morto per i maschi .
Tuttavia, come va intesa “ la differenza “ ? Come un dato anatomico o come una costruzione simbolica, sociale ? Possibile che gli uomini siano violenti per via di ciò che distingue il loro corpo (e che è visivamente rappresentato nella divisione delle toelettes tra signori e signore ) dal corpo femminile ? Possibile che le donne non siano violente (basta leggere “Donne contro donne“ di Phyllis Chesler, prefazione di Anselma Dall’Olio) ?
Giuliano Amato ha tracciato (sul Sole 24 Ore del 1 giugno 2003 ) una bella metafora della differenza , paragonando la Costituzione europea a una donna di cui si era innamorato, salvo scoprire che quella donna, come nel film di Neil Jordan, diventa di botto un maschio, cioé un Trattato.
Per tornare a Badinter, la sua previsione è che le relazioni con gli uomini si stiano deteriorando. Con il risultato di maschi chiusi a riccio a difendere il proprio potere e di donne che con gli uomini non prendono nemmeno un caffé.
Non so se questa previsione sia esportabile . In Italia, comunque, la discussione è aperta. Non che Scalfari o Mieli sottoscrivano le analisi della studiosa francese. D’ altronde, qui non è stata imboccata la via forcaiola alla sessualità . Fioccano le raccomandazioni maschili gentilmente offerte al sesso femminile . Però non si riesce a capire se questi uomini ravvisano una distanza, una separazione prima di tutto simbolica, tra i due sessi. Se la cosa gli piace, gli dispiace, se sono indifferenti. E se tutto dipende dalla “strada sbagliata“ imboccata dalle femministe . O non ci hanno messo del loro anche i maschi.

Letizia Paolozzi




Diario sullo stato dell'unione (femminista)

Stati generali del femminismo italiano, non tutto ma di una gran parte di esso, a Firenze dal 23 al 25 aprile scorso. L’occasione è stata fornita dal convegno organizzato dalla SIL (Società italiana delle letterate) e dall’associazione fiorentina Il giardino dei ciliegi, titolo: “Metamorfosi. Movimenti, soggetti, interazioni”. A sua volta lo spunto era stato dato dalla pubblicazione del nuovo saggio di Rosi Braidotti “In metamorfosi. Verso una teoria materialista del divenire”, che io leggo in parte la notte prima di partire: ne comprendo – il saggio è corposo e impegnativo su molteplici fronti - il tentativo di una messa a punto sistematica delle principali teorie internazionali del femminismo, un riposizionamento della teoria di Braidotti dedicata al “soggetto nomade” (uomo e donna multicentrici, che si riposizionano continuamente nel presente, forti di una identità che parla molti linguaggi e si oppone con determinazione ai poteri prevaricanti, alle restrittive categorie di bene e male) alla luce dei conflitti degli ultimi anni. Non è lettura di una sola sera, occorrerà tornarci con più calma e leggerlo a piccoli sorsi, per cogliere meglio i nessi tra Deleuze e Negri, tra Irigary e l’immaginario cyborg.
A Firenze siamo davvero molte, forse duecento, e questa è la prima cosa che mi colpisce: evidentemente siamo in tante a volerci misurare con la complessa lettura del presente, a chiederci quanto il cammino del femminismo pesi oggi dentro la società, a misurarne limiti e difetti. Non proverò nemmeno a riassumere la varietà e il numero dei temi toccati a Firenze, tantomeno degli interventi, non ne sarei capace e sicuramente seminerei il torto. Scelgo la linea del diario minimo e del confronto con la cronaca scorsa intorno a noi.
Venerdì. Sul mio quaderno ritrovo alcune battute di Braidotti e altre. E’ lei a dire che la politica del femminismo ha insegnato a costruire reti, a fare “case e campi base”, a preferire le zone di scambio e transizione alla rigidità, leggo che le ultime generazioni di donne hanno però “fallito nel tenere aperti i confini della negoziazione”. Mi chiedo cosa non abbiamo saputo negoziare come donne: le modalità dello stare in politica, le regole d’accesso al salotto buono dei maschi? Paola Bono insiste sulla differenza sessuale come “dinamica che produce cambiamento costante”, del “mondo del due come porta della molteplicità”, di “elementi identitari da riattraversare”. Anna Maria Crispino ha scelto come titolo del suo intervento “Cosa siamo diventate” e dice che i nodi della discussione riguardano soggetto e identità, che “il disagio dell’emancipazione si è tradotto in una pericolosa tendenza al neutro”. Maria Nadotti, che di Braidotti ha curato e tradotto il saggio, è appena tornata da un seminario di scrittura a Ramallah e sostiene che “le donne fanno da pretesto a ogni azione di guerra”. Le ultime parole che mi colpiscono oggi sono quelle di Ornella De Zordo, che racconta del seminario delle donne dei movimenti, tenutosi sempre a Firenze nei giorni scorsi: quale visibilità per le nostre pratiche politiche – si domanda - ? come ci collochiamo dentro il panorama del movimento? Riusciamo a passare efficacemente da un luogo all’altro? La sera tardi leggo i giornali in albergo: sul “Manifesto” Stefania Giorni racconta del Papa che attacca la legge 194 e che si riferisce così alle donne del Movimento di Carlo Casini: “difendere l’alleanza tra donne nel segno di un nuovo femminismo che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli maschilisti, sappia riconoscere ed esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile”. Anche io, che del movimento di Casini non faccio parte, mi sento chiamata in causa in quanto femminista. Vecchia o nuova non saprei dirlo nemmeno io, ma è certo che al Papa qualcuna dovrebbe proprio rispondere.
Sabato. Mattinata dedicata ai workshop. Io partecipo a quello che discute di donne e globalizzazione: più della altre viene fuori la questione dei diritti, particolarmente in relazione alla vita delle donne nel sud del mondo. Sarà ancora vero – dice qualcuna – che la nostra libertà non va a braccetto con il diritto? Anche in Italia, ricorda Maria Grazie Campari, le donne sono fatte fuori dalla contrattazione e perdono diritti sul lavoro: “occorre ricostruire il soggetto politico complesso che tiene conto delle differenti esperienze di vita e prova a incontrare il maschile ormai all’angolo”. Già, il maschile: oggi ci ho pensato leggendo sul Corriere della Sera del ministro della Salute Girolamo Sirchia, che partecipando alla Giornata nazionale del Sollievo ha pianto ricordando l’agonia della madre privata di analgesici adatti a darle una morte meno dolorosa; lui ammette che non ha avuto il coraggio di vederne la fine. Promette che l’Italia farà maggiore uso di morfina per i pazienti terminali, ma continua a disapprovare l’eutanasia. Magari mi sbaglio, ma certo questo pianto non mi sembra strumentale: il ministro Sirchia mette in gioco se stesso toccando un argomento delicato con modalità femminili, intreccia pubblico e privato, il suo pianto me lo fa sembrare più vicino. La sera, confesso, l’unica donna di cui bramo leggere qualcosa è la pm Ilda Boccassini, che ha fatto in aula la prima parte della requisitoria del processo Sme.
Lunedì mattina, a convegno finito, vedo che Il Corriere della Sera dedica una pagina al nuovo femminismo: diverso da quello a cui faceva riferimento il papa due giorni prima, ma sempre definito nuovo. Alessandro Trocino scrive di Elisabeth Badinter e di “Fausse route” (ne ha parlato in questo sito Letizia Paolozzi), del fallimento della politica delle quote, delle donne che lavorano “sul dialogo” e non più sulle rivendicazioni. Io non mi riconosco in nessuna di queste “nuove” categorie, ma non ha importanza, l’argomento ha avuto dedicata una intera pagina.
Nel puzzle di quanto scritto finora mi sembra che la vivacità dentro i movimenti delle donne sia brillante e molteplice, che i media se ne occupano più di una volta, anche sbagliando il tiro. Credo però che l’affermazione spesso troppo qualunquista dei principi del femminismo, la permeabilità delle sue pratiche e non ultima la scarsa rilevanza nei luoghi del potere, sia una questione di linguaggi: tra noi donne, ancora incapaci di fare gruppo al di là delle differenze quando bisogna lottare per vincere; e con il mondo del maschile per comunicare e quando serve mediare. Se non saremo in grado di affrontare questi ostacoli, a quelle di noi a cui interessa rimarrà la felicità della pratica con le donne, la frequentazione dei luoghi esclusivamente declinati al femminile, la perenne battaglia per una briciola di potere e/o affermazione di sé nei luoghi e nelle pratiche del maschile. Dimenticavo le donne più giovani: a Firenze alcune di loro hanno detto di non capire quello che stavamo dicendo, ci hanno chiesto cosa “fu” il femminismo. Occorre sbrigarsi e aprire anche il fronte interno.

Monica Luongo




Maschi alle prese con il "divenire-donna"
del mondo

Nell’ormai famoso libro sull’”Impero” Antonio Negri e Michael Hardt dedicano pochi passaggi all’esistenza delle donne (bisogna cercare con attenzione una nota per trovare un interrogativo di più ampio respiro sul rapporto tra lavoro e donne, ma è un’ipotesi, appunto, appena annotata): appaiono per lo più affascinati dalla prospettiva del formarsi di un nuovo superuomo grazie alle protesi macchiniche che possono trasfiguare il corpo umano. Il cyber-femminismo di Donna Haraway, e Nietzsche, ambiguamente, insegnano. Negri, però, traduce un saggio di Rosi Braidotti che compare, centralmente, nel nuovo numero della rivista “Posse” - da lui diretta con Antonio Conti - interamente dedicato al “divenire-donna della politica”. Vi si trovano materiali molto diversi: racconti personali, esperienze di lavoro e di conflitto (importante e interessante quella descritta da un gruppo di giornaliste della Rcs, in dura polemica con la Fnsi), testi teorici, manifesti di gruppi di giovani donne più o meno impegnate nel “movimento dei movimenti”.
Domina qui una “genalogia” teorica maschile e femminile che può essere sommariamente riassunta: i testi di Deleuze e Guattari, che nel loro “Mille piani. Capitalismo e schizofrenia” parlano a un certo punto di un “divenire-donna” come “chiave degli altri divenire”; i testi dei post-operaisti italiani (Marazzi, Virno, lo stesso Negri) che invitano al racconto, alla inchiesta, alla “con-ricerca”, come pratica politica fondante di nuova soggettività, e insistono sul linguaggio (quindi sulla relazione) come mezzo fondamentale di “produzione”; i testi di femministe come Braidotti e Haraway, che giungono a conclusioni di “genere”, ma appunto “generali”, sul valore delle differenze nel mondo culturalmente e tecnologicamente ibridato in cui ci capita di vivere. Una fonte più occulta (per esempio nel caso di Marazzi) è il pensiero italiano della differenza: ma solo in uno degli scritti vengono citate le ricerche sulla femminilizzazione del lavoro della Libreria delle donne di Milano.
Di tutto ciò forse varrebbe la pena di discutere più approfonditamente in un’altra occasione: il materiale è vario e ricco, anche se ci ho visto il rischio ricorrente di una perdita del valore centrale (simbolico, conflittuale ecc.) della differenza sessuale rispetto ad altre “differenze” (indicativo è l’uso invalso in molti testi di risolvere le desinenze delle parole che indicano maschile e femminile con l’unico carattere della “chiocciola” di Internet:@. Un nuovo “neutro” tecnologico?), e qualche semplificazione pratico-politica. Per es. il salario di cittadinanza come risposta semplice e esauriente a contraddizioni molto complesse sul piano del lavoro, della vita, dei conflitti tra desiderare, essere, avere.
Qui voglio solo sottolineare la stranezza del fatto che non c’è nella rivista – a parte la traduzione di Negri – alcuna interlocuzione maschile. Unica significativa, e penso voluta eccezione, due poesie di Nanni Balestrini che aprono e chiudono il volume, certo con riferimenti indiretti al femminile (nel primo testo, moltissimi modi di cucinare la signorina Richmond…). In questa poesia ho letto l’evocazione di una dismisura maschile di fronte a qualcosa che sta accadendo da molto tempo nel sesso di fronte a noi, e quindi nel mondo. Questa dismisura assume ora il segno della rimozione e del silenzio, talaltra quello di una vampiresca appropriazione di nuovo pensiero, e ancora il tono inconsapevolmente infantile di una richiesta perentoria di aiuto. Quest’ultimo è il caso – con rispetto parlando – della nota di Eugenio Scalfari sull’ultimo numero dell’Espresso. Scalfari cita il libro di Elizabeth Badinter e il dibattito che ha suscitato in Francia (ma già si sta allargando al nostro paese) sulle colpe di un femminismo che, chiuso in un separatismo vittimistico, produce un “ritorno all’indietro” della condizione della donna, colpevolizza i maschi e non trova più presa sulla società. L’ex direttore di Repubblica in parte non è d’accordo con questa analisi, però accusa le donne di giocare “in difesa”, o di avere invece introiettato gli stessi difetti maschili nella ricerca del successo e della “carriera” . Le esorta quindi, soprattutto le più giovani, a rilanciare i “valori” del femminismo”, il primo dei quali è “il rifiuto del potere fine a se stesso e della violenza di cui ogni potere fine a se stesso è portatore”. Questa impresa sarebbe stata “lasciata a metà” dalle madri e dalle nonne: è tempo che le figlie e nipoti si rimettano in marcia. Però mi chiedo: come mai un maschio intelligente come Scalfari non sente il bisogno di spendere una sola parola su come lui e i suoi – e miei – fratelli di sesso vivono questi “valori” e disvalori?

Alberto Leiss




Se gli uomini di partiti e movimenti
avessero il piede leggero di Beckham

Le accuse lanciate da Elisabeth Badinter (in “Fausse route“), ammesso che reggano per la Francia, dove a suo avviso una visione manichea riconduce le donne alla condizione di vittime e gli uomini a una disperata umiliazione, per l’Italia proprio non reggono.
Se il “separatismo“ sarebbe la causa di tutti i mali, abbiamo pronti due esempi di “non separatismo“ : l’agorà (che si è tenuta nella prima decade di maggio) delle donne Diesse a Roma e l’incontro a Firenze (in vista del Forum Sociale europeo dell’autunno prossimo) di collettivi, reti, associazioni, singole donne.
Il metodo, è vero, l’hanno preso a prestito dal femminismo . Mettersi insieme, tra appartenenti allo stesso sesso, per fare politica. Però gli uomini non sono tenuti a distanza. Non vengono esclusi. Non li si considera nemici.
“Il maschile come valore“ , vecchio assunto contestato dal femminismo, non fa problema.
Anzi. La lettura di ciò che sostengono “attiviste“ del movimento dei movimenti su “Global“ dice apertamente di preferire “le soggettività in trasformazione“ (e chi saranno mai ?) agli stereotipi del “tipicamente femminile“ (trattasi, forse, delle veline ?) Meglio la moltitudine (di Toni Negri e Michael Hardt) del pensiero della differenza dei sessi (della Libreria deelle donne di Milano).
Eppure, questa categoria antichissima della differenza dei sessi è tornata in gioco. Molto, molto rivisitata. Giacché i ruoli sociali non son più quelli delle “neiges d’antan“. Fisiologicamente, non siamo cambiate/cambiati tuttavia, oggi, i ruoli li guardiamo differentemente. La sottomissione femminile e la dominazione maschile sono scosse .
Solo che, in contesti diversi – dai partiti ai movimenti – resta debole la capacità di fare i conti con il maschile (inteso come burocrazia, assemblee plenarie, coordinamenti, passerella di leader, e regole, procedure che non limitano ma anzi, confermano il potere).
All’appuntamento romano ad ascoltare le donne c’era tutta la nomenklatura : da Massimo D’Alema a Piero Fassino a Giovanni Berlinguer a Gavino Angius . Barbara Pollastrini ha inneggiato alla forza femminile . Enrico Morando (area liberal) ha ribadito : si tratta di una presenza non solo quantitativamente ma qualitativamente diversa. La sociologia si è meravigliata dei passi avanti compiuti dalle donne nel lavoro.
Conferma Marina Piazza (“Le trentenni Fra maternità e lavoro alla ricerca di una nuova identità “ ): “Anche all’interno della nuova organizzazione del lavoro qualcosa, seppur lentamente, comincia a muoversi. Oggi la negoziazione che avviene all’interno della famiglia tra i suoi membri, preme anche sulle azienda“.
Una sorta di negoziazione, di scambio, anche nella politica ?
D’Alema ha riconosciuto la qualità di una discussione che non finisce con le dita negli occhi (o con la difesa dello status quo, della vecchia foto di leader perplessi sotto l’Ulivo). Fassino ha promesso un maggior numero di donne proprio sul terreno decisamente monosessuato – e politicamente omosessuale – della rappresentanza politica. Le modifiche dell’art. 51 dovrebbero migliorare il numero delle elette al parlamento. Insomma, a sinistra, i maschi non si comportano come i tamarri di “ Velocità massima“.
Tuttavia, la selezione e i criteri di valutazionee continuano ad essere elaborati da loro. Come che sia, quote, pari opportunità, non rovesciano quei criteri. Gli uomini insistono nel fare un uso simbolico della differenza. Si considerano comunque i migliori. E non si capisce mai se lo sono veramente o se dipende dal posto che occupano (da sempre) nelle gerarchie sociali. Risultato, messo in rilievo dall’esperto in comunicazioni Klaus Davi, il partito dei Democratici di sinistra è quello con il più alto numero di donne. Ma è anche quello con il linguaggio (degli uomini e delle donne) più indecifrabile, meno comprensibile a chi non fa politica di professione.
Passiamo a Firenze, dove veniva considerato “interlocutore privilegiato“, il movimento dei movimenti. Le donne che hanno scritto il documento preparatorio riconoscono di avere obiettivi comuni. Tuttavia “ l' azione dei femminismi esistenti è stata finora debole“. Dipenderà dal fatto che il movimento dei movimenti “ è comunque attraversato da strutture patriarcali “ ? Anche qui, il modo di stare insieme, di organizzarsi, di pensare e praticare la politica, non è in mani femminili.
Quanto al linguaggio della politica segue lo schema della burocrazia, della competizione, della forza.
Storia antica, questa della forza. Che ha modellato gli stati, i governi, gli individui associati affinché mantenessero la gerarchia, l’ordine interno e esterno, il potere. Non è solo questione di armi. Anche di linguaggio. Basta leggere quel “po’ di santo turpiloquio“ che ha contrapposto Giuliano Ferrara, direttore del “Foglio“ a Paolo Franchi, a Emanuele Macaluso, a Claudio Martelli.
C’entra la differenza dei sessi in tutto questo? Non saprei.
Però si respira molta aggressività.
Il capitano della squadra inglese, David Beckham, duro sul campo di calcio, ha capito (ma lui ha sposato una delle Spice Girls) che il tipo “macho, fallo e miso“ è poco funzionale. In effetti, si è messo a posare quasi nudo per le riviste trendy, indossando biancheria di seta. Così ha rovesciato l’immagine ipervirile del maschio inglese (su “Le Monde“ di martedì 20 maggio 2003, www.lemonde.fr).
I politici, generalmente, non hanno il piede di Beckham. Tuttavia, la possibile trasformazione in un individuo sessuato al maschile meno aggrappato al potere, li riguarda . Le donne che erano all’agorà di Roma o all’incontro di Firenze, chiedevano più rappresentanza femminile, più riconoscimento, più “resistenza al dominio“ oppure cominciano a pensare che “il potere logora chi ce l’ha“ ?

Letizia Paolozzi





Cara Letizia, che serve avere ragione
se non riusciamo nemmeno a parlarne?


Ho ricevuto l’articolo di Letizia Paolozzi “il piede leggero di Beckam” sulla riunione delle donne del Social Forum Europeo tenutasi a Firenze a maggio e sull’Assise delle donne DS che si è tenuta a Roma nello stesso mese e mi sono resa conto che le sue argomentazioni mi “intrigavano” poiché parlavano dei rapporti tra femminismo, movimento dei movimenti e partiti.
Da qualche anno infatti sono molto travagliata dall’assenza del femminismo nel dibattito politico nazionale e globale e sto cercando con molta fatica: da sola, con il mio gruppo che si chiama Balena e con altre donne con cui mi trovo a condividere alcune iniziative, di “mettere in connessione” i frammenti di forza e di intelligenza delle donne, che leggo e che, per il lavoro che faccio, vedo in tutto il mondo esprimersi . Sono come tanti pezzi di un puzzle di cui nessuna ancora sembra arrivata a capire il disegno completo. Ognuna segue la sua traccia, cercando, soprattutto dopo la prima ondata degli anni settanta, di dare espressione alla diversità delle pratiche, a “partire da sé”, e quindi dai propri desideri e dai propri bisogni. E il quadro si complica con il crescere della complessità del presente, tanto che leggere il mondo attraverso la differenza sessuale, diviene una impresa immensa. E’ tuttavia irrinunciabile per una donna la cui libera singolarità, ovvero il suo sentirsi in relazione di intelligenza e affetto con le altre donne, coincide con il suo essere femminista. Rinunciarvi sarebbe come perdere il senso della propria vita, sottrarsi alla relazione con sé e con le altre e gli altri.
Dunque non posso fare a meno di riflettere sull’articolo di Letizia, del quale condivido il ragionamento di fondo sulla inutilità del cercare più “rappresentanza” nei territori della politica, istituzionale e non, tutti segnati dal linguaggio monosessuato degli uomini che proprio non ce la fanno a accettare la differenza sessuale, poiché metterebbe a nudo tutta la loro fragilità, smantellerebbe la costruzione simbolica e gli apparati istituzionali per cui quella fragilità si tramuta in potere ordinativo e si esprime attraverso l’esercizio della forza . Preferiscono riconoscere i santi, come fanno Hardt e Negri nell’“Impero” pur di non nominare la necessità della relazione tra uomini e donne. Anche Beckam fotografato in lingerie, che Letizia ricorda nel suo articolo come l’apparire di una auspicabile leggerezza, a me sembra una variazione sul tema “se tu donna lo fai, io lo posso fare meglio”.
Tuttavia, non è questo il maggior punto di dissenso dall’articolo di Letizia. E’ piuttosto il suo accostamento, a mio parere troppo frettoloso, tra due riunioni di donne che non stanno facendo un cammino parallelo. Infatti la mia esperienza, maturata in almeno un paio di anni di “Dialoghi”, ovvero di incontri su argomenti specifici della globalizzazione e del femminismo alla Casa Internazionale delle donne di Roma, tra femministe (di pratiche non omogenee) e donne che si riconoscono nel movimento dei movimenti, è notevolmente diversa.
Certo le apparenze e i primi impatti non facilitano la comprensione dei molti linguaggi e delle pratiche di donne, confusamente giustapposti nella “moltitudine” femminile dei Social Forum. Eppure là si possono trovare somiglianze con il percorso femminista che una piccolissima parte della mia generazione ha vissuto e continua a vivere, se non altro nella tensione di trovare linguaggi adeguati al passaggio di civiltà (Irigaray, nell’”Etica della differenza sessuale” la definisce, più adeguatamente “epoca”) di fronte a cui ci troviamo. Tensione nel ridiscutere i confini tra politica e privato, tra politica e bio-politica , di cui non vi è traccia nelle discussioni delle donne che militano nella sinistra istituzionale.
Si ha piuttosto l’impressione che nei partiti, non solo i DS, ma anche per certi versi RC, il gioco, maschile per eccellenza, dell’esclusione , tipico di ogni apparato istituzionale, abbia preso il sopravvento. Dicendo questo non posso fare a meno di pensare a quella che Lia Cigarini e Luisa Muraro in un articolo, apparso non a caso sul Manifesto del tre giugno 1995 (prima del corteo /spettacolo organizzato da alcune sigle femministe : V.Woolf, Paese delle donne, Noi donne, Casa Internazionale delle donne con l’adesione di tanti altri che andavano dalla Libera università delle donne di Milano alle donne dei Centri sociali e dei partiti) chiamarono “politica seconda”, ovvero una politica che non da spazio all’analisi delle ragioni profonde che muovono la convivenza di donne e di uomini e che quindi è capace solo di proporre compromessi e mediazioni, ma non pratiche innovative.
Certo quella definizione di politica prima e politica seconda ha assunto un valore particolare proprio in questi ultimi anni, in cui la mancanza di linguaggi interpretativi del presente rende i dirigenti dei partiti della sinistra istituzionale occidentale perlopiù dei semplici gestori della cosa pubblica senza passioni e senza capacità di percepire quello che si sta muovendo . Intendiamoci, io penso che sarebbe meglio per il nostro paese avere ancora il centro sinistra al Governo che non questa accozzaglia di replicanti telecomandati da Berlusconi. Tuttavia, non si può fare a meno di notare come anche la parte femminile degli apparati abbia perso interesse al dialogo non solo con il movimento delle donne, ma anche con i gruppi femministi. Quindi vorrei dire a Letizia, che stimo e di cui apprezzo in modo particolare l’attenzione per la qualità della vita, non solo individuale , ma anche collettiva, di non fermarsi a all’irritazione del “già visto”, ma di fare un passo più lungo verso una pratica di connessione non solo con gli uomini che riconoscono la differenza sessuale, ma anche con quelle donne che per generazione, per situazione di classe, per percorsi di vita si interrogano e praticano altre forme di convivenza e che comunque si trovano a interrogare la differenza sessuale .
A mio parere proprio il comprendere e il prendere parola sulle pratiche diverse ci renderebbe tutte più intelligenti e quindi capaci di svelare quanto sia spesso il velo della politica e anche di questa interpretazione prevalentemente maschile della bio-politica sulla differenza sessuale . Questo porterebbe un guadagno sia a noi femministe perché ci consentirebbe trovare spazi per mettere in gioco la nostra esperienza, sia alle donne, non tutte giovani, che cercano più spazio nella costruzione di un movimento che, soprattutto in Italia, sembra mantenere la barra sulla monosessualità simbolica. Per ultimo ,e forse , gli echi di questa rinnovata capacità di nominare l’origine femminile di molte pratiche politiche potrebbero arrivare ai partiti della sinistra istituzionale, spostandone l’agire verso una maggiore efficacia.

Bianca M. Pomeranzi




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> da leggere

-
Elisabeth Badinter, "Fausse route", Odile Jacob, pp.221, euro 17,00.

-
“Donne contro donne“ di Phyllis Chesler, prefazione di Anselma Dall’Olio, Mondadori, pp. 322, euro 19,00

> Lo stato dell'unione (femminista)
di Monica Luongo

> da leggere

-Rosi Braidotti, “In metamorfosi. Verso una teoria materialista del divenire”, Feltrinelli, 356 pagine, 38 euro, cura e traduzione di Maria Nadotti.

- Il Corriere della sera, sabato 24 e lunedì 26 maggio 2003

- Il manifesto, venerdì 23 maggio 2003

- Società italiana delle letterate
> vai al sito

> Maschi alle prese con il "divenire-donna" del mondo
di Alberto Leiss


> da leggere

- Posse. Politica, filosofia, moltitudini, Aprile 2003 – “divenire-donna della politica” – manifestolibri – pp.237 –euro 16,00

Gilles Deleuze, Felix Guattari, “Millepiani. Capitalismo e schizofrenia”. Tre voll. Castelvecchi 1996-97

Eugenio Scalfari – “Femministe dove siete?” – rubrica “il vetro soffiato” sul n.23 de l’Espresso, 5 giugno 2003.

> Se i politici avessero il piede di Beckham
di Letizia Paolozzi

> da leggere

- Elisabeth Badinter, "Fausse route", Editions Odile Jacob, pp.221,euro 17,00

- Global, mensile, numero 02, anno 1, maggio 2003, euro 5,00

- Marina Piazza “Le trentenni. Fra maternità e lavoro alla ricerca di una nuova identità “ Mondadori, pp.176, euro 15,00

> Cara Letizia, perchè le donne tra movimenti e partiti non si parlano?
di Bianca M. Pomeranzi