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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
16 giugno 2003
Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica
Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, da Asolo arriva qualche novità
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13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?
Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
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2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 28 giugno - 16 luglio 2003


Veltroni tra dolore e musica
Un'altra idea di politica?

In queste ultime settimane il medagliere di Walter Veltroni si è infittito. Sei ore del film di Giordana, “La meglio gioventù“ all’Auditorium. Applaude il popolo e i rappresentanti della Roma colta. Quando il sindaco si scusa per l’organizzazione claudicante : " Aprite anche la galleria ! " il pubblico si commuove quasi avesse di fronte Madre Teresa di Calcutta e non un sindaco simpaticamente retorico .
Altra apoteosi all’Argentina . Prima il filmato di Roberto Malfatto e di Veltroni . Poi un duetto con lo scrittore Baricco per il libro “Il disco del mondo . Vita breve di Luca Flores, musicista“ . Segue del buon jazz in ricordo dell’esistenza intrisa di “ sofferenza“ del jazzista scomparso.
Televisioni e giornali si buttano a pesce.
La sofferenza funziona. Anche il dolore. Privilegiare le narrazioni di “vittimità“ (prendo il termine da Nirmal Nuwar, citato sul manifesto di domenica 22 giugno 2003) placa la voracità mediatica. D’altronde, in un mondo popolato di sofferenti, di vittime, meglio ricordarle che dimenticarle.
E’ la banalità del bene. In piccolo, il buonismo veltroniano.
Una delle sue strategie ?
Veramente, di strategie ne ha tante . Dallo slogan " I Care " a Sting, invitato a Torino al congresso dei postcomunisti. Dal palleggio di una cultura fatta di scrittori tranquilli (Sandro Veronesi o Sandra Petrignani), all'affetto per un cinema italiano, sempre bisognoso di cure ricostituenti.
E poi c’è il comportamento gentile. Veltroni sostiene le buone maniere. Vi si aggrappa disperatamente. Vuole cancellare l’immagine del politico di professione .
Con il crollo del comunismo, del socialismo, degli “ismi“ in generale, le cose per questa categoria di individui (“la classe dirigente“ ? il “ceto politico“ ?) si erano messe male . Tangentopoli, la scoperta della corruzione, aprirono la strada all’imprenditore Fininvest mentre una casta considerata privilegiata, parassita e impotente precipitava nel pubblico discredito.
Anche la democrazia aveva ormai pochi estimatori. Un premio a chi è capace di rimotivarla.
Veltroni ci sta provando. Parla di solidarietà, di vicinanza a noi, cittadini post-moderni. E intanto si industria a cancellare (a alleggerire ?) quella limitazione di fondo che sempre il potere comporta. E che ha reso il Principe, il Leviatano, insopportabili. Naturalmente, per rimotivare la democrazia non bisogna dimenticare che in agguato c’è il pericolo del populismo . Nella classica retorica del discorso politico, di potere del popolo si tratta. Demos nel senso etimologico della parola.
C’è forse un modo per evitare questa deriva, questa dittatura.
Tematizzare i sentimenti. Addirittura, sguazzare nel sentimentale : “La foto è di qualche giorno prima di quel maledetto 9 ottobre. Mi ha colpito la targa. E’ una pura coincidenza, forse meno. Ci sono tre lettere e quattro numeri. Le tre lettere sono <MLM> come morte, Luca e mamma“ (così Veltroni nel libro su Flores).
La cosa funziona. Come lo slalom del “partire da sé“. Antico metodo della politica femminista che permette di evitare le secche della perentorietà. Al Costanzo Show la messa in scena del proprio "privato" - nel caso del sindaco di Roma la mancanza della figura paterna, che entra in risonanza con la precoce morte della mamma del pianista Flores - diventa spettacolo popolare e politico: una nobilitazione del linguaggio prodotto dal "Grande fratello" e dalle tante trasmissioni sui guai, le passioni e di desideri della "gente comune"?
Di fronte a tanti agitatori del pregiudizio moral-politico, il sindaco che pure di pregiudizi ne ha, si sforza di nasconderli. Con una scelta che sarà pure strumentale, ma che tenta di ridare smalto alla politica. Scommessa non da poco.

Letizia Paolozzi





Walter, o la città delle emozioni che funzionano

Nelle settimane scorse ho seguito in più occasioni per lavoro il sindaco di Roma Walter Veltroni: tra le altre l’apertura dell’Estate romana e la conclusione del Festival delle letterature che si è tenuto con grande successo nella basilica di Massenzio. Mi ha colpito particolarmente una frase a proposito dell’"impasto di musica e parole" che si è realizzato in quello spazio: "In una città ci vogliono non solo servizi che funzionino, ma anche emozioni che funzionino".
L’anno scorso, in una intervista di bilancio da me realizzata proprio dopo la prima edizione di Massenzio-letterature, e pubblicata in luglio sul Secolo XIX, il sindaco diceva:
"L’obiettivo è tirare fuori l’energia della città. Renderla viva. In passato si veniva a Roma per la sua bellezza per i suoi monumenti, la sua storia. Oggi vorrei che si venisse perché si sa che ogni giorno succede qualcosa. E che questo diventi la sua energia quotidiana, non qualcosa di occasionale. Perché l’obiettivo è che l’insieme delle proposte diano forma a quella fisionomia, quella forma della città che già esiste. Noi non la inventiamo, ma la facciamo vedere, la rendiamo visibile".
L’energia di una città. Un principio generale, esportabile altrove?
"Si, ma bisogna intendersi bene. Questa energia viene fuori dalla fantasia, dalla capacità di pensare in modo aperto, senza barriere. Vuol dire cioè saper inventare progetti che non siano monogenere, ma saperli mescolare, intrecciare i linguaggi, e nello stesso tempo differenziare, differenziare i generi, sempre nella qualità. Per esempio è stato sorprendente vedere a Massenzio per il festival della letterature migliaia di persone che “leggevano” insieme. Dico ‘leggere’ e non ‘ascoltare’ perché gran parte del pubblico non conosceva la lingua dei diversi autori, così mentre loro parlavano leggevano il testo che scorreva sullo schermo. C’è un tale disagio tra le persone, che tutto quello che permette di addensare emozioni, di dare emozioni viene accolto benissimo".
Ho riportato questo stralcio di intervista non solo per sottolineare una continuità che non avrebbe bisogno di essere ricordata. E’ interessante osservare come un progetto politico dalle profonde radici personali, ha assunto forma pubblica, in uno spazio condiviso come la città. Negli altri incarichi ricoperti da Veltroni non era risultato altrettanto chiaro: né quando era vice-presidente del Consiglio, e ministro della cultura, né come segretario dei Ds. In entrambi i ruoli, aveva prevalso l’istituzione, la funzione, anche se le passioni trapelavano e il disagio nel ruolo politico-politico di segretario del partito non era stato tenuto del tutto nascosto.
Alla città il sindaco pensa dunque non solo come un organismo/macchina da far funzionare al meglio, ma come una comunità di persone con sentimenti allo sbando, a cui proporre un contenitore.
In questa prospettiva l’estate romana, tutti i mille progetti che si muovono nella città non sono solo una offerta di consumo culturale, ma lo spazio per far vivere le emozioni degli umani che la abitano. Di quali sentimenti si tratti, negli ultimi mesi si è fatto più chiaro. Non più solo il disagio, ma la sofferenza. Ne ha scritto nel libro su Luca Flores, ne parla ormai senza veli tra giornali e tv.
La prima intervista, molto ben scritta, era stata con Serena Rossini, sull’Espresso del trenta aprile. E’ a lei che racconta del padre: "Mio padre io non so chi sia stato. Dirigeva uno dei primi telegiornali ed era un cattolico. Ma è morto che io avevo solo un anno". E alla domanda successiva: “Ha sofferto della sua assenza?”, risponde: "Non subito. Da piccolo facevo le cose che credo facciano tutti gli orfani. Quando mia madre non c’era, aprivo l’armadio dove stavano ancora i suoi vestiti e me li mettevo". E ancora: “Ma non si è fatto raccontare?” "No, non volevo rattristare mia madre. Ho avuto il coraggio di chiederle come fosse morto quando avevo già più di trent’anni, un giorno che eravamo in auto. Lei cominciò a parlare, ricordo perfettamente la strada verso l’aeroporto mentre raccontava, ma non ricordo una parola di quanto disse".
Ci si potrebbe interrogare a lungo sul perché Walter Veltroni proprio ora abbia trovato le parole per dire un’assenza e un dolore così profondo e perché questo sia avvenuto nell’incontro con un’artista singolare e sofferente come Luca Flores. Non sarebbe pettegolezzo, non solo. Viviamo nell’epoca in cui il privato non è più uno spazio separato, la zona d’ombra degli affetti in cui il “pubblico” (uomo) si rigenerava. Hillary Clinton è lì a mostrarlo, a tutte e tutti.
E’ un particolare aspetto del potere, quello che ci mostra. Di chi conosce il dolore, e per questo “può” fare, per lenire. Insolito, per le radici illuministe del pensiero di sinistra. Che le ombre del vivere spesso ha creduto, o lasciato credere, che si potessero eliminare dall’orizzonte umano. E naturalmente ben diverso dal potere/potenza, che dispiega sul cittadino-suddito i piani luminoso-grandiosi del proprio dominio.
Che ci sia un appeal nella sofferenza, lo mostrano alcune battute recenti della scena politica. Sergio Cofferati, nella sua prima uscita a candidato sindaco di Bologna, ha parlato di una città avvilita e sofferente. Il sindaco in carica, Guazzaloca, è insorto non solo per difendere la sua buona amministrazione, ma per rinnovare i fasti di una città che sa vivere, che sta bene. L’antica Bologna gaudente. Per vincere si parlerà a quelli che stanno male? E questo si sposterà sulla nazione, in occasione delle elezioni politiche? Lo spazio pubblico inteso come luogo accogliente, per umani interi e non a pezzi?
Sono prove di nuove politica. O no?
Come oggi è possibile comprendere meglio, dopo la pubblicazione del libro su Luca Flores, di cui parla Letizia Paolozzi.

Bia Sarasini




I luoghi gentili di un “sindaco di prossimità“

"Politica politica": è un modo di dire che mi ha sempre affascinato per la sua assurdità e per il suo orrore. Anche il computer si ribella segnalando l'errore di ripetere due volte una parola.
Eppure, quante volte l'ho sentito dire, brandire come una clava: ripetizione ripetuta per fare, sentire, comunicare la separazione di un sapere, una competenza, una casta ; soprattutto, un'appartenenza. La "politica politica" è cosa che sanno, capiscono, fanno pochi (e poche? Non so: a me capita di sentirla evocare più da uomini che da donne). Alle altre, agli altri - quelle, quelli della politica una volta sola - gli appartenenti alla casta riservano in genere un' alzata di sopracciglio, un sorriso. O, quando va male, un' invettiva, una definizione sprezzante grazie alla quale, evidentemente, ci si sente d' un colpo moderni principi.
Walter Veltroni sa cos' è la "politica politica": l'ha incontrata, praticata fin da piccolo. Perché Veltroni, anche Veltroni, è un politico di professione. Questo dato di realtà, di storia (mai negata, del resto: sarebbe anche difficile) rende, ai miei occhi, il suo modo di essere e di fare oggi il sindaco, ieri il segretario dei Ds, il vicepresidente del Consiglio, il ministro della Cultura, il direttore dell'Unità - insomma, politica - ancora più intrigante, interessante.
Qualcuno sostiene: Veltroni vuole "fa l'americano" . Sì, forse. Ma per Veltroni è scelta, prima che esistenziale, culturale, politica anch'essa. Niente, ma proprio niente a che fare con l' italianissima alterità alla politica di Silvio Berlusconi. Tutto, o molto, a che fare con la possibilità di sconfiggere Berlusconi: perché, a parte il buon governo, Walter conosce - di più: sente - la fine di ogni possibilità, per la politica e per il politico, di presentarsi, essere, sentirsi una casta separata, aristocratica. Sa che oggi, dopo la televisione e internet, l'autorità di chi fa politica fa quasi tutt'uno con la capacità di presentarsi (dunque, di essere) "uno di noi", pena la trasformazione in incubo (ogni riferimento a Berlusconi, l'uomo che parla come mangia) del sogno della cuoca al potere.
Veltroni è, vuole essere "sindaco di prossimità": una buona maniera di essere sindaco, segretario, ministro, direttore. Ed è difficile attenersi alle buone maniere quando prevale lo spirito di corpo, dell'appartenenza: non solo a un esercito o a una squadra di calcio, ma anche a un partito, un gruppo…qui la frase, rimproveratagli più volte - "mai stato comunista" - acquista verità. Perciò - scrivono Bia Sarasini e, con qualche dubbio in più, Letizia Paolozzi - il sindaco di Roma si colloca tra quelle e quelli che vogliono e possono "ridare smalto alla politica".
Quando, dopo la caduta del governo Prodi, Walter venne ai Ds a fare il segretario, gli chiesi chi glielo aveva fatto fare. Mi rispose che lui a quel partito voleva bene. E' vero, Veltroni conosce la lingua dei sentimenti e sa che può rendere gentili luoghi che non sono stati progettati per essere gentili. Volere bene, volersi bene. E' uno scandalo dire che è già politica?

Franca Chiaromonte



Ha una cultura americana. E allora ?

Cara Letizia,
le tue brevi osservazioni sulla politica di Veltroni mi sembrano stimolanti per una riflessione aperta, anche perché poste più in termini di domande che di giudizi, più in termini di questioni che di valutazioni.
Come te, ho anch'io la sensazione che questo “modo” non sia un “fenomeno” passeggero e occasionale [una “tattica”, un acconciarsi] ma un carattere proprio di una politica [e di una amministrazione]. Se così è, questo modo avrà aspetti e risvolti duraturi e durevoli, e vale la pena - da cittadini qualunque e da persone ancora legate a un senso di impegno e responsabilità civili - rifletterci.
Per capire meglio, per aver conto dei contesti in cui le cose accadono, a me sembra necessario però spendere prima qualche parola su Berlusconi, e su quello che considero un carattere fondamentale della sua politica, una certa “americanità”, una rottura con la tradizione europea della formazione di classe dirigente della politica. Berlusconi è l'unico “politico” che non viene dalle scuderie di partito, dalle scuole quadri, dai volantini, dai manifesti e dalle riunioni, dalle parrocchie o in prestito dall'università: viene dalla “televisione” [ben più che dall'imprenditoria - o questa in quanto quella].
Tutto questo si sa, è stato detto, è stato inquadrato nella contingenza storica di Tangentopoli e della crisi dei partiti e l'emergere di nuove realtà aggregative. Ne è avvertito, e giustamente, il lato pericoloso o vincente - il conflitto di interessi - , ma non proprio la sua “cultura”.
La “cultura televisiva” è quella dell'intrattenimento, dell'infotainment, dell'informazione-spettacolo, con i suoi caratteri di superficialità, di velocità, di mescolamento, di manipolazione, di telecamera, di “ripresa”. Di montaggio: la televisione di Berlusconi non nasce improntata dalla “diretta” ma dalla differita, dalle riprese in studio, dalla ripetizione di scene fino alla selezione di quella giusta, dall'eliminazione [e poi dal recupero in un contesto tutto suo] delle “paperissime”, dalle risate pre-registrate, dal pubblico pagato come figurante per battere le mani in studio, dal make-up che elimina o riduce imperfezioni e sudore. Il carattere “pubblico” dell'esperienza politica berlusconiana è fortemente intriso da questa prima natura, da questa “cura del dettaglio”, dalla pratica del “copione minuzioso, scena per scena” [aggiungerei che, come contralto, le sue movenze più claudicanti e i suoi scivoloni accadono invece quando è costretto alla “diretta”, all'improvvisazione - c'è proprio un rifiuto di formazione al dibattito, al confronto, al possibile, all'imprevisto - che sono invece il sale della politica].
In questo senso è un fenomeno poco italiano, poco tradizionale, o quanto meno è uno dei primi fenomeni di quella mutazione che dappertutto [Ross Peirot e Jesse Ventura negli Stati Uniti, Pym Fortuyne in Europa, il tycoon televisivo del sud-est asiatico, per citare alcune cose] ha provato a lambire la formazione delle leadership. Non è detto che prevalga. Per suggestione, il personaggio dell'immaginario collettivo che più ricorda la “scesa in campo” di Berlusconi è il Citizen Kane di Orson Welles.
L'Italia ha già avuto, nella sua storia, commedianti prestati alla politica, come fu il caso di Guglielmo Giannini e del partito dell'Uomo qualunque: ma Berlusconi non è un commediante - o non lo è solo: è uno che conosce i meccanismi della commedia in quanto imprenditore della stessa, non il drammaturgo o l'attore, perché la televisione è altra cosa dalla commedia, recitata o scritta. La televisione d'oggi non fa sceneggiati, fa fiction, e non è solo un neo-linguismo di importazione: è il senso del passaggio dall'artigianato all'impresa, alla produzione in serie, ripetuta, riproducibile.
Specularmente a questa americanità berlusconiana [quale sarà il suo Rosebud?] mi sembra si collochi Veltroni; specularmente nel senso di un fenomeno opposto e rovesciato ma anche contemporaneo. Perché anche Veltroni è “americano”, è il più americano dei politici italiani. Lo dice, lo scrive, lo rivendica. Viene sì dalla tradizione dei partiti, ma non è chi non veda quanto più di tutti abbia rotto progressivamente con la loro tradizione: la frase sull'inconciliabilità del comunismo e della libertà non era certo dal sen fuggita. Senza rinnegarla questa tradizione, storicizzandola: l'adesione al Pci di Berlinguer ha assunto una valenza di Bildungsroman: come dire che a vent'anni, in quei vent'anni non si poteva che essere del Pci di Berlinguer se eri un ragazzo “per bene”. Progressivamente si è affidato al “proprio” bagaglio culturale, alle proprie letture, alla propria colonna musicale, alla propria sensibilità. Qui certo parliamo dell'altra America, o dell'America “vera”, di Bob Dylan e Joan Baez, di John e Bob Kennedy e Martin Luther King, di Norman Mailer e di Don DeLillo, di quella “frontiera”, di quella cultura democratica che è appartenuta a tutta una generazione del mondo.
Tutto ciò non è affatto recondito, ma ha innervato e significato il suo agire politico e pubblico: dall'idea del “partito democratico” allo slogan “I care” fino al titolo del cd musicale con la sua colonna sonora “Me, We”, da una citazione di Cassius Clay-Mohammed Ali. Un agire politico che benché avesse affascinato e quasi convinto una buona parte del suo partito come premessa necessaria per un rimescolamento “epocale” della sinistra e di più, venne poi stoppato dall'elezione a segretario di D'Alema, dalla stagione declinante dell'Ulivo, dal ritorno della politica-politica. In maniera altalenante, certo: c'è pure stata una stagione promettente e vincente dell'Ulivo, a cui non poco contribuì Veltroni [anche se era altra cosa dal “partito democratico”].
Sai, lo dico per alleggerire un po', il viscerale fastidio che prova Cossiga e l'irrefrenabile sarcasmo che lo piglia quando si parla di Veltroni [e di Berlusconi] può essere un buon indice: Cossiga capisce, da uomo della Prima Repubblica, la politica-politica, tutto il resto gli pare fuffa, roba di poco spessore. Non ha ragione.
Sono convinto che la decisione di Veltroni di correre per la carica di sindaco a Roma sia nata non come un ripiego, o il bisogno di mantenere il punto, un punto, aspettando un proprio rilancio “nazionale” ma dalla determinazione di sperimentare per altra via quella “frontiera” che caratterizza il suo “sogno” politico. E Roma, città universale per eccellenza non può che amplificare e fare da teatro ideale a questo sogno.
Qui è probabile che si sconti una frizione fra l'amministrazione quotidiana di domande e esigenze dei cittadini - che è fatta di cose minute, materiali - e la “stoffa” di un sogno democratico, che è fatto spesso di cose immateriali. Una frizione che è data anche dalla lentezza burocratica della gestione amministrativa, dal reperimento dei fondi necessari: credo che il disegno delle “grandi città metropolitane” - tema del recentissimo scambio epistolare con il sindaco di Milano, Albertini - come specificità e precipuità nazionali sia un tentativo di spostare in avanti i problemi e le soluzioni.
Populismo? Non so: pensa, da una parte Berlusconi con il suo Apicella e le canzoni napoletane, dall'altra Veltroni e il suo jazz, da una parte la televisione facile e scacciapensieri, dall'altra le buone letture e il buon cinema, da una parte le gite alle Bermuda o nelle ville in Sardegna in pantaloncini corti, dall'altra i viaggi in Africa a inaugurare pozzi d'acqua, da una parte la visita al bimbo in coma a cui parlare del Milan stellare per risvegliarlo, dall'altra l'accoglienza alla giovane ragazza del Torrino rimasta senza famiglia e casa. A quale “popolo” parlano l'uno e l'altro? A quali “sentimenti”? Primordiali o colti? “Sottocultura” e “cultura”? Messa così nessuno vi si riconoscerebbe, sarebbe ingiusto pure. Forse che Bassolino, che non si scandalizza per la formazione professionale delle ragazze napoletane a veline e propone Bagnoli come sede dell'Americas's Cup, è da condannare? Forse che la cultura “pop” [Paul McCartney in concerto al Colosseo, per dirne una] è da condannare? Amministrare grandi città, complesse, decentrate, stratificate e annidate una dentro l'altra, attraversate ormai non solo da bisogni ma da culture e da etnie diverse, non può essere fatto probabilmente con un certo snobismo.
E mi soffermerei poco sul “buonismo” come segno determinante: Jimmy Carter aveva un tratto “buono” nella sua amministrazione, ma lo si dice con un tono che tende a valutarne l'inadeguatezza di fronte agli impegni. Il fatto è che Jimmy Carter - che ancora continua a sbattersi qui e là per il mondo, con un ruolo di mediatore - fu fatto fuori da un accordo fra Khomeini e Reagan sul rilascio degli ostaggi dell'ambasciata di Teheran.
Due Satana, due “cattivi” che preferivano la pantomima dell'odio reciproco [pantomima perché poi tutti scoprimmo l'Irangate] agli accordi, alle trattative, alle mediazioni fatte “in pubblico”. Bè, dal buonismo di Carter erano venuti fuori gli accordi di Camp David, buttali via!
La rifondazione della politica però non è il tratto determinante, voglio dire: in fondo, anche Berlusconi sta “rifondando” la politica. Tangentopoli ha costretto tutti a rifondare la politica. Anche se questo non è più assodato. L'opposizione necessaria a Berlusconi sta facendo rinascere, quanto meno nella determinazione a fermarlo come premessa per rovesciarlo - un bisogno di politica-politica, la politica delle tattiche spudorate, degli scambi, delle mediazioni impensabili, delle alleanze momentanee e rinnegabili, dei tranelli “machiavellici”: costruire fronti che vadano - come nel “modello Cecotti”, il neo sindaco di Udine - dai fuoriusciti delle file leghiste o di centro-destra fino a Bertinotti, passando per Di Pietro e fra un poco, chissà, per l'Udc. E questa non è la premessa, questo è il fine stesso: che la politica ritorni alle segreterie dei partiti. Il collante “ideale” sarebbe fermare Berlusconi. La vicenda di Cofferati promosso e proposto a candidato-sindaco di Bologna è abbastanza esemplare, e per certi versi anche avvilente [non sono qui in discussione le qualità di Cofferati], pur augurandosi tutti che non la chiuda.
Il punto è “come” si tenta di rifondare: io avverto come un pericolo nella gestione di questa amministrazione, che ha tratti di accentramento, di personalizzazione. Mi si dirà che quasi sempre le “forti” amministrazioni finiscono con la personalizzazione: i grandi sindaci italiani, da Dozza a Petroselli vengono ricordati per i loro tratti, per i loro caratteri che hanno finito con l'improntare il loro “periodo”, insieme alle loro opere: e questo vale probabilmente non solo in Italia [dove è forte il senso delle cento città] ma vale, per dire, anche per New York, per Fiorello La Guardia come per Rudolph Giuliani. Dove è la differenza? La differenza sta nel fatto che un'amministrazione come quella di Petroselli era immersa in un fare politico sociale, in un impegno alla politica che attraversava la città, vi galleggiava “dentro” - erano altri tempi. Adesso, invece, nella distanza dalla politica che è il tratto sociale forte di questi anni si rischia di amministrare “per” la città. Quindi, di governare, di indirizzare quello che di volta in volta emerge ma senza “soggettività in gioco”. Sarebbe buffo che uno rimproverasse a Veltroni il fatto che si sia in una contingenza storica in cui la fibrillazione politica della società sia bassa. Ma non è affatto buffo rilevare come invece uno dei compiti - per la durevolezza di una politica e per le sedimentazioni che deve costruire - dovrebbe essere quello di diffondere in cerchi concentrici - anche a partire dal Campidoglio, da un “centro” - iniziative e dinamiche di protagonismo sociale.
Bada bene, di protagonismo, non di “partecipazione”, un concetto che se è vero che appartiene per intero alla democrazia, appartiene però anche allo spettacolo, persino alla televisione.
E questo a me pare il significato più vero che può esserci in una politica che parta dalle città, dalle amministrazioni comunali, dalle rete delle stesse, dai grandi centri e dai piccoli centri: non la “conquista del Palazzo” ma una nuova stagione di impegno politico [nel senso più alto e nobile] sociale. Questo “disegno” a me sembrerebbe davvero completamente altro dal berlusconismo e completamente altro dalla politica-politica.
E questo, io penso, non viene dato dai “contenuti” degli impegni, dell'agenda, o quanto meno non solo dai contenuti: non è che se un'amministrazione si interessa della sanità è più democratica di una che si interessi del commercio, non è che se al primo posto ci sono i problemi abitativi è più democratica di una al cui primo posto c'è la cultura, non è che se si interessa degli immigrati è più democratica di chi si interessa delle grandi opere di infrastruttura. E al contrario. Non metterei in opposizione questioni materiali e immateriali. In una città come Roma, poi! La qualità della trama, il suo contenuto democratico, è dato anche dalle forme, dal modo in cui si realizza.
Esistono in città energie, risorse, disponibilità pronte a mettersi in gioco, o che andrebbero sollecitate, che hanno relazioni con aree, zone, strati sociali e che potrebbero costituire il lievito di un impegno “della” città - e non di una amministrazione - per una Roma sempre migliore, sempre più adeguata. Insomma, credo che andrebbe rovesciata quella dinamica tipica che spinge le richieste dal basso, dalla periferia verso il centro - il Campidoglio -, innescando invece una dinamica dal centro verso il basso. Questo significa promozione, curiosità, comunicazione, attenzione ma anche coinvolgimento, “alleanze”, percorsi comuni - per un progetto di città - con soggetti differenti. L'elezione di Veltroni - sembra una banalità dirlo - non è solo il frutto di alleanze politiche ma di aspettative sociali.E qui, la “personalizzazione” si sfumerebbe in un lavoro di squadra, in un lavoro più corale.
Della personalizzazione non mi preoccupa il tratto bonapartista, diciamo così se può dirsi. Per certi versi, la considero pure necessaria o nelle cose: quanto il fatto che essa isterilisce, nel tempo, la costruzione di dinamiche sociali, che sono invece le uniche cose davvero durature e durevoli e lasciano il segno. Per non trovarci stretti fra americanità, fra Berlusconi e Veltroni: “soltanto”.
Veltroni è stato - mi pare - a Porto Alegre, dove non c'erano solo i movimenti, ma una buona fetta della sinistra europea e latino-americana. In un crogiolo irrisolto. Forse ha solo curiosato, forse ne ha riportato pensieri, desideri, nuovi impegni. Non sottovaluterei questo, che è magari solo un aneddoto apocrifo. In fondo, è verosimile che Veltroni fosse a Porto Alegre.
Con affetto

lanfranco caminiti




La musica, i padri
e una sinistra in cerca di tradizione

Anch’io sono stato incuriosito dal libro di Veltroni su Luca Flores. L’ho comprato, letto velocemente, soprattutto attratto dall’idea che ci fosse un nesso tra la inconsueta ricerca e inquietudine culturale di un uomo politico della sinistra (che ho conosciuto da vicino) e un contenuto musicale.
Amo molto la musica quindi mi interessano i suoi significati, difficili da definire con gli strumenti del linguaggio delle parole. E le parole di Veltroni sul Jazz – una musica con radici di protesta, di sofferenza, nata in un luogo e in una cultura precisi, ma capace di fondersi in un desiderio universale di libertà e creatività, aperta alle “contaminazioni”, al “meticciato”- mi hanno favorevolmente colpito. Ho ascoltato per prima cosa il brano da cui il libro – e l’intera operazione comunicativa – parte: “How far can you fly?”. Quanto lontano puoi volare? Mi è sembrato bello, ma non ha avuto su di me l’effetto profondo, quasi sconvolgente, che racconta di aver vissuto Veltroni. Forse si era creata da parte mia – complice Walter – un’attesa sproporzionata. Forse anch’io sono alla ricerca di qualcosa che non trovo.
D’altra parte la musica – a volte - bisogna farsela girare dentro più a lungo perché ci comunichi fino in fondo il suo messaggio. Rischioso parlarne con irruenza. Da qualche tempo mi frulla nella testa una frase ascoltata in un’intervista del musicista-filosofo Caetano Veloso: “La musica è universale perché non dice nulla”.
A proposito di Veltroni, ciò che un po’ mi insospettisce, è qualcosa che definirei un eccesso di facilità. E’ anche vero, però, che le verità più forti sono anche, in ultima analisi, semplici.
E nel “racconto” del sindaco di Roma ciò che emerge è soprattutto una ricognizione sul dolore, in cui biografia – quella dell’infelice Flores, che ha perso tragicamente la madre, e quella speculare dell’autore, che non ha mai conosciuto il padre – e cultura politica si intrecciano, più o meno apertamente, più o meno volutamente.
Viene da pensare, allora, che il contesto musicale è, di fatto, il luogo in cui si “dice” qualcosa che ha a che vedere non tanto con la musica, ma con la politica e, in particolare, con la politica della sinistra, anch’essa rimasta “orfana” di “padri”, orfana di una tradizione.
Questa “tradizione” deve essere in un certo senso “ricostruita”, cercata in un “altrove”.
Non senza sofferte contraddizioni.
Veltroni è il dirigente ex Pci che ha avuto espressioni di negazione più nette rispetto all’essere stato “comunista”, ma che ha incluso nella sua immagine politica l’appassionata difesa del leader “comunista” più amato in Italia, Berlinguer.
Si cercherà qui più una grammatica dei “sentimenti” che non una rigorosa elaborazione critica?
Ma quali sono, attualmente, le “elaborazioni critiche” che, a sinistra, sembrano funzionare? Ricerca difficile.
Mi ha colpito un altro testo, dolorosamente attraversato dal senso di “mancanza” di una tradizione: il libro di Massimo De Angelis – stretto collaboratore di Occhetto ai tempi della “svolta” – “Post. Confessioni di un ex comunista”. Qui l’”altrove” in cui si cerca una nuova tradizione - uso consapevalmente l’ossimoro - della sinistra è tutto familiare, teorico-filosofico, religioso. Ci sarebbe da discuterne. Ma la complessità assolutamente poco “facile” di quest’altro racconto – irto di citazioni di Croce, Del Noce, Nolte, Furet e Heidegger (la colonna sonora, se ci fosse, potrebbe oscillare tra Mahler, Webern e Sciostakovich) – alla fine si riduce a un sofferto grido, ripetuto ossessivamente: abbiamo considerato i nostro padri traditori, li abbiamo traditi e ci hanno tradito. Non per caso il testo si apre con una “lettera al figlio”: si vorrebbe interrompere la catena del “tradimento senza tradizione”.
Concludo con tre micro-ipotesi.
I dirigenti ex comunisti della mia età – più o meno quella di De Angelis e Veltroni – dovrebbero riflettere di più sul fatto che la “svolta” è andata un po’ storta, a dir poco, proprio per l’incapacità di elaborare in modo più maturo un “trauma generazionale”. Accorgendosi magari del fatto che la crisi di un ordine simbolico tutto basato sulla tradizione paterna, maschile, riguarda non solo il mondo post-comunista.
L’insistenza sul dolore, poi, come radice necessaria per l’identità della sinistra, per quanto rinnovata, non può offuscare il dato che ogni grande cambiamento è spinto da un desiderio di felicità. E’ vero che moltissimi jazzman hanno vissuto e sono morti tragicamente, consumati dalla droga, ma se c’è una musica che esprime anche una travolgente passione per la vita questa è proprio il jazz.
Ma forse penso così perché mio padre mi ha divertito sin da piccolo suonando non male la sua chitarra swing.

Alberto Leiss





> da leggere e ascoltare
Walter Veltroni,"Il disco del mondo. Vita breve di Luca Flores, musicista", Rizzoli, pagg. 111 più cd, euro 16,00

> intervento
Walter, o la città delle emozioni che funzionano
di Bia Sarasini

> da leggere
-
Serena Rossini
I dolori del giovane Walter
In L’Espresso n.18 30 aprile 2003
- Bia Sarasini
Narrare il proprio dolore e quello degli altri
Leggendaria n.38 aprile 2003-06

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> intervento
I luoghi gentili
di un “sindaco di prossimità“
di Franca Chiaromonte

> intervento
Ha una cultura americana. E allora?
di Lanfranco Caminiti


> da leggere
-
Massimo De Angelis
“Post. Confessioni di un ex comunista”. Guerini e associati” 207 pag. 17,50 euro.

> intervento
La musica,i padri e una sinistra in cerca di tradizione
di Alberto Leiss