locale / globale
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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
29 gennaio 2004
Da Sana'a l'idea di una democrazia
che si afferma con il tempo delle donne
Perché mi è parsa interessante la conferenza di Sana’a, voluta fortissimamente da Emma Bonino, organizzata da “Non c’è pace senza giustizia“ e dal governo dello Yemen?
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18 dicembre 2003
La figlia di Saddam
e la moglie dell'Imam
Delle tante cose dette intorno alla cattura di Saddam nulla è più incisivo di quelle immagini mute che sono state replicate tante volte in tv
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4 dicembre 2003
Radicali a congresso: il carisma di Emma
ma niente donne in direzione

Pubblichiamo un articolo di Letizia Paolozzi uscito sul mensile "Le ragioni del socialismo"

Nelle viscere dell’Ergife si è tenuto il secondo congresso nazionale dei radicali italiani.
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25 ottobre 2003
Bassolino: guai a diventare
ospiti fissi nel salotto di Vespa
Deve fare la sua testimonianza al corso di formazione di Emily, Napoli, sulla comunicazione politica.
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11 agosto-15 settembre 2003
Cercate la donna. A Castellammare
“Scandalo“ in Campania: la sindaca Ersilia Salvato chiama Anna Maria Carloni nella sua Giunta. Per le capacità di Anna Maria o/e perché è la compagna di Antonio Bassolino? Interventi e interviste di Alberto Leiss, Franca Chiaromonte, Letizia Paolozzi e Bia Sarasini

6 agosto 2003
Giustizia per la Città
Il caso Mambro e Fioravanti
Lavoravo all’“ Unità“ e per quel giornale, allora diretto da Walter Veltroni, avevo intervistato Francesca Mambro.
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21 luglio 2003
Tra "kamikaze" della politica
e orfane delle pari opportunità

Accosto segnali diversi, dei quali però vale la pena di discutere
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16 luglio 2003
Veltroni tra dolore e musica
Un'altra idea di politica?
Parla di sofferenza e di mancanza. Conosce bene il potere di media. Gli piace il jazz. Ha una cultura pop-americana. E' un politico di professione. Il sindaco di Roma sotto la lente di ingrandimento di Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Franca Chiaromonte, Lanfranco Caminiti e Alberto Leiss
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16 giugno 2003
Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica
Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, da Asolo arriva qualche novità
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13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?
Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
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2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 11 febbraio 2004


Violenza, sinistra e "natura umana"

Fausto Bertinotti ha avuto il merito di riaprire la discussione a sinistra – soprattutto nella sinistra che si pensa come più radicale e “alternativa” – sul valore fondante della “non violenza”. Forse lo ha fatto con un metodo un po’ “violento”, nel senso del gesto mediatico-leaderistico a cui ci ha sempre più abituato la politica degli ultimi tempi (ma succedeva anche nella “prima Repubblica”: vedi gli “strappi” di Berlinguer in tv, o i bruschi cambiamenti tattici e strategici di Craxi e De Mita). C’è stato anche il sospetto di una certa strumentalità rispetto alla “svolta” politica che ha avvicinato il segretario di Rifondazione comunista a una politica di alleanza con il centrosinistra per battere Berlusconi .
Questi aspetti di “metodo” forse non hanno aiutato un confronto più libero, ma ne è scaturito comunque un dibattito interessante, rimbalzato sulle pagine del quotidiano di Rc, “Liberazione”, sul settimanale “Carta”, e sul “manifesto”. Peraltro, non è la prima volta che il tema si affaccia a sinistra. Dopo l’89, e nella “svolta” tra il Pci e il Pds, si parlò di non violenza nel nuovo contesto geopolitico, in cui sembrava al tramonto la classica contrapposizione amico-nemico. Abbiamo visto poi come stavano le cose. E la sinistra moderata si è lasciata attrarre successivamente dall’idea di una violenza politica esercitata legittimamente – una “guerra giusta” – nel caso di una motivazione “umanitaria”. Anche se condotta all’infuori di quel tanto di diritto internazionale sopravvissuto alla fine della “guerra fredda”. Altre realtà della sinistra erede della tradizione comunista e socialista, come l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, hanno scritto da alcuni anni nelle loro tesi che la non violenza è “scelta normativa fondante dell’agire politico”.
Comunque le lettere e gli interventi suscitati dalla sortita di Bertinotti, rilanciata dall’autorevole interlocuzione di Pietro Ingrao, si contano ormai a decine. E se lo slogan “senza se e senza ma” ebbe grande successo quando si trattò di dire “no” alla guerra in Iraq, ora che si tratta di dire no a qualunque forma di violenza politica, i“se” e i “ma” invece abbondano. Detesto quello slogan, poiché penso che il dubbio vada sempre coltivato, anche quando si abbraccia una linea di condotta nel più determinato dei modi. Bene quindi il confronto, il che non mi esime dal dichiararmi subito più d’accordo con i partigiani della “non violenza”, e quindi di una rottura netta, almeno su questo piano, con una tradizione culturale che sicuramente appartiene alla sinistra otto-novecentesca, almeno quella di matrice marxista e legata al movimento operaio (“L’arma della critica non può sostituire la critica delle armi”: armi sicuramente impugnate da operai, contadini, comunardi, per difendersi dalla violenza dell’avversario di classe, che in genere la esercita per primo e nel modo più brutale).
I più “dubbiosi” sulla posizione di Bertinotti – a parte la minoranza interna a Rc che reclama un congresso straordinario, sul tema delle alleanze – sono alcuni esponenti del movimento “no-global”, che fino a poco tempo fa erano invece i più vicini al leader di Rc, partito che ha sempre partecipato alle iniziative del movimento, appoggiandolo con convinzione. I “disobbedienti” Casarini e Bernocchi lo hanno ripetuto sabato 7 febbraio all’assemblea del Social forum di Bologna, e lo avevano scritto in un lungo intervento pubblicato da “Liberazione”. No, quella “conversione” così radicale di Bertinotti alla “non –violenza” contro la spirale guerra – terrorismo, proprio non li convince. Non risulta chiaro, però, quale sia il tipo di “violenza” che Casarini e Bernocchi ritengono compatibile con i “fini” del movimento, che sono per l’appunto un mondo liberato dalle violenze della guerra e dalle conseguenze devastanti del capitalismo e del liberismo. Un conto, infatti, è simpatizzare con gli scioperi “selvaggi” degli autoferrotranvieri, con le manifestazioni “dure” dei siderurgici, ben diverso è giustificare gli attentati contro civili israeliani, magari con l’argomentazione che si tratta di “coloni”.
Un punto che ritorna in tutte le posizioni in dissenso, è la richiesta di valutare con maggiore capacità analitica la questione della violenza che si oppone alle aggressioni belliche della “guerra preventiva”: chi spara contro i militari americani (e anche italiani) in Iraq è un “terrorista”, o un esponente della “resistenza” armata che legittimamente reagisce a una occupazione straniera? E il kamikaze prodotto dalla disperazione palestinese, può essere messo sullo stesso piano del commando suicida di Al Quaeda che attaccò le Torri gemelle?
Ciò che riemerge qui – anche in difensori della “tradizione” del socialismo e del comunismo del secolo scorso assai più ortodossi di Casarini: è il caso di Alberto Burgio e Mario Tronti – è la considerazione dell’”efficacia” politica dell’uso della violenza da parte della vittima aggredita, oltre che del suo “diritto” a farlo. Dovremmo forse rinnegare la guerriglia dei viet-cong, o il mito di “Che” Guevara?
Ora, è certo giusto analizzare con sapienza critica e analitica i differenti contenuti “politici” dell’uso della guerra e della violenza, terroristica e militare. Resta vero, credo, che l’uso delle armi è sempre la continuazione “con altri mezzi” di una qualche politica, che va razionalmente compresa, soprattutto se la si vuole contrastare o modificare, o anche appoggiare in modo efficace. Ma resta anche il fatto che la scelta di mezzi sempre e comunque pacifici per sostenere e praticare fini di pace ha una grande forza e coerenza interna.
Certo, l’uso della forza e della violenza può essere “efficace”: la guerra è davvero servita per togliere di mezzo Saddam e il suo regime, così come è vero che lo stillicidio di morti e di attentati contro le forze di occupazione indebolisce l’immagine di Bush e parla ogni giorno di un possibile fallimento dell’operazione americana in Iraq. Ma esiste una vera prova negativa del contrario? Le potenze democratiche non avrebbero potuto – come a un certo punto avevano suggerito i Radicali italiani – scegliere un’altra via per la destituzione pacifica di Saddam? E siamo sicuri che una “resistenza” irachena capace di altre forme di contestazione non otterrebbe solidarietà maggiore nel mondo?
E’ proprio la specularità nel ricorso ai “mezzi” tra vittima e aggressore che viene contestata da chi – come Marco Revelli – è più netto nello stabilire una cesura con le pratiche e la teoria della sinistra del ’900. Ciò, a mio avviso, non significa ignorare le cause storiche della violenza rivoluzionaria e abbandonarsi a un generico “ripudio” della propria tradizione. Ma esprime la ricerca verso un’altra idea di politica e un’altra idea –soprattutto – del rapporto tra politica e potere. Un nuovo potere avrebbe la sua “potenza” non nell’esprimere una forza uguale e contraria al potere dominante, ma nello sviluppare un tessuto di relazioni qualitativamente diverse e capaci di costruire nella realtà quell’”altro mondo possibile” desiderato da chi respinge le ingiustizie dell’attuale assetto globale (e “locale”). E’una posizione debitrice verso l’elaborazione del pensiero femminile, che ha insistito negli ultimi vent’anni sulla rilevanza del lavoro sul simbolico e sulla relazione. Questo debito tuttavia è poco dichiarato e meditato nelle elaborazioni di Revelli e Bertinotti e ciò contribuisce a indebolire la posizione teorica e pratica dei nuovi “nonviolenti”.
Terminerò, a questo proposito, con una piccola diversione filosofica.
E’ stato recentemente pubblicato (“Il diritto alla filosofia dal punto di vista cosmopolitico”) un vecchio intervento di Jacques Derrida – risale al 1991 – nella sede dell’Unesco, incentrato sul problema della pace e dell’incontro tra culture diverse nel contesto di una “democrazia a venire” a livello globale. Intervento a suo modo profetico, e incentrato sullo scritto di Kant intitolato “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”. E’ il testo che contiene la famosa definizione dell’uomo come “legno storto”, e che tuttavia prevede un futuro di pace per una umanità unita da una “grande lega tra i popoli”, poiché così vorrebbe il “piano nascosto della natura”.
Per Kant sono proprio l’aggressività e l’”antagonismo” che naturalmente oppongono gli uomini e li spingono alla guerra a dover far maturare nel tempo – dopo “più rivoluzioni nella trasformazione” – una intesa capace di dar vita a una società civile cosmopolitica, secondo un modello culturale che affonda le sue radici filosofiche nell’Europa greco-romana-cristiana. Derrida “corregge” l’eurocentrismo kantiano, ma ne rilancia il sogno, e propugna un “diritto alla filosofia”, un diritto al “pensiero”, che possa esprimersi in tutte le lingue e culture, riconosciuto a “tutti e tutte”.
Ho pensato che il “piano nascosto della natura” finora basato sull’”antagonismo” ci ha condotto sino alla parziale realizzazione della profezia kantiana (la Società delle Nazioni, e poi l’Onu, oggi contestata dalla guerra preventiva americana, e però già di nuovo invocata per una soluzione della questione irachena), ma ha visto scatenarsi anche immani conflitti universali , che hanno attraversato gli ultimi due secoli con il succedersi di rivoluzioni, guerre e genocidi. E con il culmine della shoah.
Non metto certo sullo stesso piano drammi storici così diversi, ma in grande misura essi possono essere ricondotti alle categorie dei conflitti per il riconoscimento, basati sulle contraddizioni di razza e di classe. Anche queste contraddizioni sono profondamente diverse, ma in parte accomunate da una intima dinamica simbolica e materiale mortale. (Dico in parte, contro il revisionismo storico che tende a uguagliare i totalitarismi, poiché, come riconosce lo stesso Nolte, la violenza di classe ha ben potuto evolversi verso soluzioni di compromesso politico e statuale, a differenza della violenza razzista).
Il “piano della natura” potrebbe nascondere il fatto che il necessario antagonismo umano alla fine si informerà al conflitto per il riconoscimento tra uomo e donna, che ha una logica contraddittoria ma non mortale, essendo naturalmente rivolto alla vita. Sarebbe allora questa la via simbolica (cioè politica) obbligata per raggiungere quel mondo unito nella pace dei popoli e nelle relazioni – conflittuali, ma non mortali – tra le persone.

Alberto Leiss








> da leggere

-
Jacques Derrida,
“Il diritto alla filosofia dal punto di vista cosmopolitico”, il melangolo, 2003, pag.54, euro 10.

- Interventi su non violenza e politica pubblicati su "Liberazione", "Carta", "il manifesto".