locale / globale
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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
29 settembre 2005
Via Quaranta e i dubbi dell’istruzione
Il 21 settembre il presidente della Repubblica ha invitato gli studenti italiani a declinare la logica dell’accoglienza nel corso dell’anno scolastico appena iniziato.

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29 luglio 2005
La ripresa del Burundi
Quando arriva nel seggio una gran folla le si fa incontro, felice di poterle stringerle la mano. Un vecchio mi sussurra all’orecchio di non avvicinarla, perché si è decolorata i capelli e fuma in pubblico.
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29 luglio 2005
Romana, Piera, Francesca, Alfonsina, Faustai
Le primarie dell’Unione sono già aperte. Le primarie dell’Unione sono già chiuse.... Con interventi di Bia Sarasini, Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, Marina Terragni.

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26 luglio 2005
Dopo le bombe. Apologia dolce del fatalismo
I nemici tra noi. Un "paki" nel Deserto della solitudine
Tre interventi di Letizia Paolozzi e Bia Sarasini su noi e il mondo dopo gli attentati di Londra
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25 giugno 2005
Imparare da una donna
La nostra condizione attuale fa sì che le donne possano vivere anche senza uomini, il che rovina tutto.
Immanuel Kant
….
Una donna africana siede in alto e fa lezione. Più in basso, di fronte a lei, la ascolta rispettosamente un re, circondato da dottori della religione islamica.
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20 giungo 2005
Un funerale con saluti a braccia tese
Un commosso saluto di molti amici venuti da tutta Italia: Così il tg1 delle 13 di venerdì 17 giugno ha definito l’adunanza dei molti che hanno approfittato della morte del giovane barista di Varese, ucciso pochi giorni prima in una rissa che ha visti coinvolti due albanesi.
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4 giugno 2005
Tutta l'Africa è paese
La settimana ricca di appuntamenti della rassegna ItaliaAfrica voluta a Roma da Walter Veltroni si è chiusa con il grande concerto di Piazza del Popolo sabato 28 giugno

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28 maggio 2005
L'azzardo della lista rosa
E' appena uscito dall'editore Guida di Napoli il libro di Letizia Paolozzi "La passione di Emily e l'azzardo della lista rosa".

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7 maggio 2005

Resistenze violente e non
«Non c’è una via per la pace. La pace è la via». Sono parole di Thic Nath Hanh, il monaco vietnamita buddista zen che durante la guerra del VietNam diede vita al movimento di resistenza non-violenta dei”Piccoli corpi di pace”.

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2 aprile 2005
Ci piace la politica di Alessandra?
Per giudicare non basta l'antifascismo

E adesso che abbiamo visto su Rai3 l’unico confronto televisivo con il governatore del Lazio, il suo antagonista e Alessandra Mussolini
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2 marzo 2005
Da Pechino a New York
Quando un essere umano rischia di precipitare gli si tende una rete per evitare che finisca male.

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13 febbraio 2005
Le primarie? Non buttiamole

Vorrei che il discorso sulle primarie andasse avanti. E non fosse inghiottito dalla opacità che di solito avvolge le proposte politiche che non piacciono.
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4 novembre 2004
Buttiglione e il fantasma anticattolico

Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa: il pregiudizio anticristiano, anticattolico. Questione quanto mai confusa, di difficile dipanamento. Qualche proposta di riflessione
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14 ottobre 2004
Afghanistan, il voto velato
Non condivido la gioia di chi ha esultato per le recenti elezioni in Afghanistan, soprattutto per ciò che ha riguardato le elettrici.
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30 settembre 2004
Donne che amano quello che fanno
Si sono tolte il velo, hanno sorriso, appena liberate. Quando sono scese dall’aereo, sorridenti, si sono prese per mano, in mezzo alla piccola folla che le circondava.
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22 settembre 2004
Che cosa vuole veramente un uomo?
Si sa che Freud a un certo punto si domandò: che cosa vuole veramente una donna? E che non seppe trovare risposta. Credo che oggi la domanda decisiva sia: che cosa vuole veramente un uomo?

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19 agosto 2004
Usa, adotta una famiglia
Le donne single con figli a carico non saranno più sole: con loro da qualche tempo c’e John Kerry, il candidato democratico
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30 luglio 2004
L’occhio attento del Sudafrica
Due donne si guardano con tenerezza carezzando l’una il volto dell’altra
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30 giugno 2004
Donne in lista e desiderio di politica
Qualcosa è successo
Conclusi i ballottaggi, una come me, attenta a ciò che accade alle donne, si domanda se, appunto, le mie sorelle di sesso siano state votate.
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26 maggio
Una scommessa con molti fantasmi
Non c’è nulla di particolarmente originale - per chi consideri la legge sulla procreazione assistita sbagliata - nell’aver firmato il referendum dei radicali
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21 maggio 2004
"Le donne arabe si muovono, le italiane no"
Emma Bonino: non snobbate il referendum

Qualche giorno fa i Radicali hanno ripercorso i trent’anni trascorsi dalla vittoria del referendum per confermare la legge sul divorzio.

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16 maggio 2004
Ficcare il naso in Indonesia
Oltre un mese dopo le elezioni, sono stati resi noti i risultati del voto in Indonesia: ha vinto con il 21.58% il partito Golkar dell’ex dittatore Suharto

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12 maggio 2004
La lista rosa a Napoli
La crisi a Castellammare
Tre articoli di Letizia Paolozzi con una intervista al sindaco di Pomigliano d'Arco
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28 marzo 2004
Ritrovare la forza di una laicità viva
Essere di cultura musulmana e contro la misoginia, l’omofobia, l’antisemitismo e l’islam politico
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12 febbraio 2004
Chi ha paura del “listone rosa“
Da quasi due mesi, uno degli argomenti in discussione nel ceto politico-giornalistico del Mezzogiorno) è la Lista Emily-Napoli. Lista di donne che non esclude di scendere in campo alle prossime elezioni provinciali.
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11 febbraio 2004
Violenza, sinistra e "natura umana"
Fausto Bertinotti ha avuto il merito di riaprire la discussione a sinistra – soprattutto nella sinistra che si pensa come più radicale e “alternativa” – sul valore fondante della “non violenza”. Forse lo ha fatto con un metodo un po’ “violento”
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29 gennaio 2004
Da Sana'a l'idea di una democrazia
che si afferma con il tempo delle donne
Perché mi è parsa interessante la conferenza di Sana’a, voluta fortissimamente da Emma Bonino, organizzata da “Non c’è pace senza giustizia“ e dal governo dello Yemen?
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18 dicembre 2003
La figlia di Saddam
e la moglie dell'Imam
Delle tante cose dette intorno alla cattura di Saddam nulla è più incisivo di quelle immagini mute che sono state replicate tante volte in tv
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4 dicembre 2003
Radicali a congresso: il carisma di Emma
ma niente donne in direzione

Pubblichiamo un articolo di Letizia Paolozzi uscito sul mensile "Le ragioni del socialismo"

Nelle viscere dell’Ergife si è tenuto il secondo congresso nazionale dei radicali italiani.
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25 ottobre 2003
Bassolino: guai a diventare
ospiti fissi nel salotto di Vespa
Deve fare la sua testimonianza al corso di formazione di Emily, Napoli, sulla comunicazione politica.
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11 agosto-15 settembre 2003
Cercate la donna. A Castellammare
“Scandalo“ in Campania: la sindaca Ersilia Salvato chiama Anna Maria Carloni nella sua Giunta. Per le capacità di Anna Maria o/e perché è la compagna di Antonio Bassolino? Interventi e interviste di Alberto Leiss, Franca Chiaromonte, Letizia Paolozzi e Bia Sarasini

6 agosto 2003
Giustizia per la Città
Il caso Mambro e Fioravanti
Lavoravo all’“ Unità“ e per quel giornale, allora diretto da Walter Veltroni, avevo intervistato Francesca Mambro.
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21 luglio 2003
Tra "kamikaze" della politica
e orfane delle pari opportunità

Accosto segnali diversi, dei quali però vale la pena di discutere
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16 luglio 2003
Veltroni tra dolore e musica
Un'altra idea di politica?
Parla di sofferenza e di mancanza. Conosce bene il potere di media. Gli piace il jazz. Ha una cultura pop-americana. E' un politico di professione. Il sindaco di Roma sotto la lente di ingrandimento di Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Franca Chiaromonte, Lanfranco Caminiti e Alberto Leiss
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16 giugno 2003
Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica
Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, da Asolo arriva qualche novità
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13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?
Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
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2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 24 ottobre 2005


Le forme dell'agire collettivo

Lunedì 14 novembre si svolgerà alla Casa internazionale delle donne in Via della Lungara 19, Roma un incontro con Maria Luisa Boccia: “Le forme dell’agire collettivo”
L'iniziativa è a cura dell'Associazione Generi e Generazioni
Nell’incontro l’autrice esporrà il seguente testo per poterlo discutere insieme e confrontare con le diverse esperienze


Ho scelto questo titolo perché mi interessa mettere a confronto le due forme dell’agire collettivo che costituiscono la mia esperienza, ma sopratutto hanno segnato profondamente la politica nel secolo che abbiamo alle spalle. Parlare di pratica politica, questo è il fulcro del nostro incontro, vuol dire parlare del nesso tra politica e vita: politica come “vita activa” , per Hanna Arendt. Una politica che si fonda su un dato di fatto, la pluralità degli esseri umani, prende forma nello spazio che li mette in relazione attorno alla sola preoccupazione che non possono non condividere, quella per il mondo in cui abitano.
Questo senso e modo di essere della politica non coincide, non può coincidere, con lo Stato, nemmeno con lo Stato democratico. Non solo lo spazio della politica è più ampio e diverso da quello istituzionale, ma soprattutto l’azione politica vive nelle relazioni plurali di differenze singolari. Viceversa la democrazia, anche quella più partecipata, ha come protagonista l’individuo cittadino, una figura universale, uniformata.
Parto da due citazioni. La prima è di Antonio Gramsci. L’ho trovata in agosto, alla festa dell’Unione di Lenola, paese della mia famiglia, , scritta con un pennarello su uno dei tabelloni. Non la conoscevo - a fianco del nome c’era scritto soltanto “ Scritti giovanili” - e l’ho copiata, perché la trovo straordinaria:
“Odio gli indifferenti perché mi annoia il loro piagnisteo di eterni innocenti.
Domando a ognuno di essi come ha svolto il compito che la vita gli ha dato e che gli pone quotidianamente. (…)
Vivo, sono partigiano, perciò odio chi non parteggia”.
Poche, asciutte parole che dicono in modo semplice la forza del nesso tra politica e vita: “vivo, sono partigiano”. La pratica politica dà forma alla vita, le pratiche della vita, anche quelle quotidiane, danno forme alla politica. La politica, dice Gramsci, è il compito che ognuno e ognuna deve svolgere, a partire dalla propria esistenza. Compito quindi singolare, e compito comune, poiché per nessuno e nessuna vi è rifugio nella presunta innocenza di non “prendere parte ” . Nel’ essere partigiano dunque, la singolarità che adempie il compito, posto dalla sua stessa vita, entra in relazione con altri ed altre; prende forma l’agire collettivo .
La seconda citazione è di un mio amico filosofo che preferisce definirsi “un politico che pensa” Mario Tronti. Per la lezione magistrale tenuta a Siena, a conclusione del suo insegnamento nella nostra università, Tronti ha scelto come tema “Politica e destino” . In un passaggio cruciale del discorso, parla del proprio destino:
“Vi voglio accennare il mio proprio destino: quello mia parte, della parte alla quale appartengo. Questa è la mia determinatezza storica più vicina (…). Questa è la situazione particolare nel mondo. Qui (…) il proprio carattere che corrisponde appunto al proprio destino. Io sto lì, so di stare lì, so di essere quello lì e non potrebbe essere altrimenti. E tuttavia, lì c’è una libera decisione di appartenenza, c’è un esrcizio di libertà, proprio in questa appartenenza”.
Questa decisione libera di essere parte richiede capacità di riflessione sul proprio destino: “ l’uomo che non ha riflessione sul proprio destino è senza volontà”. Qui Tronti riprende il tema di Llibertà e destino di F.W. Hegel: “ se la natura lo spinge alla vita, non può essere che un anelito a superare il negativo del mondo sussistente (…) Mentre invece il soffrire dell’uomo che non ha riflessione sul proprio destino è senza volontà, perché egli onora il negativo”. Solo chi è capace di riflettere sul proprio destino ha capacità di scelta, di decisione di libertà, . Ma Tronti nomina anche un’ altra capacità, - qui cita Nietzsche -quella di amare il proprio destino. Amare il proprio destino vuol dire prenderlo nelle proprie mani e metterlo in contrasto con la storia, e cioè con quell’aspetto del destino per cui appunto l’appartenenza non apre nessuna libertà di scelta e di azione, ma è solo determinata.
Svolgere il proprio compito quotidiano, partigiano, per ritornare a Gramsci, vuol dire che il nesso politica-vita deve essere praticato come libertà, altrimenti si rovescia di segno e diventa, appunto, un essere imprigionati. Carla Lonzi, dice la stessa cosa con parole altrettanto asciutte e semplici di quelle di Gramsci: “Sono nata donna, non ho da pensare ad altro”. Chi conosce i testi e la vita di Lonzi sa che questa scelta è stata di radicalità estrema.
Da queste citazioni io traggo una prima considerazione. E’ in questo nesso politica-vita che si costituisce quello che nella teoria politica e nella storia è stato il partito. Ma non è lo stesso partito che è oggetto della scienza politica,o della sociologia politica, poiché queste studiano e descrivono l’ attore del sistema politico, un’ istituzione tra le istituzioni, ed in questa ottica considerano gli uomini e le donne che ne fanno parte, in termini di rapporto tra sistema politico e società, di rappresentanza, organizzazione, programmi, ideologie. Mentre il partito come forma di politica e vita, è innanzitutto, come ho detto, pratica : pratica singolare e pratica collettiva nel partito prendono forma, ovvero si rendono riconoscibili e stabili. Questo è l’autonomia della politica, poiché se “l’essere parte” da forma all’agire di esseri umani concreti, è forma di soggettività e di vita, questa forma politica –il partito - non può non porsi come autonoma, distinta dal sistema dalle istituzioni rappresentative, dall’organizzazione dello Stato, del suo governo ed amministrazione.
La forza di questa autonomia è proprio nel rapporto tra singolarità , nel legame scelto, riflettuto e agito, che consente e richiede autorappresentazione della realtà. E’ questo il significato dell’intellettuale collettivo di Gramsci. La creazione di un proprio punto di vista sulla realtà inizia dalla differente coscienza di sé per ogni donna o uomo che a questa forma, a questa pratica della politica partecipa. Sappiamo che la forza di questo legame può diventare, è diventato, totalizzante. Si è realizzato come integralismo dell’appartenenza, cancellazione e negazione di quell’essenziale esercizio di libertà di ognuno:a nell’appartenenza.
Ma sappiamo anche che è stato l’agire collettivo, quando non ha prevalso questa modalità perversa, di integrazione dei singoli e delle singole nell’appartenenza, a produrre le modificazioni che contano: nei soggetti, nei rapporti, nelle esperienze, cioè nei contesti materiali come nel modo di pensare, prima di tutto nel modo di pensare l’essere umano e gli aspetti primari dell’esistenza, quei bisogni del corpo e dell’anima che Simone Weil, giustamente, indica come la prima radice della politica, molti dei quali sono invece derubricati a questioni “etiche” , o psicologiche, ricacciate nell’interiorità, affidate ad altre competenze simboliche ad altre pratiche, per definizione impolitiche.
Ancora una citazione da Gramsci, dalle Note su Machiavelli , per chiarire come questo essere parte non abbia niente a che fare col chiudersi nella particolarità di una classe, di una condizione, di un interesse. Scrive Gramsci: ”comprendere l’azione e la storia di un partito significa nient’altro che comprendere l’insieme, la storia e la vicenda generale di un paese, da un punto di vista determinato ”; quello che ho chiamato l’autonomia politica del soggetto partito, costruita nelle pratiche.
Per Tronti la politica si declina come differenza: “il tutto- scrive in Operai e capitale - può essere compreso solo dalla parte”. La parte coglie teoricamente la totalità, in quanto lotta contro di essa nella pratica, lotta cioè per modificare quella totalità. E qual è l’esigenza primaria per cui deve modificare quella totalità? Quella di non essere, appunto, ridimensionata a particolare. Gli operai,come gruppo sociologico, o come componente del processo produttivo, sono un fattore particolare, per quanto rilevante, del Capitale. Viceversa il partito operaio fa della parte il punto di vista per la comprensione della totalità. Prende così forma un’altra rappresentazione della realtà, un altro modo, quindi, di agire nella realtà e di modificarla nel suo insieme.
E’ interessante una notazione di Tronti rispetto al collocarsi dal lato della totalità – l’uomo, la società, lo Stato tutti i nomi generali-. “La verità –scrive – è che porta solo alla parzialità dell’analisi, porta solo a capire le parti staccate, porta a perdere il controllo scientifico dell’insieme”; assumere l’ottica generale diviene un “limite insormontabile alla conoscenza”, perché consiste nel difendere e conservare la “propria società”. E’ la critica marxiana alle idee dominanti, che sono quelle della classe borghese, con la quale è cominciata la politica del soggetto operaio. Ed è molto prossima - come posizione non certo come contenuti- alla critica femminista al neutro-universale, ovvero alla generalizzazione della parzialità maschile.
Ma un’altra osservazione di Tronti è ancora più interessante: “è impressionante come poco sappiano di se stessi” coloro che presumono di poter conoscere l’insieme, in modo oggettivo, neutralizzando il proprio essere parte. Poco sapete di voi, abbiamo detto noi donne agli uomini; poco nominate il nesso tra politica e vita, e poco sapete, dunque, quanto del vostro essere sessuati è coinvolto nella politica, nel come è da voi pensata ed agita . Costituirsi e costruirsi come parte significa stare, allo stesso tempo, dentro e contro questa totalità. Questa è la vera faccia dell’autonomia, non quella dell’anti-sistema, nell’illusione di far leva su un presunto “fuori”. Si è sempre e comunque dentro, ed è proprio da qui che bisogna partire, dal conoscere e praticare questa posizione determinata – io sto lì - per pensare e agire contro la forma totale. Per modificarla.
Quindi, la differenza della parte non può che fratturare la totalità lungo linee verticali, prima ancora che orizzontali: superiore/inferiore, alto/basso. Detto altrimenti per la differenza politica, un conflitto cruciale è quello su chi significa la totalità riducendo l’altro a particolare – ricordate la “specificità femminile”? per molti è ancora l’unico significato possibile della differenza.
Il partito operaio è stato questo, nelle sue diverse organizzazioni storiche. In Italia il Pci è stato anche questo. Voglio dire che questo tratto costitutivo del soggetto politico non è, ovviamente esclusivo. Abbiamo conosciuto la complessità, gravida di ambivalenze e contraddizioni irrisolte, del Pci come partito di massa: popolare, democratico, di alleanze sociali… queste e altre connotazioni hanno di volta in volta cercato di ricondurre a sintesi quella complessità, in qualche modo ridimensionando il connotato della differenza politica che ne ha contrassegnato l’origine. E non a caso, via via che questa differenza politica si appanna, si fa precaria l’autonomia politica, ovvero la politica del partito non è generata e a sua volta non genera un punto di vista “di parte ” sull’insieme. Detto altrimenti vengono meno o subiscono un’ alterazione profonda i due assi del partito come forma dell’agire collettivo: la teoria e la pratica. L’intellettuale collettivo, di cui ha parlato Marramao, nella sostanza è stato questo. Se dovessi indicare una periodizzazione, direi che gli anni Sessanta sono stati una stagione vitale di rilancio e innovazione di quella forma, ed allo stesso tempo di primi seri segni di una sua crisi profonda.
Comunque, mi interessa evidenziare che quel nesso tra politica e vita, grazie al quale è possibile la trasformazione dell’una e dell’altra, è stato praticabile in quella forma- partito. E’ stato praticato in quanto organizzato. Questo è un punto cruciale., sul quale riflettere. L’organizzazione infatti rende possibile realizzare l’azione politica; dà cioè continuità e stabilità alle pratiche, consente di connettere progetti, obiettivi, decisioni all’agire collettivo: qualcosa che è un prima a un dopo.
E ancora Gramsci a guidarmi: “il partito che opera non è la stessa cosa del partito che esisteva ‘prima’ ”, anche se, ovviamente, “le coincidenze sono tante che si può dire trattarsi dello stesso organismo ”. Gramsci ragiona qui sulla “passione politica ” e come questa possa combinarsi con l’organizzazione permanente, con “il piano d’azione ”, elaborato “spassionamente ” ( prima, appunto, di agire). La risposta di Gramsci, è noto, è che la passione diventa “dovere ”, non nel senso di ”morale politica ”, ma di etica. E ancora: “non si può concepire una passione organizzata permantemente senza che essa diventi razionalità e riflessione ponderata, cioè non più passione ”. Questo spiega la nascita delle organizzazioni che rendono possibile la politica come azione permanente. Ma subito dopo Gramsci parla della “passione politica”, come di un impulso all’azione che supera il terreno “permanente ed organico” –potremmo dire la razionalità, il piano spassionato dell’azione, che per Gramsci è quello economico -, “facendo entrare in gioco sentimenti e aspirazioni, nella cui atmosfera incandescente lo stesso calcolo della vita individuale ubbidisce a leggi diverse da quelle del tornaconto individuale” (corsivo mio). E’ un’intuizione preziosa della quale avvalersi, anche oltre il senso che ha in questa pagina di Gramsci.
Se non interviene la passione politica donne ed uomini non agiscono. E’ ciò che sfugge alla razionalità politica a crea il nesso tra i soggetti –vite, sentimenti, desideri, bisogni - ed i progetti, gli obiettivi, gli strumenti e le sedi istituzionali -. Ciò che è stato elaborato e deciso nella pratica politica si trasforma, poiché interviene la qualità imprevedibile dell’agire in prima persona. Questo rende la politica più instabile e, sì, più irrazionale di quanto molti credono ed auspicano. Pure, solo se la passione politica supera, come dice Gramsci, la razionalità, in quella dimensione incandescente che non ubbidisce al calcolo l’impossibile diviene possibile. Insomma nella pratica c’è un di più che sfugge all’oggettività della scienza politica e delle tecniche di razionalizzazione dell’azione umana. E’ una risorsa, ed è una difficoltà.

Oggi quella forma partito è andata perduta. I partiti della sinistra sono un’altra cosa. Si distinguono per i contenuti, non certo per la pratica. Ma la forma dell’agire collettivo di cui ho parlato, è andata perduta anche nelle altre organizzazioni, anche nei movimenti che tanto vengono esaltati per la novità che avrebbero introdotto proprio nel modo di fare politica. Non ne sottovaluto affatto la significatività, in particolare di quelli che pongono grandi, ineludibili, temi del presente: la pace, la globalizzazione. Né sottovaluto l’importanza, in primo luogo per la democrazia, di una diffusa e articolata cittadinanza attiva, nel duplice segno dell’autogestione e della partecipazione. Ma nel modo di fare politica non mi sembrano porsi oltre la forma movimento, oltre la dimensione orizzontale della società civile. Lo si vede bene quando è in gioco il rapporto con il sistema politico: si ripropone l’alternativa classica per i movimenti, tra rappresentanza ( in tempi di personalizzazione, con la presenza nei media, non sempre nelle istituzioni, di uno/a o alcuni/e protagonisti) e anti-sistema. Mi sembra comunque che i movimenti siano oggi non meno di ieri, nonostante le grandi diversità, altra cosa da un soggetto politico autonomo, che dà forma e senso ad una parte, ad una differenza.
Molte cause di quella perdita sono da rintracciare nelle concrete vicende storiche, alcune delle più prossime nella transizione italiana, iniziata nell’89. Ma ve ne è una che attiene, invece, proprio al modo d’essere del partito, sulla quale il femminismo ha compiuto la critica più incisiva, operando una cesura netta. Parlo dell’organizzazione. E’ noto come, negli anni Settanta, con il separatismo, le femministe mettono in questione, in radice, la forma dell’agire collettivo, nella quale organizzazione e pratiche sono strettamente intrecciate, anche se, come ho provato a dire, non pervengono mai a una ricomposizione, anzi conoscono tensioni continue, in ragione della loro intima contraddizione. Non voglio riassumere qui una storia che dovrebbe essere nota. Ed altrettante nota dovrebbe essere la pratica femminista, nei suoi tratti fondanti, essendo documentata in numerosi testi. Mi interessa invece evidenziare come il femminismo riprende, anzi porta in primo piano, il nesso tra politica e vita e per questo fa della pratica il cuore della politica. Scommette cioè sulla possibilità di dare stabilità, continuità e, soprattutto, forma all’agire singolare e plurale, senza costruire un’organizzazione. Di più, vorrei dire senza creare una figura del Soggetto politico, in buona sostanza indipendente dagli uomini e le donne che lo costituiscono. Ritengo che si possa parlare di femminismo se e solo se la pratica in cui si incarna è ancora viva e operante. Naturalmente un’opzione così drastica non è esente da problemi. Proverò ad indicarne alcuni, più avanti. E tuttavia non vi è dubbio che la pratica femminista costituisca un fulcro riconoscibile, che la distingue dai movimenti, non meno che dai partiti, dai sindacati, dall’associazionismo. Grazie a questa pratica si sono prodotte modificazioni importanti nella soggettività delle donne, nelle loro vite e nei loro rapporti .
Non vi è dubbio, comunque, che compiere quell’opzione sia stato un atto politico che è andato dritto alla radice del problema. La crisi del partito, come forma dell‘agire collettivo ha la sua matrice nell’organizzazione, proprio in quello che è stato il suo punto di forza, di durata, di stabilità, di capacità di azione. E’un paradosso, frutto di una contraddizione reale.
Perché l’organizzazione ? Come Gramsci vide per tempo, l’organizzazione tende a controllare, a limitare l’agire politico collettivo nella sua imprevedibilità. Per un verso ne ha bisogno e deve suscitarlo, per altro verso gli si contrappone. E per farlo ricorre allo spirito di consuetudine e alla burocrazia. Questo provoca la crisi dell’organizzazione. Perché in quella determinata organizzazione, negli uomini e nelle donne che la fanno funzionare e la dirigono, gli uomini e le donne che costituiscono il partito attivo, non si riconoscono più. Tra queste due realtà si crea uno iato. Là i soggetti sociali, gli uomini e le donne in carne e ossa, si distaccano qui il partito come organismo indipendente. E quindi – dice Gramsci – il partito fallisce la sua impresa, perde l’autonomia e la forza della pratica collettiva. Per sopravvivere non può che ripiegare sul sistema politico, sulla rappresentanza. Ed anche quest’ultima subisce una modificazione: non più interfaccia della pratica collettiva, diventa pura delega, funzionale al riprodursi della distinzione tra società civile e stato, tra governati e governanti, tra “classe” politica e cittadini. Il partito insomma si struttura sempre più a somiglianza dello Stato e si scolla dall’esperienza.
La domanda che la fine di questa forma dell’agire politico collettivo ci pone, è quale altra forma? Va preso atto che la crisi di questa forma non ne ha generata un’altra. Ha prevalso la politica della regola,della riduzione della democrazia a consenso, della competizione per la selezione delle élite, del personalizzazione nei leader di partiti e coalizioni, della scena mediatica. Ma è assurdo pensare che il voto possa sostituire l’azione politica dei soggetti.
In questo diverso scenario anche la pratica femminista, la competenza che ci viene dall’aver costruito una politica senza organizzazione, è in difficoltà. Perché la politica differente delle donne non è divenuta politica differente di uomini e donne. Anzi, è continuamente esposta ad una riduzione: la pratica è una nostra specificità, quello che, semmai, può avere una rilevanza politica “generale”, sono alcuni contenuti e, se va bene, si riconosce l’esigenza di fare spazio alla competenza femminile – non femminista - nel sistema politico. Ma sul nodo decisivo, quale forma dell’agire politico, ha vinto l’altro modello.
Ovviamente, mutando il contesto, la critica femminista al partito-organizzazione, cambia di segno. Si è aperta una forbice tra crisi e critica, e quest’ultima ha perso il suo bersaglio . Di conseguenza la riflessione va spostata sull’efficacia della pratica nel contesto attuale. Non è mutato soltanto il sistam di regole e di funzionamento delle istituzioni, non sono mutati soltanto i partiti; è mutato, soprattuttto, il rapporto di uomini e donne con la politica, nell’esperienza come nella rappresentazione.
L’effetto più grave della trasformazione dei partiti, da soggetti dell’agire collettivo, a istituzioni del sistema politico, è “la desertificazione della sfera pubblica”, della quale ha parlato Marramao. Qui c’è anche un deficit delle pratiche, le quali non ce la fanno a costruire una sfera pubblica strutturata e durevole. La sfera pubblica è sempre più sostituita alla scena politico-mediatica, un mix sempre più integrato dei due sistemi politico e mediatico. In questa scena bisogna esserci, e per esserci bisogna adottare gesti e parole adeguati. Mi ha colpito, al riguardo, la presentazione da parte dei Disobbedienti di un loro candidato premier alle primarie del centro sinistra. Già la scelta è significativa dell’attrazione esercitata da quella scena. Ma ancor più il modo (dal volto coperto da passamontagna del candidato, all’occupazione della sede dell’Unione) rivela che il gesto è fatto al solo scopo di esserci. Per inciso, la scelta delle primarie è in sé indicativa. I partiti, lungi dal porsi il problema delle pratiche, e della sfera pubblica, scelgono un rapporto con i cittadini, in funzione del voto e della legittimazione dei laeder. Non preoccupandosi, peraltro, di favorire in tal modo la modifica costituzionale del centro-destra, sul presidenzialismo. Si contrasta la norma, ma se ne assume la sostanza.
Nel femminismo l’attrazione esercitata dalla scena politico-mediatica è stata molto meno forte. Direi anzi che si è cercato di contrastarla, Pure, in questi anni è ritornata con insistenza la parola ”visibilità ”. Sono in molte a sentirsi strette tra la propria pratica e la realistica presa d’atto che nel senso comune e nelle scelte degli attori istituzionali la politica sta andando in tutt’altra direzione. Si fa più forte il rischio di una sorta di parallelismo, come se quella femminista fosse un’altra politica (o forse un'altra cosa?), che poco o nulla ha a che fare con quella che è la politica. Mentre è stata feconda quando ha aperto un conflitto che ha attraversato la politica in tutti i luoghi e in tutto il suo spessore .
Dunque siamo in difficoltà anche noi femministe. Lo conferma il referendum sulla fecondazione assistita. Le ragioni della sconfitta sono diverse, e non è questa la sede per analizzarle . Accenno soltanto ad alcune che attengono direttamente al mio argomento. Innanzittutto il referendum è un voto, oltretutto molto semplificante, che risolve in un rapporto di forza numerico le differenti motivazioni. Poco si presta a dare voce ai soggetti in prima persona. E però proprio su un tema come la fecondazione occorrerebbe una pratica singolare e collettiva che sappia mettere in parola l’esperienza, susciti riflessività e presa di coscienza. Diversamente dai referendum per l’aborto ed il divorzio, dove il nesso con l’esperienza era diretto, la maggior parte degli uomini e delle donne hanno un’ immagine sulla fecondazione assistita, fornita dalla spettacolarizzazione mediatica. E, diversamente di quanto avvenne per l’aborto ed il divorzio, si è arrivati al referendum, avendo alle spalle la desertificazione della sfera pubblica.
Non può stupire che non si sia riusciti a colmare questo vuoto. E infatti anche nella campagna elettorale ha prevalso la rappresentazione dei media. Ed ha avuto come protagonisti lo scienziato ed il tutore dell’embrione. In aspra contesa tra loro, ma accomunati nell’eclissare la madre. Non è una recriminazione, c’è molto per noi da pensare e discutere, a partire da questa presa d’atto. Rispetto al merito e rispetto alla politica. Il referendum ha messo in evidenza quanto sia ampio il divario tra il grande e prezioso lavoro che da anni facciamo su questi temi e gli ambiti in cui circola, entra in rapporto con altre esperienze e competenze, arriva al senso comune. Non si tratta di conquistarsi visibilità, ma di chiedersi quale sfera pubblica vogliamo e come contribuiamo a farla. Non è infatti un problema nostro, e non può essere affrontato senza scambio tra donne e uomini.
L’invito all’astensione è stato enormemente favorito dal vuoto di sfera pubblica. Si è infatti creata una convergenza fortissima tra l’individualismo e l’attiva mobilitazione della Chiesa. Dietro l’’ appello all’astensione c’ è infatti la delega al potere legislativo che ha già deciso sui valori da tutelare. . “Vivo, sono partigiano” si è rovesciato di segno. Credo che lo slogan vicente sia stato “Non si vota sulla vita” . Ed’ è vero i dilemmi autentici della vita, a cominciare dal senso che diamo a questa parola, non si risolvono con un voto. Ma è anche vero che chi si è astenuto al referendum non ha sottratto la questione della vita al voto, al contrario ha confermato che una maggioranza parlamentare decide per tutti e tutte.
La straordinaria affermazione di Gramsci “ Vivo e sono partigiano” si rovescia nel suo contrario. Vivo, sul senso della mia vita, su cos’è vita lascio che decidano i poteri.

Maria Luisa Boccia













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