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relazioni politiche, dal quartiere al mondo
8 dicembre 2005
Di padre in figlio
Nel corso della settimana appena trascorsa abbiamo assistito a prove tecniche di nuovo governo.
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25 novembre 2005
Ti picchio così ti cancello
La violenza sulle donne è oggi l’unico dato che accomuna gli uomini del pianeta...

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7 novembre 2005
Al Parlamento e ai partiti: legge elettorale
e programmi non rimuovano la forza femminile

Siamo stanche, e stanchi, del sentimento di desolazione che proviamo di fronte alla parata dei politici, tutti e sempre maschi, che si autorappresenta dovunque.
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30 ottobre 2005
Primarie, quote, liste di sole donne
Si annuncia la “riscossa rosa” in Parlamento?

Il Parlamento che uscirà in aprile dalle elezioni del 2006 avrà un numero di donne come l’attuale, cioè minimo? Si interrogano le donne riunite dall’associazione Emily

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24 ottobre 2005
Per le donne né 50, né 30, né 25 per cento
L'equazione misogina dei franchi onorevoli
Perché l'emendamento del governo, sulle “quote rosa“ non è stato votato dall'opposizione? Qualche giorno fa titolava Liberazione, il giornale di Rifondazione comunista: “La maggioranza cancella le donne dal Parlamento“.

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7 ottobre 2005
Perchè, io donna, dovrei appassionarmi
a queste maldestre primarie?
In questa fase, che per comodità e a rischio di banalizzare, chiamerei di transizione, sono entrate nel frullatore della politica “le questioni eticamente sensibili“
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29 settembre 2005
Via Quaranta e i dubbi dell’istruzione
Il 21 settembre il presidente della Repubblica ha invitato gli studenti italiani a declinare la logica dell’accoglienza nel corso dell’anno scolastico appena iniziato.

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29 luglio 2005
La ripresa del Burundi
Quando arriva nel seggio una gran folla le si fa incontro, felice di poterle stringerle la mano. Un vecchio mi sussurra all’orecchio di non avvicinarla, perché si è decolorata i capelli e fuma in pubblico.
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29 luglio 2005
Romana, Piera, Francesca, Alfonsina, Faustai
Le primarie dell’Unione sono già aperte. Le primarie dell’Unione sono già chiuse.... Con interventi di Bia Sarasini, Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, Marina Terragni.

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26 luglio 2005
Dopo le bombe. Apologia dolce del fatalismo
I nemici tra noi. Un "paki" nel Deserto della solitudine
Tre interventi di Letizia Paolozzi e Bia Sarasini su noi e il mondo dopo gli attentati di Londra
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25 giugno 2005
Imparare da una donna
La nostra condizione attuale fa sì che le donne possano vivere anche senza uomini, il che rovina tutto.
Immanuel Kant
….
Una donna africana siede in alto e fa lezione. Più in basso, di fronte a lei, la ascolta rispettosamente un re, circondato da dottori della religione islamica.
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20 giungo 2005
Un funerale con saluti a braccia tese
Un commosso saluto di molti amici venuti da tutta Italia: Così il tg1 delle 13 di venerdì 17 giugno ha definito l’adunanza dei molti che hanno approfittato della morte del giovane barista di Varese, ucciso pochi giorni prima in una rissa che ha visti coinvolti due albanesi.
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4 giugno 2005
Tutta l'Africa è paese
La settimana ricca di appuntamenti della rassegna ItaliaAfrica voluta a Roma da Walter Veltroni si è chiusa con il grande concerto di Piazza del Popolo sabato 28 giugno

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28 maggio 2005
L'azzardo della lista rosa
E' appena uscito dall'editore Guida di Napoli il libro di Letizia Paolozzi "La passione di Emily e l'azzardo della lista rosa".

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7 maggio 2005

Resistenze violente e non
«Non c’è una via per la pace. La pace è la via». Sono parole di Thic Nath Hanh, il monaco vietnamita buddista zen che durante la guerra del VietNam diede vita al movimento di resistenza non-violenta dei”Piccoli corpi di pace”.

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2 aprile 2005
Ci piace la politica di Alessandra?
Per giudicare non basta l'antifascismo

E adesso che abbiamo visto su Rai3 l’unico confronto televisivo con il governatore del Lazio, il suo antagonista e Alessandra Mussolini
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2 marzo 2005
Da Pechino a New York
Quando un essere umano rischia di precipitare gli si tende una rete per evitare che finisca male.

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13 febbraio 2005
Le primarie? Non buttiamole

Vorrei che il discorso sulle primarie andasse avanti. E non fosse inghiottito dalla opacità che di solito avvolge le proposte politiche che non piacciono.
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4 novembre 2004
Buttiglione e il fantasma anticattolico

Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa: il pregiudizio anticristiano, anticattolico. Questione quanto mai confusa, di difficile dipanamento. Qualche proposta di riflessione
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14 ottobre 2004
Afghanistan, il voto velato
Non condivido la gioia di chi ha esultato per le recenti elezioni in Afghanistan, soprattutto per ciò che ha riguardato le elettrici.
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30 settembre 2004
Donne che amano quello che fanno
Si sono tolte il velo, hanno sorriso, appena liberate. Quando sono scese dall’aereo, sorridenti, si sono prese per mano, in mezzo alla piccola folla che le circondava.
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22 settembre 2004
Che cosa vuole veramente un uomo?
Si sa che Freud a un certo punto si domandò: che cosa vuole veramente una donna? E che non seppe trovare risposta. Credo che oggi la domanda decisiva sia: che cosa vuole veramente un uomo?

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19 agosto 2004
Usa, adotta una famiglia
Le donne single con figli a carico non saranno più sole: con loro da qualche tempo c’e John Kerry, il candidato democratico
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30 luglio 2004
L’occhio attento del Sudafrica
Due donne si guardano con tenerezza carezzando l’una il volto dell’altra
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30 giugno 2004
Donne in lista e desiderio di politica
Qualcosa è successo
Conclusi i ballottaggi, una come me, attenta a ciò che accade alle donne, si domanda se, appunto, le mie sorelle di sesso siano state votate.
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26 maggio
Una scommessa con molti fantasmi
Non c’è nulla di particolarmente originale - per chi consideri la legge sulla procreazione assistita sbagliata - nell’aver firmato il referendum dei radicali
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21 maggio 2004
"Le donne arabe si muovono, le italiane no"
Emma Bonino: non snobbate il referendum

Qualche giorno fa i Radicali hanno ripercorso i trent’anni trascorsi dalla vittoria del referendum per confermare la legge sul divorzio.

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16 maggio 2004
Ficcare il naso in Indonesia
Oltre un mese dopo le elezioni, sono stati resi noti i risultati del voto in Indonesia: ha vinto con il 21.58% il partito Golkar dell’ex dittatore Suharto

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12 maggio 2004
La lista rosa a Napoli
La crisi a Castellammare
Tre articoli di Letizia Paolozzi con una intervista al sindaco di Pomigliano d'Arco
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28 marzo 2004
Ritrovare la forza di una laicità viva
Essere di cultura musulmana e contro la misoginia, l’omofobia, l’antisemitismo e l’islam politico
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12 febbraio 2004
Chi ha paura del “listone rosa“
Da quasi due mesi, uno degli argomenti in discussione nel ceto politico-giornalistico del Mezzogiorno) è la Lista Emily-Napoli. Lista di donne che non esclude di scendere in campo alle prossime elezioni provinciali.
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11 febbraio 2004
Violenza, sinistra e "natura umana"
Fausto Bertinotti ha avuto il merito di riaprire la discussione a sinistra – soprattutto nella sinistra che si pensa come più radicale e “alternativa” – sul valore fondante della “non violenza”. Forse lo ha fatto con un metodo un po’ “violento”
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29 gennaio 2004
Da Sana'a l'idea di una democrazia
che si afferma con il tempo delle donne
Perché mi è parsa interessante la conferenza di Sana’a, voluta fortissimamente da Emma Bonino, organizzata da “Non c’è pace senza giustizia“ e dal governo dello Yemen?
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18 dicembre 2003
La figlia di Saddam
e la moglie dell'Imam
Delle tante cose dette intorno alla cattura di Saddam nulla è più incisivo di quelle immagini mute che sono state replicate tante volte in tv
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4 dicembre 2003
Radicali a congresso: il carisma di Emma
ma niente donne in direzione

Pubblichiamo un articolo di Letizia Paolozzi uscito sul mensile "Le ragioni del socialismo"

Nelle viscere dell’Ergife si è tenuto il secondo congresso nazionale dei radicali italiani.
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25 ottobre 2003
Bassolino: guai a diventare
ospiti fissi nel salotto di Vespa
Deve fare la sua testimonianza al corso di formazione di Emily, Napoli, sulla comunicazione politica.
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11 agosto-15 settembre 2003
Cercate la donna. A Castellammare
“Scandalo“ in Campania: la sindaca Ersilia Salvato chiama Anna Maria Carloni nella sua Giunta. Per le capacità di Anna Maria o/e perché è la compagna di Antonio Bassolino? Interventi e interviste di Alberto Leiss, Franca Chiaromonte, Letizia Paolozzi e Bia Sarasini

6 agosto 2003
Giustizia per la Città
Il caso Mambro e Fioravanti
Lavoravo all’“ Unità“ e per quel giornale, allora diretto da Walter Veltroni, avevo intervistato Francesca Mambro.
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21 luglio 2003
Tra "kamikaze" della politica
e orfane delle pari opportunità

Accosto segnali diversi, dei quali però vale la pena di discutere
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16 luglio 2003
Veltroni tra dolore e musica
Un'altra idea di politica?
Parla di sofferenza e di mancanza. Conosce bene il potere di media. Gli piace il jazz. Ha una cultura pop-americana. E' un politico di professione. Il sindaco di Roma sotto la lente di ingrandimento di Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Franca Chiaromonte, Lanfranco Caminiti e Alberto Leiss
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16 giugno 2003
Se lui e lei vogliono provare
a dare un'anima alla politica
Mentre si torna a discutere sullo stato delle relazioni tra donne e uomini, da Asolo arriva qualche novità
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13 giugno 2003
Cosa significano "sì" e "no" nella guerra dei sessi?
Letizia Paolozzi
recensisce il libro di Elisabeth Badinter che ha riacceso il dibattito sui rapporti tra i sessi, e invita gli uomini a imitare la "leggerezza" di Beckham. Le risponde Bianca Pomeranzi: le donne tra partiti e movimenti provino a parlarsi. Al seminario della Società delle Letterate, quasi "stati generali" del femminismo italiano. (Monica Luongo). Un numero della rivista "Posse" sul "divenire-donna della politica". Scalfari esorta le giovani donne a lottare contro la violenza del potere (Alberto Leiss).
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2 maggio 2003
Torna la "questione meridionale", ma a sesso unico
Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi recensiscono i libri di Isaia Sales, Gianfranco Viesti e Vincenzo Moretti sulla situazione nelle regioni del Sud dopo le politiche del centrosinistra. Un dato comune è la rimozione, o quasi, della realtà e dei desideri delle donne nel Sud. Vincenzo Moretti risponde a Letizia e Franca riconoscendo la "svista".
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8 aprile 2003
Come l'amore per la bellezza
salva le città brutte e degradate

“Le forme intorno a noi e la relazione di differenza” sono i temi della discussione di donne e alcuni uomini
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31 marzo 2003
Il “no“ alla guerra di Libération nel segno di Starck: l'intelligenza è femminile
Philippe Starck, che espone fino al 12 maggio al Centro Pompidou a Parigi, ha ridisegnato e impaginato il quotidiano francese Libération dell’11 marzo. Il suo è un intervento "funzionalista post-freudiano", dice
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22 marzo 2003
Rimandare, rimandare, rimandare?
Sulla guerra idee e parole, non solo "azioni"
Le assise delle donne Ds sono state rinviate "a data da destinarsi". Hanno spiegato : perché piovono missili sull’Iraq“
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26 febbraio 2003
Contro istituzioni monosex non valgono
le "quote", ma il desiderio femminile
"Un partito di solo maschi capirà cosa milioni di elettrici vogliono da scuola, welfare, dinamica sociale?"
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20 febbraio 2003
Più donne che uomini contro la guerra
Con qualche "se" e qualche "ma"
Alla manifestazione del 15 febbraio, moltissime donne. Citando un vecchio testo della Libreria delle donne di Milano : “Più donne che uomini“. Dunque, più donne che uomini contro la guerra.
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4 febbraio 2003
Donne Usa contro la guerra
Madri e figlie, sorelle e zie. Si definiscono così le donne americane della Lega internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF)
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19 gennaio 2003
Le azioni di Condoleeza
Non c'è pace per la politica delle azioni (discriminazioni) positive. E non solo perché, stando a quanto racconta "La Repubblica"
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> 16 gennaio 2006


Un sabato a Milano

La mia giornata milanese, sabato 14 gennaio, è cominciata con un breve incontro di lavoro nella sede di una piccola società di marketing che si chiama “LaboDif”. Dif sta per differenza, e le due giovani donne che hanno creato lo studio hanno messo a punto un metodo di ricerca che promette di saper individuare i desideri profondi delle donne, in modo più raffinato di quanto normalmente non avvenga nelle ricerche di mercato, che si arrestano a una valutazione quantitativa delle risposte esplicite raccolte dai questionari (i quali, da un po’ di tempo, si accorgono comunque che il pubblico è composto da uomini e donne). Grazie a un “Indice di Espressione della Soggettività” (IES) che sembra aver destato già l’interesse di alcune grandi società di marketing e pubblicità.
Il mercato, con tutte le sue colpe, reagisce con più prontezza – rispetto a altre realtà: politica, cultura, istituzioni - al mutamento sociale prodotto in questi decenni dalla differenza femminile.
Poi ho pranzato con un vecchio amico giornalista e buongustaio, che mi ha affettuosamente costretto a uno sterminato piatto di maiale e verza, con polenta e riso allo zafferano. Squisito. Vari bicchieri di buon rosso, un cucchiaio di zuppa inglese, e anche un po’ di grappa.
In queste condizioni di spirito, nel sole e l’aria frizzante di una bella giornata, sono andato verso la stazione centrale. Erano da poco passate le 14 e già tutta la grande strada che prosegue dritta davanti alla stazione era piena di gente. Incredibilmente ho incontrato subito alcune amiche e amici. Persone che venivano da Genova, dove lavoro. Gli “Uomini in cammino” del gruppo di Pinerolo, con scritte a pennarello sul petto e la schiena: “Usciamo dal silenzio del patriarcato”.
Poi insieme al mio amico giornalista abbiamo affrettato il passo per raggiungere la testa del corteo. Dietro il grande striscione azzurro con la scritta “Usciamo dal silenzio” le donne protagoniste di questa manifestazione: Assunta Sarlo, la giornalista che con una mail ha messo in moto la macchina organizzativa, in gran parte spontanea, Susanna Camusso, segretaria della Cgil lombarda, Lea Melandri, e tante altre. Incontro anche Bia Sarasini. Mi racconta che c’è stata una breve discussione con un signore dei Ds perché il camioncino con le bandiere del suo partito sloggiasse dalla testa del corteo.
Lungo la passeggiata sino a piazza Duomo alcuni uomini – immagino il servizio d’ordine della Cgil – hanno discretamente aiutato le donne a procedere con un certo ordine, appunto. Dietro lo striscione una folla di altre donne, di ogni generazione, e anche tanti uomini (anche loro di varie generazioni), bambini, qualche raro cane. Procedono insieme per gruppi e gruppetti, per coppie, famiglie, o anche ognuno per conto suo, in un gradevole e tranquillo disordine. La notevole quantità di maschi mischiati nella folla femminile mi fa pensare a quanto fuori tempo siano stati interrogativi sulla “ammissibilità” o meno della presenza di uomini nel corteo.

Come si esprime una manifestazione?

Gli slogan che ho ascoltato e i cartelli che ho visto non erano né vistosi né urlati. Prodotti di un variegato “fai da te”. Ne ho annotati alcuni. “Meno Ruini, più bambini”. “Ratzinger, Ruini, chiudete la bocca, il corpo delle donne non si tocca”. “Le nostre figlie l’hanno imparato, libero amore in libero stato”. Alcuni signori distinti e dall’aria un po’ timida inalberano piccoli cartelli gialli con la sigla degli Atei Agnostici Razionalisti: “I figli li fa la madre e non il santo padre”. Non troppo numerose le bandiere dei partiti di sinistra e della Cgil. Una signora tiene alto un cartello bianco con fiocchetti tricolore, e la scritta “per uno stato laico”.
Un gruppetto di donne scandisce slogan con più determinazione: “La 194 non si tocca, la difenderemo con la lotta”. Il piglio un po’ più minaccioso mi fa pensare a una qualche organizzazione, ma quando chiedo “chi siete”, la ragazza col megafono mi dice “sono Alice, di Brescia”. Troverò solo uno sparuto drappello di ragazze e ragazzi con bandiere rosse e una qualche sigla “rivoluzionaria”, in una strada laterale alla piazza, con uno striscione che accosta la parola diritto alla parola aborto.
C’è l’ironia delle meno giovani: “Meno-pausa più movimento, il cuore è più contento”. Alcune più giovani scrivono: “Tremate, tremate, le donne son tornate, veramente ci sono sempre state”. Un altro striscione sembra dissentire dal titolo-simbolo della manifestazione: “Non siamo mai state zitte”.
In piazza dopo un po’ inizia un’attività sul palco, che non tutte/tutti seguono più di tanto. Si susseguono letture e testimonianze. Non c’è nulla che assomigli a un comizio. Cerco di capire che cosa dice l’unico uomo, Paolo Hendel. “Le donne sono troppo più avanti degli uomini”. Cita cavallerescamente e tra gli applausi le posizioni di Stefania Prestigiacomo, Veronica Lario, la moglie di Fini. Ruini e altri vescovi - dice -sbagliano “perché non hanno una moglie a consigliarli”.
In fondo tocca al comico dar voce al senso comune sul maggiore buon senso femminile.
Nel corteo e in piazza più che altro si chiacchera. Comunico a Bia qualche impressione: la reazione e il modo di essere di tutte queste persone mi conferma nell’idea che il “contrattacco” da parte delle gerarchie ecclesiastiche e di pezzi della destra, insieme ai timori della sinistra (a proposito, ho visto appuntati al petto di qualcuno/a un nastrino con la scritta: amareggiato/a da Prodi) è più un sintomo – per quanto grave e minaccioso, da non sottovalutare, ma da leggere bene – di confusione, paura e debolezza, che non espressione di forza. D’altronde c’è qualcosa di vero nel paradosso che qui si difende una legge che sinora nessuno ha avuto il coraggio di contestare apertamente. Silenzio femminile? Ma non viviamo in un mondo che ha tributato per anni un successo strepitoso alla serie “Sex and the City?”
“Tra l’urlo e il silenzio scegliamo la parola”, dice un altro slogan. Io vorrei che gli uomini che sono qui – e magari altri – riuscissero a esprimersi in modo più convincente sullo stato dei rapporti tra i sessi e sulla politica. Dopo una mezz’oretta di tentativi con i telefonini riusciamo a incontrarci con Stefano Ciccone (ha scritto un pezzo che mi è sembrato bello su Liberazione, e lo riproduciamo qui), Marco Deriu, Sandro Bellassai, altri che da tempo tentano una riflessione e un dialogo con la politica delle donne, con il femminismo. Cercheremo di produrre un testo comune, di contribuire a un confronto nuovo, a una lettura più adeguata di quello che sta succedendo. Sul treno per Roma incontro Bianca Pomeranzi, che dice di essere interessata a questo tentativo di scambio.

Uno sguardo ai giornali del giorno dopo

Il giorno dopo leggo un po’ di quotidiani. La manifestazione milanese sulla 194 e quella romana sui Pacs hanno conquistato le prime pagine, ma tutti i giornali maggiori aprono sulle polemiche che si ripetono a proposito di “Bancopoli”. Nessuno degli editoriali canonici è dedicato al significato delle manifestazioni e della discussione che hanno provocato. Fanno eccezione i giornali della sinistra: il più convinto sembra " il manifesto" che dedica alle manifestazioni il titolo di apertura (“Liberamente”), un editoriale del direttore Gabriele Polo, e le prime due pagine interne. Anche Liberazione “apre”, privilegiando l’iniziativa milanese, e dedicando la sua terza a cronaca e commenti. Il commento di Angela Azzaro è quasi tutto centrato sulla manifestazione milanese, definita “evento storico”, ma si chiude con una considerazione assai brusca e minacciosa rivolta al dibattito tra femministe: le donne che hanno manifestato dubbi sul ricorso alla piazza “sono state messe fuori gioco”. Da chi e da quale gioco?
L’"Unità" sceglie quel che si dice una doppia apertura: in prima in alto grande foto e titolo sulle manifestazioni. Ma il taglio al centro pagina - il titolo più evidente - con il commento di Colombo, sono sulla “politica”, cioè la conferenza stampa di Berlusconi ancora su Unipol.
Un tema che ritorna sono gli anni ’70. Ne scrive sul "manifesto" Ida Dominijanni, che attribuisce alla manifestazione di milano un significato soprttutto difensivo (una “diga silenziosa”) secondo me troppo legato a quel momento storico. Anche Isabella Bossi Fedrigotti, sul “Corriere della sera” insiste sul parallelo, ma in realtà per sottolineare le differenze. Comincia il pezzo con una elegante signora davanti alla Scala che chiede timorosa a un carabiniere, indicando il corteo. “Sono pericolosi?” “Ma no – è la riposta – non vede che sono donne?”. Il titolo, come spesso accade, tradisce il pezzo: “Bandiere rosse, megafoni, rock: ritorno agli anni ‘70”. Il quotidiano diretto da Mieli dedica ben 10 pagine a Bancopoli e dintorni prima di arrivare a due pagine sui Pacs, con grande spazio alle polemiche nel centrosinistra e un pezzo di Gian Antonio Stella su Calderoli e la sua battuta sui “culattoni”. Liliana Cavani preferisce Ratzinger alla piazza e dice a Aldo Cazzullo: “L’uomo senza Dio mi fa impressione..”
Su “La Repubblica” la memoria degli anni 70 è affidata a Filippo Ceccarelli che, dopo aver ricordato tappe, conflitti e invenzioni dei “giorni delle streghe”conclude così: “Un’insurrezione domestica, intima, sotterranea, forse proprio per questo più riuscita di tante altre”. Sempre su “La Repubblica” il commento di Michele Serra, nella prima parte, è quello che ho trovato più simile alle mie sensazioni: “una conversazione lunga cinque o sei chilometri… un corteo di persone”. Ecco, ripartirei da questo. Dalla possibilità che anche la manifestazione dimostra realistica di riprendere in modo più ampio, più aperto, più adeguato all’oggi, una conversazione che non si è mai davvero interrotta. Capace di riconoscere ogni singola persona che vi partecipa, superando ogni residuo schematismo. Rinominando la realtà che ci circonda.
E i giornali della destra?
“Il Giornale”amplifica le scaramucce nell’Unione (titola in prima “il popolo delle nozze gay ripudia Prodi”), e dedica a Milano solo un pezzetto nelle pagine interne titolato sul fatto che le donne della Margherita non hanno aderito alla manifestazione. L’articolista segnala però il fatto che un documento delle donne di Forza Italia che condanna il corteo milanese non è stato sottoscritto da Stefania Prestigiacomo, Tiziana Maiolo e Margherita Boniver. “Libero” nella sua prima dà un titolino a Calderoli sui Pacs: “banda di culattoni”. Ma all’interno dedica una pagina intera al corteo milanese preferendo segnalare l’assenza dei leader della sinistra, Emma Bonino esclusa (La sinistra snobba il corteo salva-aborto). Feltri, come in altri casi, si dimostra meno allineato (e anche miglior professionista: non “buca” la notizia) di Belpietro, e sente il bisogno di ospitare anche due interventi, un pro, l’altro contro le ragioni della 194. A favore scrive Iuri Maria Prado.
Ma quanto e in che modi il discorso pubblico, dei media e dello spettacolo ( segnalo la recente ossessione del presidente della Camera Casini, che vede “avanspettacolo” ovunque, dalle sortite giudiziarie di Berlusconi alla manifestazione pro Pacs) intercetti e interpreti la differenza sessuale, è un’ altra questione che bisognerà approfondire. Anche per capire da dove viene la tranquilla reazione delle/dei duecentomila che hanno invaso il centro di Milano. Da dove viene il senso di soddisfazione che si prova in molte e molti vedendo sui giornali le fotografie di Michelle Bachelet, che ha vinto in Cile, ma anche di Angela Merkel che sembra cavarsela assai bene di fronte a Blair e Bush.

Alberto Leiss






La vita nasce solo attraverso
la libera accettazione di una donna


di Laura Colombo
e Sara Gandini

Oggi saremo in piazza a Milano, nella nostra città, per affermare la necessaria libertà del nostro corpo e della nostra parola, per contribuire a far circolare nuova energia fra le persone, stando attente all'imprevisto che potrebbe accadere. E se anche fosse solo un po' di gioia non sarebbe comunque poco.
Quando pensiamo a tutto quello che si riferisce alla vita, alla riproduzione, siamo convinte che vi siano prerogative femminili inalienabili. La vita umana, infatti, nasce solo attraverso la libera accettazione di una donna, attraverso la sua accoglienza e la sua cura. Sappiamo che la competenza femminile sulla maternità e la necessità del suo assenso sono alla base della riproduzione, ma sappiamo anche che questo crea uno squilibrio, genera una disparità fra i sessi che può fare paura.
La paura si può leggere seguendo quello che è stato detto e si continua a dire fra chi è contrario alla 194, fra chi ha organizzato la propria opposizione puntando sull'erosione del consenso della legge. Ci siamo chieste perché.
Pensiamo che la legge possa mettere in discussione sentimenti profondi e stratificati come quelli derivanti dal valore simbolico che si attribuisce alla sessualità e alla riproduzione, alla struttura della famiglia e alle relazioni che intercorrono al suo interno. Porre in primo piano l'autodeterminazione della donna rispetto alla propria sessualità e alla propria capacità riproduttiva ha suscitato spesso un desiderio di controllo e di dominio sulle donne, ha risvegliato il fantasma della potenza femminile che può decidere se dare o no la vita.
Gli uomini hanno accettato, intellettualmente, questo squilibrio, riconosciuto anche dalla legge, ma spesso fanno fatica a misurarsi con l'esclusione rispetto alla decisione di dare la vita. Per essere padre l'uomo deve ascoltare e confrontarsi con la propria compagna, accettare quindi i limiti della paternità senza nascondersi dietro un presunto potere decisionale datogli dalla legge (anche se fermarsi alla 194 e non arrivare alla semplice depenalizzazione ha voluto dire che consentivamo allo stato e agli uomini di mantenere un certo controllo sulla riproduzione).
E deve fare i conti anche con le proprie contraddizioni: come si può affermare che la vita è sacra e poi sostenere la cultura della guerra?
Dagli anni Settanta, le cose sono cambiate all'interno della coppia dando spazio e agio a nuove contrattualità e aprendo la possibilità di un confronto non solo con una forma della sessualità ma con due. Questo di più di libertà potrebbe avvantaggiare entrambi. E' per questo che auspichiamo una nuova responsabilità maschile, una responsabilità relazionale che non deleghi alla legge decisioni così importanti.
Proprio sulle pagine di questo giornale alcuni uomini, interpellati direttamente, hanno tentato di mettersi in discussione: li abbiamo apprezzati, pensiamo sia questa la strada che può portare a un vero cambiamento.
Gli uomini di oggi sono cambiati, perché le donne sono cambiate con il femminismo. Grazie al femminismo, più precisamente alla scelta della separazione degli anni '70, abbiamo conquistato una libertà che ha permesso una consapevolezza e una contrattualità all'interno della coppia che rende sempre più esplicita e di valore la disparità fra i sessi. La rottura relazionale è stata necessaria per iniziare un percorso di autonomia dal giudizio dell'uomo, per far nascere libertà femminile nelle relazioni tra donne.
A partire da questa mossa si sono create le condizioni per un possibile rapporto contrattuale e libero con l'altro.
Proprio per questo oggi non possiamo più dire che la contraccezione o il sesso vaginale - come si diceva negli anni '70 - sono qualcosa che non ci tocca, che riguarda solo gli uomini. O ancora, non possiamo ritenere gli uomini i soli responsabili del "problema aborto" in quanto portatori di una sessualità che riproduce il dominio sessista. Il concepimento più che mai chiama in causa la responsabilità di entrambi. Oggi è necessario scambiare con gli uomini quella parola libera che abbiamo conquistato, per non limitarci a difendere diritti e proporre invece come posta in gioco un cambiamento nel sentire comune e la creazione di una nuova cultura, di una nuova civiltà
Noi vorremmo lottare per una civiltà in cui la donna non sia colpevolizzata per le sue scelte e l'uomo accetti profondamente - e non solo intellettualmente - lo squilibrio in gioco quando c'è in ballo il suo desiderio di paternità, quando si appella al principio morale legato alla vita che deve nascere.

Un inquadramento storico e altre riflessioni si possono trovare nel sito della Libreria delle donne di Milano www.libreriadelledonne.it/news/194. htm





Anche noi uomini in piazza
E non per solidarietà

di Stefano Ciccone

Oggi, a Milano, non saranno solo le donne a manifestare contro gli attacchi alla legge 194. Ci saranno anche molti uomini che parteciperanno individualmente, a partire dalla consapevolezza che in gioco con la libertà delle donne a decidere del proprio corpo è anche qualcosa che riguarda la loro vita, le loro relazioni e la loro libertà.
Questa consapevolezza, cresciuta ormai nelle storie individuali di molti di noi, è anche diventata nel nostro paese una pratica collettiva di uomini che hanno scelto di farne politica, relazione. A Milano ci sarà anche questa esperienza.
La manifestazione è intitolata uscire dal silenzio. In questi anni io non ho conosciuto il silenzio femminile ma, al contrario, la parola delle donne che ha permesso anche a me e molti uomini di trovare spazi e strumenti per avviare una ricerca sulla nostra identità, sulle nostre relazioni con le donne e con gli altri uomini, sul nostro stare al mondo, sulla percezione che abbiamo ereditato del nostro corpo, sulla nostra sessualità.
E' vero, però, che questo sguardo critico delle donne sul mondo, sui nostri linguaggi, sui fili che paiono segnare come immutabili i nostri destini e sugli invisibili meccanismi di riproduzione del potere, ho stentato a incontrarlo nei luoghi della politica, nei movimenti. Non so se si tratti più di rimozione da parte della politica maschile o di non sufficiente consapevolezza che ciò che avveniva nella politica mista, (le pratiche subalterne dei movimenti, l'avvizzirsi dei partiti come comunità di donne e uomini), interrogava e sfidava la politica delle donne e che non d'altro si trattava se non di terreni su cui giocare la partita sul nodo del potere e della libertà. So che ciò ha prodotto un reciproco impoverimento, che è anche all'origine di questa nuova offensiva che tende a mettere in discussione libertà e spazi di autodeterminazione delle persone.
C'è un altro silenzio, però. Ed è quello maschile, nascosto sotto l'eccesso di parola di vescovi, medici, giuristi, tutori della morale pubblica, esperti. Una parola che paradossalmente cela gli uomini anche a se stessi. Se dunque è, come certamente è, strumento di potere, è al tempo stesso gabbia che impoverisce l'esperienza di ogni uomo e le possibili relazioni tra noi e con le donne. Impedisce di costruire la libertà per pensarsi e pensare il proprio differire.
Non c'è solidarietà o sostegno da dare alla lotta delle donne; c'è da costruire insieme lo spazio per una comune e differente libertà. La riproposizione di un'idea di sostegno alle rivendicazioni delle donne intese come soggetto debole rischia paradossalmente la contiguità con quell'idea di minorità femminile che ne propone la tutela, il conforto morale ed etico a fronte della incapacità a decidere con responsabilità e autonomia sulla scelta di portare avanti o meno una gravidanza.
Per questo gruppi, ancora troppo limitati e isolati, di uomini hanno avviato una riflessione e una presa di parola pubblica sulle relazioni tra i sessi e sulla costruzione sociale delle identità di genere. Questa ricerca chiede di essere ascoltata e di essere assunta in un'interlocuzione politica con le donne nello spazio pubblico del conflitto.
Per questo saremo alla manifestazione non come singoli che solidarizzano con la battaglia delle proprie compagne o come militanti della sinistra che difendono principi condivisibili ma astratti come la lacità dello stato o diritti di individui neutri, senza corpo (quei diritti che nella propria astrattezza portano a contrapporre il diritto del nascituro a nascere e a farlo in una famiglia "normale", il diritto a essere padre, il diritto a decidere cosa avverrà nel/del proprio corpo da parte della donna). Ci saremo a partire dal nostro percorso. Questo percorso ci dice che la nostra libertà ha bisogno della libertà delle donne.
Ci dice che l'esperienza della paternità, un'esperienza che per molti di noi è una preziosa realtà, per altri un desiderio che non vogliamo negare, per altri una prospettiva impraticabile per le leggi di questo stato, è soprattutto fondata nella relazione e non può trovare fondamento in una legge che affermi il nostro diritto contro quello della donna a decidere del proprio corpo.
Come abbiamo detto molti anni fa, non ci interessano protesi giuridiche, tecnologiche, morali per superare i limiti del nostro corpo nei processi procreativi. Al contrario vogliamo fare esperienza di questi limiti come opportunità per farne occasione di reinvenzione del nostro corpo e come terreno per una relazione di senso con le donne.
Sappiamo che la prima parola e l'ultima sul nascere o non nascere spetta alla donna. Al tempo stesso crediamo che tra quella prima e ultima parola non ci sia il vuoto della reciproca indifferenza ma lo spazio per una relazione. Forse anche di un conflitto da aprire fuori dagli schemi patriarcali del dominio e del controllo. E chiediamo al movimento politico delle donne nella sua pluralità di interloquire con questo percorso, non come fenomeno ma come interlocutore che ha tentato di costruire un proprio punto di vista.
Vogliamo sgombrare il campo da pretese di normazione del corpo femminile, da rivincite maschili per liberare lo spazio per questa relazione dove agire anche un conflitto tra donne e uomini. Per risignificare insieme cosa è desiderio, cosa è libertà, cosa è autonomia. Il confronto con la storia del maschile ci ha fatto vedere quanto il desiderio non sia necessariamente terreno di libertà e autenticità e di quanto l'immaginario sia spesso colonizzato e segnato da modelli imposti.
Vogliamo stare in questa mobilitazione anche ascoltando desideri e bisogni di altri uomini che oggi trovano risposta in reazioni revanchiste o subiscono la seduzione di prospettive identitarie, di ritorno a un ordine perduto. Saremo dunque alla manifestazione sperando in un miracolo a Milano: che segni cioè il ritorno nella politica della vita e di una politica capace di incontrare le domande di senso delle persone, a fronte dei troppi uomini della sinistra che la vedono come un grande risiko, poco importa se si tratti di un risiko bancario o delle correnti interne a un partito o delle simulazioni di piazza con la polizia.
Potremmo provare a farne di nuovo il luogo in cui le domande di libertà di ognuna e ognuno, la costruzione di potere su se stessi/e, diventano pratica collettiva, relazione, nuovi saperi, capacità di trasformare il mondo.






L'occhio di Dio e la parola delle donne

di Lea Melandri

Mi sono chiesta a lungo quale possa essere stata la motivazione più forte che ha spinto le donne a rincontrarsi nelle affollatissime assemblee presso la Camera del lavoro di Milano, oltre che in molte città italiane, e a manifestare oggi per le strade milanesi, evocando insoliti colorati cortei di cui si è persa memoria. Per quanto sia sentita la questione dell'aborto, e grave l'accerchiamento che rischia di rendere inapplicabile di fatto la Legge 194, non mi sembrano di per sé sufficienti per comprendere la risposta, incredibilmente rapida ed estesa oltre ogni aspettativa, che ha avuto l'appello a "uscire dal silenzio", fatto circolare in un gruppo di amiche.
Leggendo le migliaia di commenti, proposte e iniziative che affluiscono senza sosta in una improvvisata piazza telematica, ciò che balza agli occhi è l'insofferenza - ma si potrebbe anche dire il fastidio, l'indignazione, la noia - di fronte al fatto che, pur essendo oggi le donne molto più presenti che in passato nella vita pubblica, sono sempre altri a pensare, parlare, decidere per loro. Non mi riferisco solo alle gerarchie ecclesiastiche e agli integralisti di tutte le religioni, ma anche a politici, medici, scienziati, filosofi, opinionisti che ogni giorno ci dicono che cosa è una donna, che cosa deve o non deve fare, se deve partorire o non partorire - a seconda delle esigenze demografiche o in rispetto della morale dominante -, se deve fare l'amore o astenersi, se è giusto che lavori o si accontenti del ruolo di moglie e madre, come se questo non fosse un lavoro ma la naturale estrinsecazione della sua indole.
L'abitudine a spiare fin dentro il corpo delle donne non è solo del dio di Ratzinger - di quell'occhio divino che sembra non abbia migliore interesse che annidarsi in un utero e vigilare sul nascituro fin dal concepimento. E', purtroppo, occupazione millenaria, croce e delizia, di una comunità storica di uomini che ha preteso fin dai primordi di controllare, sottomettere, definire la funzione dell'altro sesso, considerandolo una specie inferiore, più vicina alla natura che all'umano.
Se sulle donne pesassero solo marginalità, discriminazione, svantaggi, la civiltà occidentale potrebbe tirare un sospiro di sollievo, dato che, almeno formalmente, un qualche riparo alle offese della storia è stato messo. Solo una profonda, inconfessata misoginia, riscontrabile per altro in ogni forma di razzismo, può spiegare perché un'emancipazione incontestabile continui ad accompagnarsi a dati altrettanto incontestabili di violenza manifesta - stupri, omicidi, percosse - e a quel suo risvolto meno visibile, ma proprio per questo più insidioso, che è la collocazione della donna tra i soggetti sociali deboli, bisognosi di essere difesi, indirizzati, protetti dai loro stessi cattivi impulsi.
Le donne potranno entrare nel consorzio umano -si legge nell' "Emilio" di Rousseau - solo se rinunciano alle loro violente attrattive e si dispongono a rendersi utili agli uomini: «Non tollerate che, anche per un istante della vita, si sentano libere da ogni freno. Abituatele a vedersi interrotte sul più bello dei loro giochi e ricondotte ad altre occupazioni senza protestare». Se possono aspirare alle stesse occupazioni e agli stessi diritti dell'uomo, scriveva Otto Weininger solo un secolo fa, non possono comunque arrivare ad avere la stessa "libertà morale e spirituale" che la natura avrebbe riservato al sesso superiore. Pregiudizi e storture di altri tempi, patologie residuali che si manifestano in casi isolati, nostalgie temporalistiche di una Chiesa duramente provata dalla modernità? Non si direbbe. E non solo per l'affanno dei tutori della vita chiamati, nella proposta di legge sulla riforma dei consultori, a «ricordare alla donna il suo dovere morale di collaborare nel tentativo di superare le difficoltà che l'hanno indotta a chiedere l'interruzione volontaria di gravidanza». Gerarchie di poteri e di valori, sedimento più o meno consapevole del dominio maschile, fanno da filtro anche nei luoghi più insospettabili della cultura, della politica e della comunicazione. E' ancora "il corteo degli uomini colti", per usare una bella immagine di Virginia Woolf, che sfila sulla scena pubblica, confortato dagli occhi, fatti specchio, delle ancora tante, fedeli "signorine Smith". La rivoluzione portata dal femminismo degli anni '70 - sulle coscienze, sui modi di sentire e vivere il corpo, la sessualità, i rapporti d'amore, la maternità, la relazione tra privato e pubblico, individuo e collettività -, se la si guarda attraverso gli sviluppi successivi, nasce il dubbio che sia stata perlopiù subita, sopportata, anche da quella sinistra che mirava a rivolgimenti radicali della società, e che sia stata poi rimossa non appena il movimento delle donne è sparito dalle piazze e dall'interesse dei media.
"Uscire dal silenzio" vuol dire oggi ritrovare una forza collettiva, che è messa in comune di pensieri, sentimenti, desideri coltivati troppo a lungo in solitudine dalle singole ma anche da associazioni che hanno finito per privatizzarsi, vicine eppure tra loro poco dialoganti; vuol dire esprimerla in modo vistoso, occupando piazze e strade, luoghi-simbolo della pòlis e quindi di una socialità tra simili tenuta a lungo separata dalle case, dagli interni di famiglia, e, in sostanza, da inquietanti sguardi femminili. Trent'anni fa si è detto - e forse siamo ancora in molte a pensarlo - che "è già politica" il piccolo gruppo di autocoscienza, la modificazione del modo di pensare la propria vita e il mondo. Ma senza le manifestazioni - divorzio, diritto di famiglia, aborto, violenza sessuale - il femminismo non avrebbe avuto la stessa incidenza nella vita delle persone e nelle istituzioni pubbliche. Di qui la necessità di "riprendere la parola" singolarmente e collettivamente, con voce così alta che nessuno possa dire di non averla sentita.
Ma se è vero che la vicenda dei sessi, antica quanto la specie umana e disseminata nel quotidiano di ciascuna vita, ha finito grottescamente per divenire anche per il femminismo un'emergenza, il sussulto che si ha di fronte a una minaccia particolarmente grave, una delle ragioni va cercata sicuramente anche nella "messa sotto silenzio" che ha fatto seguito a un decennio di grandi cambiamenti. Uscirne può voler dire, in questo caso, non offrire più alcun alibi a chi fa finta che non esista un pensiero, una cultura, una visione del mondo, una progettualità di donne consapevoli del peso storico che ha avuto il patriarcato, l'intreccio di amore e violenza su cui si fonda la complementarizzazione dei ruoli sessuali. Non parlo genericamente di "pensiero femminile", ma del pensiero di donne che sanno di essere tali, perché è questa la "diversità" che gli uomini ancora stentano a vedere e ad ascoltare. Far finta che il rapporto tra i sessi non sia affiorato alla storia, e che oggi non sia un tema fondamentale della politica - non uno dei tanti ma quello che tutti li interroga e li attraversa -, in un'accezione ampia, comprensiva di tutte le esperienze che hanno il corpo come parte in causa: nascita, sessualità, maternità, invecchiamento, malattia, morte - significa continuare a servirsi della neutralità come potere, a illudersi che la liberazione della donna abbia a che fare con i diritti e le tutele riservati di solito alle minoranze, e che non comporti invece la messa in discussione del sessismo e del suo profondo radicamento sia nella cultura che nel senso comune.
Nel momento in cui le circostanze attuali spingono a ritornare sul tema dell'aborto, colpisce che ad essere ancora una volta cancellata sia la domanda che, a partire da un breve scritto di Carla Lonzi, ha aperto la strada alle teorie e alle pratiche di un decennio di analisi, interrogativi sulla sessualità femminile, sul rapporto corpo e pensiero, natura e storia: "perché le donne restano incinte? "
Non è difficile provare fastidio per l'aggressività con cui oggi la Chiesa tenta di imporre la sua verità come assoluta, e sentir crescere l'insofferenza per la colpevolizzazione continua, ossessiva, delle donne che trova nell'interruzione di gravidanza un terreno facile, già preparato.
Chi ignora infatti che le donne si sono sempre sentite in colpa - se facevano o non facevano figli, se ne facevano troppi o troppo pochi, se segretamente si accorgevano di desiderare un piacere sessuale proprio, indipendente dalla procreazione. Insistere su questo terreno, come stanno facendo il Papa, alcuni vescovi e i crociati del movimento per la vita, è un atto crudele e vile che oggi, facendosi forte delle innovazioni introdotte dalle tecnologie riproduttive - la possibilità di isolare le prime fasi del concepimento -, la Chiesa ha creduto di poter gonfiare a dismisura, concludendo, con l'uso spregiudicato della storia ormai diffuso, che se l'embrione è già persona l'aborto può essere equiparato all'omicidio e al genocidio.
A differenza degli anni '70, in cui si trattava di sottrarre l'aborto alla clandestinità, al rischio dell'incriminazione e soprattutto al pericolo per la salute e la vita della donna, oggi, si chiedeva Gad Lerner nella trasmissione "L'Infedele" di mercoledì scorso, in presenza di una legge che ne garantisce praticabilità e tutela, e di una scienza che porta allo scoperto le fasi prime del formarsi della vita, non dovrebbero le donne essere più pensose, più esitanti di fronte al dubbio della violenza che l'aborto può infliggere al feto? Sì, è vero, si è sicuramente più pensose, ma quello che inquieta è che la fantasia più arcaica dell'uomo-figlio - il potere incontrollabile attribuito al corpo femminile di dare la vita o la morte - abbia preso consistenza nella provetta che, separando artificialmente l'embrione, ha fatto credere di poter finalmente sottrarre il nascituro alla parziale in-distinzione col corpo della madre, alla imprevedibilità dei suoi desideri, a una verità che ancora gli uomini stentano a tollerare: la dipendenza o, se vogliamo, la coidentità, sia pure per un tempo limitato, con l'altro sesso.
C'è un solo modo per non restare fermi all'immaginario della nascita, per distogliere lo sguardo da quella coppia di protagonisti dell'origine, madre e figlio, su cui si può ipotizzare che si siano modellate tutte le coppie di opposti che conosciamo: è pensarsi uomini e donne, liberi, come si legge su uno degli appelli della manifestazione di oggi, "di vivere e convivere" secondo le proprie inclinazioni.







"Usciamo dal silenzio". Ed è già politica

di Bianca M. Pomeranzi

E' cresciuto come un magma lento - venuto su dal sapere sessuato e da quel femminismo rizomatico a cui si è state costrette in Italia da molti anni - il desiderio di mettere in scena la propria differenza politica che domani si presenterà a Milano sotto lo striscione "Usciamo dal silenzio". Ed è già politica. Non è un grido, non è un lamento è solo una dichiarazione che unisce con fermezza le voci differenti di tutte quelle donne e dei pochi uomini che in queste ultime settimane si sono confrontate e confrontati nelle affollate assemblee cittadine. Soggetti che non intendono delegare il tema della "politica del vivere" alle gerarchie ecclesiastiche o alle anguste possibilità di una politica istituzionale che sta purtroppo (non solo in Italia, ma in tutto il mondo) mancando l'appuntamento fondamentale con il nostro tempo: la trasformazione della politica sulla base delle esigenze degli esseri umani. Questa finalità dovrebbe costituire la base essenziale per capire cosa sta accadendo veramente oggi, nell'Europa inquieta e nel mondo in guerra, e invece il sapere contemporaneo, che dispone del potere della scienza e della tecnica al punto di riprodurre in laboratorio esseri viventi, sembra non disporre degli apparati epistemologici capaci di far dialogare tra di loro mondi sempre più vicini, ma che si odiano e che ricorrono al corpo delle donne come pretesto e come oggetto dello scontro. In Italia negli ultimi mesi questo è stato evidente poiché le donne si sono trovate a essere oggetto di una ondata teocon, studiata a tavolino per nascondere sotto il tappeto i numerosi insuccessi delle politiche berlusconiane e per ridurre in un angusto dibattito tra laici e cattolici la complessità dei temi che sono oggi all'ordine del giorno: la questione delle condizioni materiali di vita di uomini e donne e del loro riprodursi. Nello stesso clima politico la presenza delle donne nelle istituzioni è stata recentemente avvilita e comunque da anni era concepita solo come una estensione del regime dei diritti, tardiva acquisizione di consapevolezza da parte dei poteri esistenti, ma mai come assunzione di nuovi valori, né tanto meno di nuovi processi e forme di relazione. Eppure sono proprio quei processi di relazione la vera ricchezza dell'oggi poiché chiamano in causa la necessità di una trasformazione radicale nello stare al mondo. A tutto questo il magma in movimento frammentato e variegato intende dire "basta, si apre una nuova stagione politica". Non è solo il tema dell'aborto quindi a spingere a manifestare in questi giorni. Infatti, oltre alla salutare indignazione di donne di tutte le generazioni, consapevoli del fatto che sotto la divisione tra laici e cattolici si annida il tema della politica del corpo e della "privatizzazione" delle tecniche di cura con la ben più angosciosa tecnologia di manipolazione genetica e biologica, ci sono i grandi temi del nostro tempo come la gestione della sessualità e la ricerca di nuove forme di convivenza. Non a caso abbiamo scritto che la manifestazione del 14 gennaio a Milano si articola con quella dei Pacs a Roma per la libertà del vivere e del convivere. Un inizio azzardato e complesso per donne che si rimettono in movimento, che ci costringe a prendere atto di come siano cambiate le cose e di come la frammentazione creativa del presente possa e debba costituire la materia di un nuovo inizio. Ad esempio le differenze tra lesbiche e eterosessuali, differenze che trenta anni fa confliggevano, ormai possono costituire un elemento di confronto: da una competizione escludente (che tanto ci ha fatto dolore quando è esplosa a fine degli anni settanta) possiamo passare a una nuova competizione collaborativa, in cui le esperienze delle une arricchiscono la vita delle altre. Lo stesso vale per le differenze generazionali che nel clima economico del neo-liberismo globale stanno divenendo differenze di condizioni materiali di vita, come ci è stato detto a Roma alla riunioni preparatorie promosse alla Casa Internazionale delle Donne. C'è poi una differenza maschile consapevole che si affaccia timidamente e tenta un confronto sui temi della politica del vivere, vedremo. Tutto questo è già politica, ma richiede una grande intelligenza da parte di tutti i soggetti coinvolti, una grande determinazione a procedere sulla strada del dialogo e anche una grande creatività per trovare le formule relazionali che ci consentano di convivere e di costruire l'alternativa al regime mediatico-istituzionale che da anni mantiene tutte queste esperienze, tutte queste vite ai margini non solo della rappresentanza, ma anche della rappresentazione. Per questo dialogo la nostra esperienza femminista costituisce un elemento importante nelle scelte della politica, istituzionale e non, che possono fare la differenza nei destini singoli e collettivi. Sappiamo che non sarà facile essere presenti in uno spazio pubblico in cui la debolezza maschile ancora si nutre della forza delle donne attraverso la violenza e la cultura patriarcali, in cui le formule della rappresentanza congelano la politica, in cui il sistema relazionale consente solo modalità di competizione distruttiva. Eppure ci vogliamo provare in tante domani a Milano e a Roma. Per queste nuove soggettività "uscire dal silenzio" significa la volontà di modificare la convivenza a partire da sé, ma con reciproco sguardo. Speriamo di riuscirci e per questo a Roma abbiamo deciso di incontrarci il 5 febbraio, non solo per valutare la manifestazione, ma anche e soprattutto per capire come avviare quella nuova stagione politica.










> il dibattito

Il quotidiano "Liberazione", che per l'occasione si è definito "femminista", ha dedicato largo spazio a un libero confronto sui temi relativi alla manifestazione milanese del 14. Segnaliamo alcuni degli ultimi interventi che possono essere tutti trovati nel sito del giornale:

Sara Gandini e Laura Colombo


Stefano Ciccone


Lea Melandri


Bianca Pomeranzi


Il confronto su DeA