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produrre e consumare tra pubblico e privato

> 8 maggio 2002

Se il panino è flessibile

“Mi sono fatta un mazzo così, ma ho imparato a stare al mondo”.
Recita così l’head line di una delle nuove pagine della campagna pubblicitaria McDonald’s che punta al reclutamento di nuovi impiegati/e part-time.
Provati dalla mucca pazza che aveva fatto precipitare le vendite di hamburger, messa sotto accusa dagli stessi dipendenti per le condizioni lavorative e contrattuali, la multinazionale americana si è affidata all’agenzia Le Balene Colpiscono Ancora per rilanciare immagine e trovare altri impiegati.
Così Marina, che lavora in un McDonald’s di Piacenza, parlando di sé ci racconta del lavoro flessibile dicendo la verità: non è per sempre, aiuta a mantenersi negli studi, è rigidamente strutturato, non sempre divertente (tra le mansioni c’è la pulizia dei bagni, per fare un esempio). Nello stesso tempo apprendiamo delle scrupolose misure igieniche della filiera che va dalla carne cruda al panino, del cibo che viene buttato via se non venduto in dieci minuti, e via dicendo fino alla soddisfazione della stessa Marina quando finalmente diventa padrona del suo lavoro.
Finalino made in Italy: “Ma non ditelo a mia madre. Per lei sono ancora la Bella Addormentata che non sa fare niente in casa. Lasciamo che continui a crederlo. Sul lavoro va bene, ma farsi il mazzo pure a casa, andiamo…”.
Siamo tutti contenti per Marina, che pensa in grande al suo futuro, e per tutta la chiarezza aziendale in materia di flessibilità. Un po’ meno per la mamma di Marina, che probabilmente dovrà tenersela in casa ancora un bel po’, insieme al suo disordine.

Monica Luongo




Il lavoro di Marina

E’ istruttiva la storia d Marina raccontata dalla pubblicità McDonald.
Un lavoro come fare e vendere panini e pulire bagni non può certo rappresentare l’obiettivo di una vita per una ragazza che studia, e può godere di una certa protezione familiare. Lei potrà accettare gli elementi di subordinazione e di precarietà (non è un “posto fisso”) di questo lavoro: per un periodo potrà guadagnare qualcosa e imparare qualcos’altro da una esperienza produttiva, ma avrà comunque la possibilità di immaginare un futuro migliore, magari una volta terminati gli studi. Può farlo anche grazie al pronto soccorso domestico che le assicura la mamma.
Certo diversa è la situazione per l’amica di Marina, che non è descritta dalla pubblicità, ma che potrebbe sicuramente esistere: un’immigrata sola, o peggio, con figli e marito a carico, che su quel posto vorrebbe contare con maggiore certezza e continuità. Però può darsi che anche questa donna abbia in tasca una laurea…
Viene da pensare che certi lavori a bassa qualificazione professionale, ma pur necessari alla società, estremamente bisognosa di hamburger e di toilettes frequentabili, forse è giusto che siano “precari”. Ognuno di noi potrebbe svolgerli a turno – da giovani, appunto – o in particolari momenti di necessità. Ma non farne una condizione permanente di vita.
La pubblicità coglie un’altra verità che il modo tradizionale di considerare il lavoro spesso rimuove: i nessi tra tempo di produzione e tempo di vita.
Questo forse è un aspetto messo più in evidenza della femminilizzazione del lavoro.
La mobilitazione e la discussione sull’art 18 richiederebbero maggiori aperture e scatti di fantasia. Come si riempie davvero il “diritto” alla dignità del lavoro? Dignità nel senso che qui c’è un valore non mercificabile e meccanicamente subordinabile alle esigenze della “flessibilità”. Ma anche che il “valore” del lavoro deve poter essere un insieme di relazioni reali sul posto di lavoro e tra vita e lavoro.
La sinistra ora vive una impasse: c’è un capitale politico attivato intorno alla battaglia di “resistenza” sul diritto al lavoro come diritto democratico universale. Ma la maggioranza parlamentare può comunque procedere. Come evitare la “sconfitta”? Forse pensando che uno scacco sul terreno della legge potrebbe essere poco incisivo se il capitale politico accumulato fosse investito sul terreno simbolico. Per esempio comprendendo che la condizione del lavoro, così mutata, chiede nuove narrazioni per rifondare il senso del proprio valore e della propria dignità. Narrazioni dalle quali non può essere rimossa – come è stato sostanzialmente per la cultura lavorista della sinistra novecentesca – la presenza delle donne e del nesso tra tempo di lavoro e tempo di vita. I pubblicitari – o magari pubblicitarie – che lavorano per McDonald lo hanno già capito.

Alberto Leiss











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