merci / desideri
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produrre e consumare tra pubblico e privato
8 maggio 2002
Se il panino è flessibile
“Mi sono fatta un mazzo così, ma ho imparato a stare al mondo”.
Recita così l’head line di una delle nuove pagine della campagna pubblicitaria McDonald’s che punta al reclutamento di nuovi impiegati/e part-time.
>continua

> 29 giugno 2002

Lacrime di un corpo al lavoro

Sono una che ha difeso l’art. 18 e difende i diritti dei lavoratori. Il libro di Paola Rinaldi mi ha fatto riflettere. Credo che come me farebbero bene a leggerlo politici e sindacalisti. Perché il suo è un suggerimento prezioso. Guardate un po’ di più (anche) alle persone, ai singoli, alle singole, e non solo alle categorie di lavoratori.
Paola Rinaldi racconta della postmoderna propensione " totalitaria" del capitalismo flessibile. Ma anche della complessa "centralità" di uno dei mille lavori del Terzo Millennio, e di come toyotisticamente i singoli, le singole debbano farci i conti.
Se qualcuno pensava (ha pensato) che ci fosse separazione tra dentro e fuori la fabbrica, o l’ufficio, o la redazione di un giornale, dovrà ricredersi. Non siamo più, se mai lo siamo stati, al "Qui lavoro e lì mi diverto", "Qui produco e lì faccio l’amore". Siamo dentro un flusso continuo, nel quale si intrecciano tutte le dimensioni dell’esistenza umana.
Oggi i corpi sono al lavoro (come dice il sociologo Aldo Bonomi e come ci mostra a meraviglia l’autrice del libro di cui discutiamo). Che significa ? Che le attività umane "atipiche" prendono differenti forme. D’altronde, sarebbe inutile scandalizzarsi.
Si tratta di forme imposte dalla nuova organizzazione del lavoro. Le quali rispondono, a loro volta, a complicate ma pressanti richieste dell’immaginario sociale.
Un immaginario totalitario.
Capace di plasmare nuovi soggetti sociali.
Nuove figure lavorative che emergono fuori dal lavoro dipendente.
Paola in arte Sonia vende per una buona paga la sua forza lavoro fluidificata. O meglio, i suoi fluidi. Pipì nei momenti comandati, per non perdere il lavoro. Pianto a comando. Giacché si guadagna da vivere con le lacrime. E’ quello che serve in una soap. Quello che lei, soapoperaia, può offrire. Forza lavoro lacrimosa e lacrimevole.
Con un’attività da riaggiustare continuamente. Da difendere. Perché ogni tanto qualcuno, sceneggiatore, regista, amico traditore (ma d’altronde anche Paola Rinaldi tradirà la precedente Sonia con qualche modesto senso di colpa perché quella con il lavoro nella soap doveva pagare le rate del mutuo) decide di farla fuori, di decretarne la morte. E lei mostra gli artigli affinché il proprio figlio possa finire l’anno scolastico. Per la povera Rita-Adele, invece, niente da fare. Arriva the end. Nonostante la serialità della soap.
Ecco l’inedito di un lavoro nella società postmoderna. O meglio, la soap è la situazione inedita.
Così, se il tavolino di Marx si metteva a ballare quando veniva portato al mercato, figuratevi cosa avviene qui, a Fuorigrotta. Al centro di produzione tv dei Campi Flegrei. Un set dove il dentro imita il fuori. Dove sono state girate tra interni ed esterni, più di mille puntate di "Un posto al sole". Con un ambiente di lavoro che somiglia a quello dei call center. Roba da sudore mentale.
In questo ambiente di lavoro ci vuole investimento psicologico. Mandare a memoria le battute, piangere a comando, sollevare una mano ad arte.
Il regista, il grande capo, il piccolo scherano ripetono a Paola-Sonia e a chiunque sia dentro la soap : "Non mi riguarda il modo in cui fai ciò che ti viene richiesto, ma sei abbastanza grande per sapere come fare a raggiungere quell’obiettivo che voglio da te".
Per spiegarsi, per comunicare, si crea, o meglio, si produce anche linguaggio. Come nella modernità liquida di Zigmunt Bauman, ogni mondo (dei bancari, delle tute blu, degli allenatori di calcio) ha il suo di linguaggio. Qui si parla a forza di "provinarmi" (verifica del ruolo dell’attrice, attore), "pompe" (abbreviazione di un determinato servizio sessuale), "cacata" (puntata nella sua stesura definitiva), "bona" (ok per la scena).
Compaiono anche curiosi profili professionali : la prelevatrice di attori dai camerini ; la scaldasedia per raccomandata. L’inutile coach (che imposta le battute con l’attore).
Non pensate però che tutto sia nuovo. E diverso. E avveniristico. La lotta omicida rispetto ai tempi di lavoro c’era e c’è ancora. Se in x minuti l’operaio produce y pezzi, tagliando i tempi e producendo sempre quel numero di pezzi, quanto plusvalore incamererà il padrone, domandava il barbuto di Treviri. Quanto al soapoperaio e alla operaia devono produrre in 25 minuti una scena di due minuti. Per la quale prima impiegavano mezza giornata.
Unica differenza : al posto del vecchio cronometro, ora c’è « il runner » che ti cronometra i tempi (cellulare all’orecchio).
L’alienazione somiglia a quella di una volta. Il mondo delle merci si sviluppava secondo leggi proprie, estranee ai bisogni dei produttori? L’attore, gli attori sono per contratto estranei alle vicende di cui pure sono responsabili. Il genere televisivo della soap impone a Sonia-Paola di non saper nulla di ciò che avverrà domani al suo personaggio.
Allora, tutto uguale allo sfruttamento di sempre ? Non proprio. Si dice che il lavoro sia scomparso dal cinema, dalle soap. Forse sì. Forse il mondo alla Ken Loach, o quello di "Full Monty", o delle tute blu fatica a creare intrattenimento.
Sonia-Paola confessa meglio di un sindacalista, di un antropologo o sociologo, che ci può essere un piacere nel far bene il proprio lavoro. Anzi, nell’essere capaci di versare un mare di lacrime.

Letizia Paolozzi








> il libro
Paola Rinaldi "Memorie di una soap operaia" Backstage 2002