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produrre e consumare tra pubblico e privato
29 giugno 2002
Lacrime di un corpo al lavoro
Sono una che ha difeso l’art. 18 e difende i diritti dei lavoratori. Il libro di Paola Rinaldi mi ha fatto riflettere. Credo che come me farebbero bene a leggerlo politici e sindacalisti
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8 maggio 2002
Se il panino è flessibile
“Mi sono fatta un mazzo così, ma ho imparato a stare al mondo”.
Recita così l’head line di una delle nuove pagine della campagna pubblicitaria McDonald’s che punta al reclutamento di nuovi impiegati/e part-time.
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> 6 ottobre 2002

Relazioni impreviste tra badanti e badati

In Italia, vengono stimati in duecentomila gli extracomunitari, collaboratori domestici e « badanti ». Per loro si è parlato di mini-sanatoria (Guida completa alla sanatoria dei lavoratori extracomunitari www.ilsole24ore.com/norme), badante essendo indicato dalla legge quel « personale di origine extracomunitaria, adibito ad attività di assistenza a componenti della famiglia affetti da patologie o handicap ». Dopo una iniziale isteria da parte della Lega, tutti d’accordo. Lo stato risparmia, la spesa essendo a carico della famiglia dove, sempre più spesso, non c’è chi voglia (o possa) occuparsi della casa, dei bambini, della persona non autosufficiente.
Certo, la/lo straniero legalizzato comincia a vedere un barlume di diritti di cittadinanza.
Tutto era cominciato nei dieci anni precedenti la mini-sanatoria.
Quando il mercato si era aperto con un'esplosione di offerta. Che la domanda di lavoro correva a colmare. Domestici ben pagati dalle famiglie più ricche ( quasi sempre al nero), donne a ore straniere, scelte perché pagate meno delle autoctone. Anche i maschi sono stati « scoperti » per lavori di manutenzione domestica. Infine, è stato grazie agli stranieri che le famiglie a basso reddito sono riuscite ad accudire bambini e nonne non autosufficienti.
Nella situazione di oggi, il mercato ha subito una stretta. Troppo complicata la legalizzazione. Molti datori di lavoro sono tornati alle autoctone. Solo le persone singole (poche) o le famiglie (molte) che hanno una cameriera, un cameriere a tempo pieno, possono avere un qualche interesse alla legalizzazione, ma sono soprattutto le famiglie a reddito medio-alto quelle che se la possono permettere. Quelle a reddito basso e bassissimo si impiccano.
Tuttavia, le modificazioni nei rapporti tra padroni e domestici « servitori », ci sono state. E andrebbero analizzate nella pur breve prospettiva storica dei dieci anni che precedono la minisanatoria. Si è trattato di un miscuglio multiculturale, multiaffettivo, multirelazionale. Con una forte presenza femminile che, probabilmente, metteva meno paura della sessualità del giovane maschio, solo, sbandato o confinato nella sua banda. Magari, anche per questo, la legalizzazione delle colf e badanti si è imposta con la forza di un senso comune, impermeabile al panico razzista per quanto attizzato da una parte del ceto politico.
A livello simbolico, chi cura, chi accudisce, chi « bada » è una donna. Eppure, badanti maschi ce ne sono. Ma queste lavoratrici non viaggiano sulle carrette della disperazione. Arrivano (spesso dall’Europa orientale o dal Sud America, o dalle Filippine), lasciando la comunità delle origini ma portandosi dietro, come un imprinting, l’ « identità di cura ».
In questo contesto si sono inserite anche quelle non poche extracomunitarie, soprattutto dai paesi dell'Est, troppo in là con gli anni per fare le prostitute, troppo economicamente ambiziose per accontentarsi delle 600.000 lire al mese offerte dalle famiglie borghesi (alte o medie o basse non importa: questi erano i prezzi). Straniere che si sono date da fare per trovarsi lavori di servizio domestico e insieme sessuale, presso il classico pensionato solo e abbiente. Spesso hanno avute fregature, a volte no. Qualcuna è riuscita a farsi impalmare nonostante l'odio dei figli legittimi dello sposo.
C’è poi il capitolo « prostituzione ». Le cifre parlano di almeno ventimila prostitute immigrate in Italia, con un altissimo turn over, che supera il 30 %. Si sta allargando il ricorso a nozze di comodo per regolarizzare giovani immigrate destinate al marciapiede. A Trieste, alla fine dello scorso anno ; a Latina, nel mese di luglio è saltato fuori un traffico di oltre cento matrimoni civili tra ottantenni e ventenni. Tuttavia, anche nella prostituzione, le relazioni tra cliente e lavoratrice del sesso cambiano. Secondo molte « associazioni di strada », sono loro, i clienti, una delle maggiori fonti di « segnalazione » (sulla condizione delle prostitute, sul trattamento da parte degli sfruttatori, ecc.) alle associazioni stesse.
Dunque, si avvicinano universi differenti. Si incrociano sfere emozionali e comunicative. Non che non ci sia – lo ripetiamo - sfruttamento, modeste e grandi angherie ma, in questa dimensione dell’umano dove a prevalere è la relazionalità, si è determinato qualcosa di nuovo nei rapporti tra « noi e loro».

Letizia Paolozzi




Aspettando il permesso

Monica ha 32 anni ed è arrivata a Roma due anni fa: ha chiesto un visto per turismo per la Germania, dove una cugina l’ha ospitata qualche giorno. Da qui, grazie agli accordi di Schengen, è arrivata in Italia senza formalità di frontiera.
Vive a Valmontone con due amiche connazionali e ogni giorno viene a Roma per fare la colf. Due donne presso cui lavora hanno fatto per lei domanda di regolarizzazione. “Spero che si sbrighino a darmi il permesso – dice -. Ho lasciato in Romania mio figlio che aveva due anni e non lo vedo da allora”. Un separazione durissima, dovuta anche al fatto che se Monica rientrasse ora, le autorità del suo paese non le permetterebbero di tornare in Italia, mentre col nuovo permesso di soggiorno chiederà il riavvicinamento familiare, e magari convincerà suo marito a venire qui. “E poi per uscire dal mio paese ho pagato la mafia locale, più di 1.500 euro che devo finire di restituire”.
Monica lavora più di dieci ore al giorno e non ha molti amici tra i connazionali: “Stare senza uomini è duro, perché quelli che sono qui quando si riuniscono bevono molto e infastidiscono le donne”. Ma oggi, per fortuna, non è più come una decina di anni fa, ai primi arrivi di immigrati dalla Romania. Monica ha il cellulare e chiama la famiglia ogni giorno, una potente macchina economica illegale (efficientissima) le permette di far partire due volte la settimana da Roma ogni bene necessario per suo figlio, soldi compresi, e farglieli recapitare entro 24 ore. “L’inverno scorso il bambino ha avuto la pleurite e io qui ho comprato farmaci e apparecchio aerosol e li ho fatti arrivare in 48 ore in Romania”. Costo: 30 euro per piccoli pacchi, da 50 a 100 per imballaggi più grandi. I rumeni infatti spediscono a casa oggetti domestici e macchine agricole, motorini e abiti, perché anche se la spedizione costa, il servizio è efficiente e “discreto”.
Monica spedisce a casa anche i soldi, 5 euro di provvigione per ogni 100 inviati. Parla bene l’italiano ma dei suoi diritti conosce poco: le sue datrici di lavoro l’hanno indirizzata ai centri informazioni e spedita all’ambulatorio che una decina di medici volontari tiene in piedi per immigrati con e senza permesso.
Forse a Natale Monica riuscirà a passare le vacanze a casa
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La seconda vita di Michele

Michele ha 63 anni e da quando ne aveva 5 fa il muratore. Vive nell’hinterland della Capitale e sette anni fa sua moglie, 50 anni, è morta per un cancro al seno. Suo figlio non ha voluto studiare, né lavorare e due anni fa è stato arrestato per spaccio e detenzione di stupefacenti.
“La morte di mia moglie fu prima di tutto uno choc, non avevo mai pensato che potesse morire, forse non avevo capito bene le parole dei medici, o forse mi sono illuso fino all’ultimo che potesse guarire. Che potevo fare? Ho continuato a lavorare come sempre, anche di più e mio figlio non mi era di nessun conforto, anzi una preoccupazione. Ma mi sentivo sempre più solo e quelle serate davanti alla tv erano una disperazione”.
Poi un giorno ha conosciuto Dita, immigrata polacca che faceva la cameriera nella trattoria del quartiere dove Michele lavorava in quel periodo. Aveva 26 anni, “poteva essere mia figlia”, ricorda Michele arrossendo. Facevano quattro chiacchiere timide alla fine del pranzo e poi, oltre agli anni, c’era la diffidenza verso una straniera che magari ti faceva capire che le piacevi ma il fine era la regolarizzazione.
E non solo. “Mi ricordo che non parlava bene italiano e io la portavo al cinema e le spiegavo le battute; sono stato io a convincerla alla fine della bontà dei miei sentimenti e del reciproco bisogno di compagnia, amore, intimità”.
Oggi Dita e Michele sono sposati e hanno un bambino di sei anni, Davide. E Michele dice: “Sono tornato a vivere, una seconda gioventù dopo la nascita di Davide e un conforto quando hanno messo dentro Angelo, il primogenito”. Dita è impiegata in un negozio di hi-fi del quartiere e conserva la ritrosia di sempre.
Suo figlio è bilingue e vede i parenti polacchi due volte l’anno, ma è Dita a sentirsi “la più italiana delle famiglia”.

Monica Luongo








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