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informazioni, deformazioni, spettacoli, culture
30 ottobre 2002
La macchina degli aiuti umanitari in panne
Per anni gli interventi sono stati una manna che non sapeva lasciare eredità, per anni c’è stato chi si è arricchito senza avere alcuna professionalità e chi con passione ha dato il meglio di sé senza grandi soddisfazioni economiche. Per anni, infine, un pensiero politico, quello della sinistra, ha sostenuto il “fare”
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28 ottobre 2002
Alla Biennale la casa di Rufisque
Una casa per le donne in Senegal. Qualcosa di più di un semplice luogo di accoglienza, piuttosto un luogo di incontro e insegnamento, un modo migliore di stare insieme, una piccola piazza dove vendere i prodotti di artigianato, uno spazio simbolico più sicuro di quelli abituali o sognati
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21 ottobre 2002
Contro le Veline in nome delle donne?
Cosa vorrà dire: Tenere sotto controllo il modo in cui i giornali e, soprattutto la televisione, presentano la figura femminile?
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> 5 novembre 2002

Ecco perché difendo le ONG

Metto in fila alcune delle accuse più recenti e correnti che vengono mosse alle ONG.
1. Le ONG, specie quelle umanitarie, debbono spettacolizzare il loro intervento per attirare dai cittadini quei fondi che non vengono più dalle grandi istituzioni nazionali e internazionali, al fine di avere i mezzi per portare soccorso alle vittime civili delle guerre di più o meno ampio raggio.
2. Le ONG lasciano al loro destino le vittime delle calamità una volta che su queste ultime sono stati spenti i riflettori.
3. Pur di mantenersi in vita, le ONG non esitano a “prendere i soldi” dagli stessi governi che hanno provocato le calamità.

Cominciamo dalla presunta necessità e capacità della spettacolarizzazione.
Chi lavora all’interno delle ONG sa molto bene che le campagne di raccolta fondi richiedono un grandissimo investimento in termini di tempo, di intelligenza, di risorse umane ed economiche e che, d’altra parte, i risultati di tali campagne in termini finanziari bastano appena a impostare e avviare l’una o l’altra attività umanitaria ma non certo a portarla avanti per tutto il tempo necessario a lenire le sofferenze e a reimpostare, insieme alle comunità colpite, i processi di ricostruzione, di riappacificazione, di sviluppo.
Questa semplice ma solida realtà dimostra che molto spesso la spettacolarizzazione non nasce né dalla volontà di essere delle vedettes né dalla speranza di ottenere fondi diversamente non disponibili ma, molto più semplicemente e forse ingenuamente, dalla volontà di trasmettere e mantenere vivo, nelle società opulente, il valore della solidarietà con i più deboli.
C’è poi da rilevare una strana, inversa proporzione: chi lavora di più sul campo è meno presente sui media, e chi lavora di meno sul campo è più presente sui media (naturalmente mi sto riferendo solo alla quantità delle azioni, non certo alla loro qualità; anzi, chi ha molti “fronti” aperti rischia maggiormente di compromettere la qualità del suo operato).
D’altra parte, vi sono ONG che accentuano di più il loro impegno operativo e altre che, invece, privilegiano proprio la comunicazione di quei valori che sono fondanti delle operazioni umanitarie: l’imperativo della solidarietà tra esseri umani, il ripudio della guerra e delle soluzioni comunque violente dei conflitti, l’inalienabilità del diritto di ciascuno ad avere accesso all’alimentazione, alla salute, alla cultura e di godere di libertà, giustizia, democrazia, sicurezza, e così via.
Non credo che le prime siano più lodevoli delle seconde, o che le seconde siano più nobili delle prime. Credo invece che entrambe siano necessarie e che le une siano complementari delle altre. Sarebbe quindi opportuno uscire dalle miopie e dai piccoli egoismi per andare verso sinergie di ampio respiro tra questi due modi di esprimere solidarietà.

Le ONG lasciano al loro destino le vittime delle calamità non appena i riflettori si spengono.
Questa è una pura e semplice, oltre che falsa, leggenda metropolitana. E deriva dalla convinzione del mondo giornalistico che un fatto di cui non si parla è un fatto che non esiste. In verità i riflettori sull’una o l’altra calamità restano accesi, al massimo, tre giorni (ma questo è un periodo record - lo ricordiamo per i massacri del Ruanda nel 1994); se la calamità comporta l’impiego di truppe occidentali “di pace”, i riflettori restano accesi un po’ più a lungo, ma non sono puntati sull’aiuto umanitario propriamente detto.
Non di meno, le ONG che “si precipitano” nei luoghi delle sciagure ci restano ben oltre il periodo della prima emergenza: non solo mesi, ma anni. E questo per ragioni del tutto evidenti, che spiegherò con qualche esempio.
Prendiamo il caso di una fuga in massa della popolazione da un evento bellico o anche da un disastro naturale. Una volta raggruppati i profughi nei campi, è necessario non solo provvedere al loro shelter, alla loro alimentazione e alla prevenzione di malattie ed epidemie di vario genere; è indispensabile anche organizzare alla svelta e con efficacia la vita del campo, affinché essa non diventi un inferno, un Bronx senza regole: occorre quindi organizzare la vita quotidiana, la scuola per i bambini, la responsabilizzazione degli adulti e delle adulte per la gestione del campo (ad esempio: gestione dell’acqua, delle cucine, dei rifiuti), il mantenimento e la trasmissione intergenerazionale della cultura, le attività sportive, la tutela dei più vulnerabili, il superamento dei traumi subìti a causa della fuga e dello smembramento della famiglia, le iniziative di formazione professionale per un domani meno nero, eccetera.
Allorché le condizioni lo permettono, occorre poi organizzare il rientro a casa, avviando tutto ciò che il rientro stesso comporta: ricostruzione materiale delle case e delle infrastrutture sociali e sanitarie, rafforzamento delle espressioni della società civile per l’avvio o il riavvio delle dinamiche democratiche, sostegno ai processi di riappacificazione e al rispetto delle minoranze, eccetera. Tutto ciò - e molto altro ancora - non si fa durante il poco tempo in cui i riflettori sono accesi. Si fa quando sono spenti. E giuro che si fa.
Anziché ai riflettori, il problema della continuità dell’azione è legato alle disponibilità finanziarie. E’ infatti vero che spesso manca la volontà e il coordinamento degli organismi preposti a definire strategicamente la continuità degli aiuti per consentire a una comunità uscita dalla crisi di avviarsi sulla strada dello sviluppo.
Ad esempio, ci piacerebbe vedere un maggiore coordinamento strategico tra le agenzie ONU attive nella prima e seconda emergenza le quali, avvalendosi delle ONG consentono il forte coinvolgimento delle comunità locali, e la Banca Mondiale la quale affida quasi per intero le risorse per la ricostruzione e il riavvio dei processi di sviluppo ai Ministeri. Così come ci piacerebbe vedere un maggiore continuità nell’impegno - pure generoso - dei vari settori e direzioni generali della Commissione Europea.

Pur di mantenersi in vita, le ONG non esitano a “prendere i soldi” dagli stessi governi o gruppi di governi che hanno provocato le calamità.
Questo tema è certamente molto spinoso e richiede un’analisi approfondita da parte di ogni e ciascuna ONG. Né ci si può nascondere dietro al dito della “neutralità” delle ONG umanitarie.
Personalmente penso che per l’operatore umanitario, che è anche un cittadino di questo pianeta, la neutralità rispetto alle parti in lotta non possa esistere (perché ciascuno di noi ha il diritto/dovere di farsi una propria idea delle responsabilità dei belligeranti e dei potenti, e di prendere posizione di conseguenza), mentre deve esistere la sua imparzialità nei confronti delle vittime delle catastrofi, a prescindere dai torti e dalle ragioni di cui ciascuna vittima (singolarmente o in gruppo) è portatrice.
Naturalmente, quest’ordine di ragionamento complica le cose anziché semplificarle. Ma ciò non dipende dalle nostre menti contorte, bensì dalla obiettiva complessità di questa importante parte della dinamica umanitaria.
Non vi è dubbio che “l’ansia di fare”, ancorché connessa alle più nobili motivazioni, può comportare una caduta del senso critico e della capacità di prendere e mantenere le distanze rispetto ai produttori di morte e di devastazione.
Però non credo che a questo problema si possa dare una risposta valida sempre e ovunque. Attrezzata con solidi principi e con una solida linea strategia, ogni ONG dovrebbe valutare, di volta in volta, cosa sia meglio fare, non solo alla luce della sostanza etica, ma anche alla luce del “bene” delle vittime, perché è ovvio che rinunciare a un finanziamento significa rinunciare a lenire un dolore.
Di volta in volta, si può cercare di capire se nel fornire aiuto alla sua vittima (ancorché tramite una ONG), il “carnefice” impone o pretende condizioni particolari lesive della dignità delle persone e della loro libertà, inclusa la libertà di pensiero (ad esempio: che il carnefice sia dipinto come “il buono” della situazione, che le vittime siano relegate aprioristicamente in una zona inaccessibile ai più, eccetera).
Un’altra accortezza, che le ONG conoscono molto bene ma che non sempre è praticabile e non sempre è sufficiente, sta nel diversificare le fonti di finanziamento per uno stesso programma o per uno stesso gruppo di beneficiari: ad esempio, pagare l’alimentazione con i soldi provenienti da un Paese belligerante e pagare l’educazione con i soldi provenienti da un organismo delle Nazioni Unite. Ma questo, ovviamente, non risolve il problema etico di fondo.
Problema che, per noi italiani, diventerà drammatico nei prossimi mesi. Finora le ONG italiane hanno fruito di finanziamenti di governi (o gruppi di governi) che hanno inviato truppe come forze di interposizione e di peace keeping, o che hanno svolto azioni militari per difendere popolazioni sopraffatte (fu il caso del Kosovo). Se domani i nostri Alpini vanno in Afghanistan non come forze di pace, ma semplicemente e chiaramente come forze di attacco, noi che facciamo: li prendiamo i soldi del governo italiano o no?

Loretta Peschi project manager Intersos