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28 ottobre 2002
Alla Biennale la casa di Rufisque
Una casa per le donne in Senegal. Qualcosa di più di un semplice luogo di accoglienza, piuttosto un luogo di incontro e insegnamento, un modo migliore di stare insieme, una piccola piazza dove vendere i prodotti di artigianato, uno spazio simbolico più sicuro di quelli abituali o sognati
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21 ottobre 2002
Contro le Veline in nome delle donne?
Cosa vorrà dire: Tenere sotto controllo il modo in cui i giornali e, soprattutto la televisione, presentano la figura femminile?
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7 ottobre 2002
Il femminismo per Claudia Mancina
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Oltre il femminismo" è un testo femminista. Almeno se per femminismo s'intende amore per la dignità e la libertà femminili e lavoro perché esse vivano. Non lo è, un libro femminista, se per femminismo s'intende
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> 30 ottobre 2002

La macchina degli aiuti umanitari in panne

Per anni gli interventi sono stati una manna che non sapeva lasciare eredità, per anni c’è stato chi si è arricchito senza avere alcuna professionalità e chi con passione ha dato il meglio di sé senza grandi soddisfazioni economiche. Per anni, infine, un pensiero politico, quello della sinistra, ha sostenuto il “fare”.
Oggi la macchina degli aiuti umanitari non funziona più così: i grandi donors, le organizzazioni governative e non che dispensano i fondi necessari per i progetti di sviluppo, decidono le aree di intervento; il flusso di denaro stanziato si è ridotto notevolmente, mentre la lentezza della macchina burocratica è l’unico elemento che permane inalterato negli anni.
Negli ultimi mesi due volumi hanno fatto discutere il mondo della cooperazione: “L’altruista egoista“ dell’inglese Tony Vaux e “Le ambiguità degli aiuti umanitari“ di Giulio Marcon. Il primo per vent’anni nella storica organizzazione Oxfam, il secondo presidente del Consorzio italiano di solidarietà (Ics), denunciano senza peli sulla lingua le anomalie di un sistema assistenziale trasformato in macchina finanziaria che divora miliardi. I due saggi non risparmiano colpi a nessuno: connivenze con i governi che riducono alla morte le proprie popolazioni, gravi errori nell’organizzazione delle emergenze in caso di guerre e disastri, fallimento dei progetti di sviluppo per errori gravi nel corso delle valutazioni di fattibilità (e, nel caso del libro di Marcon, il racconto della discussa operazione Arcobaleno).
Ora, al di là della valutazione critica delle due pubblicazioni - veritiere quanto eccessivamente trancianti nel giudicare l’operato dei colleghi, mettendo in un solo calderone buoni e cattivi e mancando di sottolineare le differenze e le relazioni tra le due realtà laica e religiosa che lavorano nel mondo del sociale – gli argomenti trattati evidenziano una realtà in profondo mutamento. La cooperazione attraversa una crisi profonda, e non certo e solo per la mancata capacità dei suoi protagonisti, che anzi hanno via via affinato le loro competenze.
Diverse sono le cause, ancora tutte ben lontane dall’essere scandagliate come si dovrebbe. Anzitutto è mutato il quadro geopolitico del pianeta. Ormai i conflitti non coinvolgono più vaste aree, ma territori definiti entro i quali bersaglio è la popolazione civile, quasi sempre indebolita da scontri interetnici e religiosi. A ciò hanno contribuito i fatti dell’11 settembre e il cortocircuito che porta i paesi che intervengono militarmente a far seguire alle armi il denaro per ricostituire simulacri di governi stabili.
La cooperazione internazionale e le Ong che fanno fronte alle emergenze si trovano nella necessità di spettacolarizzare il loro lavoro, per raccogliere dai privati quel denaro che non arriva dai grandi donors e per adeguarsi ai ritmi e alla ribalta dei mezzi di informazione.
Per chi inizia a lavorare quando le telecamere si sono allontanate dai luoghi di tragedia, l’operazione si fa ancora più difficile. Perché la verità è che della gran mole di lavoro che in tutto il mondo in via di sviluppo viene svolto quotidianamente dai cooperanti poco importa all’opinione pubblica.
Colpa di cittadini e cittadine del mondo ricco ed egoista? Non solo, crediamo. Colpa anche della mancata capacità di chi vi lavora di attirare l’attenzione su di sé, colpa di chi racconta queste realtà e non è attento a fermare l’occhio su “dettagli” che si sforzano di migliorare le condizioni di chi soffre: la battaglia per la riduzione delle tasse da esportazione, la valorizzazione delle donne, il microcredito, la tutela e prevenzione della salute dei bambini, il lavoro di formazione, che solo permette di lasciare qualcosa di utile quando si va via da un paese dove si sono spese energie.
Il denaro investito per la cooperazione è ancora troppo poco e manca forse anche un serio ragionamento sulle possibilità di coordinamento e intervento di chi vi lavora. La politica, infine, è un cavallo di battaglia a cui ancora nessuno ha voglia di mettere una nuova sella.

Monica Luongo




Il valore dell’esperienza

Dopo aver letto la vasta bibliografia oramai a disposizione, che piange sulle sorti della cooperazione, il punto di vista muta notevolemte quando si chiacchiera con chi sul campo lavora da tempo e ogni giorno deve combattere con burocrazia, denaro e ottusità, pur ricavandone, qualche volta, delle soddisfazioni.
Pietro Del Sette è il responsabile Africa dell’ong Movimondo e per lunghissimi anni ha vissuto in Africa australe. E non si sottrae anzitutto all’autocritica.
“Gli errori non sono solo da parte dei donors ma certamente anche da parte nostra. In particolare, nella valutazione dei progetti che a volte ci hanno dato problemi. Prendiamo quelli che riguardano le donne: una cosa è lavorare allo sviluppo in città, dove le donne hanno maggiore consapevolezza di ruoli e identità. Altra invece nelle aree rurali dove in passato ci è capitato di avviare programmi di alfabetizzazione e veder arrivare donne, picchiate da padri e mariti proprio in ragione di quel ‘salto’ di emancipazione”. Segno probabile di una conoscenza non molto approfondita del contesto locale, o mancata capacità di prevedere reazioni sociali rispetto all’impatto esterno.
“Più in generale credo che la mancata posizione forte delle ong rispetto alla missione politica dei loro impegni fa sembrare estraneo il lavoro a chi non ci conosce. Solo chi riesce a coniugare presenza politica e mediatica raccoglie denaro e consenso”. L’allusione di Del Sette a Emergency e al lavoro di Gino Strada è evidente, ma lui è una eccezione.
Oggi il responsabile di Movimondo riconosce che le politiche di intervento dell’Unione europea sono definite meglio, che le organizzazioni si dividono le aree geografiche e i territori di competenza così da portare avanti programmi lunghi e tematici di sviluppo.
“Il vero problema ora è che i fondi stanziati si assottigliano e i progetti da presentare hanno una durata massima di 18 mesi, pochissimo per veder realizzato qualcosa. Prendiamo i programmi sulla sicurezza alimentare: insegnare le colture alternative, formare tecnici in loco e far apprendere alle donne come integrare la dieta dei bambini richiede molto più tempo.
In compenso qualche soddisfazione c’è: oggi quando arriviamo in zone dove lavoriamo da tempo, piccoli paesi nell’interno del Mozambico per esempio, ci sono i mercati., scuole, pompe per l’estrazione dell’acqua. E lì nessuno muore più di fame”.

Mo.Lu.








> Da leggere
Tony Vaux “L'altruista egoista“, Ega 2002,pp.284, euro 12,50

Giulio Marcon “Le ambiguità degli aiuti umanitari“, Feltrinelli 2002, pp.184, euro 9,00

John Le Carré “Il giardiniere tenace“, Mondadori 2001, euro 18, 08


> L'intervista
Il valore dell'esperienza