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26 novembre 2003
Le brave ragazze vanno in paradiso
le cattive dappertutto (in tre film)

Uma Thurman ha gli occhi blu sgranati dalla ferocia (Kill Bill – Vol.1); Jun Ichikawa non muove un muscolo del viso pallido (Cantando dietro i paraventi); Nicole Kidman è tutta un sorriso di ringraziamento verso i suoi protettori (Dogville)
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12 novembre 2003
Così arrivò la fame in diretta
Addio a Pappalardo. Walter Nudo ce l’ha fatta, a eliminare il rivale ingombrante, il maschio alfa che gli ha fatto la guerra da quando è arrivato all’”Isola dei famosi”.
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23 ottobre 2003
Con o senza velo ma non per legge
Il velo è un’offesa alla dignità personale perché stabilisce l’equazione tra donna e oppressione. Lo statuto delle donne che vige in gran parte dei paesi islamici (sistema giudiziario, tradizioni, religione e polizia religiosa, signori della guerra, signori ex tagliagole che dovrebbero assicurare la pace, fondamentalismi, applicazione della sharìa) inchioda l’essere sessuato femminile a un’immagine di donna schiavizzata
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8 ottobre 2003
Storie di PotOp: non solo derive “militari“ ma anche buone ragioni sociali
E’ evidente che il libro di Aldo Grandi “La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio", costruito attraverso testimonianze (mi pare più di sessanta) e documenti , non poteva che scontentare molti dei protagonisti di quel movimento
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26 settembre 2003
Tramonto violento del tifoso
Ecco, finalmente è accaduto. La guerra tra tifoserie, lo scontro con le forze dell'ordine ha conquistato il posto cui ambisce da sempre: il campo di "gioco"
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15 settembre 2003
Distruzioni. Decostruzioni. Creazioni
Mentre c’era la guerra in Iraq mia madre non è stata bene, e per qualche momento ho temuto per la sua vita.
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7 agosto 2003
"Vita" di Mazzucco: un secolo di storia italiana
negli archivi di Long Island

"Vita", il romanzo con cui Melania Mazzucco ha vinto quest’anno il premio Strega, è il quarto romanzo di questa autrice giovanissima
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20 luglio 2003
Felicità, percorsi del paradosso
Dal 10 al 13 luglio scorso a Trevignano si è parlato di felicità. Lo ha fatto il gruppo di donne che ha partecipato al IV seminario residenziale organizzato dalla SIL (Società italiana delle letterate)
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9 luglio 2003
Perché la figlia deve separarsi dalla madre
Con il femminismo avevamo fatto spazio, dentro di noi, a una figura materna attrattiva, ambigua, molto più complessa e misteriosa della figura che ci aveva consegnato fino a quel momento la storia. Così, per anni, abbiamo discusso di maternità reale e di maternità simbolica e, per costruirci una genealogia, siamo andate “alla ricerca dei giardini delle nostre madri” (come scrive Alice Walker)

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4 luglio 2003
Manuela Dviri una israeliana contro la guerra
Verrebbe da dire Manuela Dviri è una donna straordinaria. Non sarebbe giusto. Non sarebbe rispettoso delle scelte, della scelta che questa cittadina israeliana ha compiuto dopo l'uccisione di suo figlio, Joni, a opera di un razzo sparato dagli hezbollah in territorio libanese.
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22 giugno 2003
Il femminismo nascosto dalla “meglio gioventù
“Bellissimo, commovente, ma manca il movimento femminista”, mi dice un’amica con cui ho condiviso, appunto, il femminismo. E’ appena finita la prima parte di La meglio gioventù, il film per la Tv con cui Marco Tullio Giordana si è guadagnato accoglienze trionfali nella sezione del Festival di Cannes Un certaine regard
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2 giugno 2003
Islam, italian style
In “Islam italiano”, nuovo saggio di Stefano Allievi dedicato alla presenza islamica in Italia, non si legge
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24 maggio 2003
Nawal al Sa'dawi, icona del femminismo arabo
L’icona del femminismo arabo ha un bel viso scuro e una capigliatura candida. Nawal al Sa’dawi
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15 maggio 2003
Monica Incisa. Grande artista del sottotono
Achille Campanile diceva, “non è detto che un umorista contemporaneo faccia ridere i posteri e viceversa”.
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1 maggio 2003
Sars, i falsi allarmi dell'informazione
Tra la fine dei bombardamenti in Iraq e la condanna di Cesare Previti, i nostri media si sono occupati della Sars, la polmonite atipica
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> 11 dicembre 2003


Perché Amorfu' non vada al macero

Permettetemi un ricordo personale. Correva l’anno 1963, stavo preparando un film-inchiesta col regista Raffaele Andreassi, “Mondo cane all’italiana”, cioè ristretto alla nostra penisola, non spaziante nell’universo mondo, come il film di Jacopetti. Cercando nella cronaca dei quotidiani quei fatti che potevano servire al nostro progetto, c’imbattemmo nella storia di una prostituta che batteva la notte Corso Massimo d’Azeglio di Torino, portandosi dietro in carrozzella la figlia di pochi mesi. Quando saliva sull’auto dell’occasionale cliente, mollava la carrozzella a una compagna di strada e la riprendeva a servizio ultimato. Una notte, però, tornando sul posto in cui l’aveva lasciata, non trovò nessuno. Poche ore dopo fu ritrovata da un brigadiere di P.S. in un bar di via Roma, mentre dava dei manifesti segni di squilibrio. In realtà non era accaduto nulla di tragico. Si era messo a piovere e la prostituta amica, cui aveva lasciato la bimba, aveva ritenuto opportuno portarsela a casa propria. Andai a Torino per cercare la protagonista del fatto e, con non poca fatica, la ritrovai nel manicomio, dove parcheggiava dimenticata. La bimba dal suo canto era stata ricoverata alle Molinette in attesa di un affidamento e godeva ottima salute nonostante le notti passate all’aperto.
Cosa c’entra questo episodio con la vicenda di Amorfù, il film di Emanuela Piovano ? Il fatto che la prostituta fosse impazzita non ritrovando più la sua bambina ? Non esattamente. C’entra non tanto con la vicenda, quanto con la sorte del film che, come la prostituta piemontese, come tanti altri film italiani, e non solo italiani, rischia di finire nel contenitore dove si gettano le pellicole che, per difetto di audience, rischiano di rimanere dimenticate per sempre, appena citate in qualche pignolissima storia del cinema. Bastano i 6.533 spettatori rastrellati a tutto novembre, per garantirne la memoria e una successiva, soddisfacente circolazione sull’home video e in tivvù ? Ne dubito, sebbene il suo risultato sia migliore di quello dei 128 film (tra cui 37 italiani), che nel 2003 alla stessa data avevano totalizzato sul grande schermo meno di 5.000 spettatori a testa.
Non è questa la sede, per addentrarci in un’analisi del mercato cinematografico italiano. Diciamo piuttosto che il film della Piovano ha per fortuna sua ancora una opportunità da sfruttare: l’uscita nelle provincie lombardo-venete, dove è atteso in questi giorni. E’ una buona occasione per risarcirlo della parziale delusione sofferta nelle altre provincie, per vincere la iniziale diffidenza del pubblico, “il peggior nemico del cinema”, come amorevolmente lo definiva Truffaut, un autore che era riuscito quasi sempre a vincerla. Non spenderei tante parole per un film che non le meritasse. Certo, Amorfù, può spiazzare chi dalla descrizione di un asilo per disturbati mentali si attendesse una riedizione de La fossa dei serpenti di Anatole Litvak, cioè di uno di quei film fatti su misura per le attrici alla caccia di Oscar. Amorfù non segue, né quella linea (la survoltata descrizione della crudeltà dell’istituzione psichiatrica), né la linea dell’inchiesta (di cui Nessuno o tutti – Matti da slegare, resta l’esempio migliore).
Personalmente, accennandone nella rubrica critica che tengo su “Avvenimenti”, l’ho definito, in modo troppo sommario, non lo nego, una versione musicale di Qualcuno volò sul nido del cuculo, “ritmata sull’aria Mon coeur s’ouvre à ta voix del Sansone e Dalila di Camille Saint-Saens”: la stessa musicalità dei movimenti di macchina, soprattutto, che nel film americano svelavano l’origine mitteleuropea dell’autore, Milos Forman. Una musicalità visiva, non uditiva, per spiegarci meglio, anche perché, sotto tutti gli altri aspetti il film della Piovano ha ben poco da spartire con quello del regista di Praga. Il film di Forman nella stagione 1974-75 s’inseriva in un momento del cinema nordamericano, nel quale i migliori film trattavano giustappunto il tema della follia. Basti pensare a Una moglie di Cassavetes e a Nashville di Altman. La follia individuale si trasformava in follia collettiva, dovuta – scriveva il “New York Times” – al crollo dei miti ai quali la gente era stata sino allora religiosamente devota. Inoltre Forman, transfuga, sebbene non ufficialmente dichiarato, dall’Europa dell’est, creava col suo istituto una brillante metafora del gulag universale: un istituto, dove ogni particolare ispirava pulizia e tranquillità, ordine e protezione; una metafora della cosiddetta “tolleranza repressiva”, insomma.
In Amorfù tutto questo è diverso, anche sul piano musicale: Saint-Saens sostituisce le melodie di qualche Kostelanetz o Melachrino, che Forman inseriva nel sonoro con polemica perfidia. Il tema della follia si coniuga col tema dell’amore; f ollia e amore, due situazioni che esplodono in maniera diversa (prevedibile la prima, determinata dalle condizioni esterne; molto meno la seconda) ed entrambe destinate alle volte a sparire, come accade nel film, con una certa punta di amarezza: un bel film – lo ripeto- che va apprezzato dimenticando le immagini tipiche della follia, tramandateci da cent’anni di cinema.

Callisto Cosulich