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22 giugno 2003
Il femminismo nascosto dalla “meglio gioventù
“Bellissimo, commovente, ma manca il movimento femminista”, mi dice un’amica con cui ho condiviso, appunto, il femminismo. E’ appena finita la prima parte di La meglio gioventù, il film per la Tv con cui Marco Tullio Giordana si è guadagnato accoglienze trionfali nella sezione del Festival di Cannes Un certaine regard
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2 giugno 2003
Islam, italian style
In “Islam italiano”, nuovo saggio di Stefano Allievi dedicato alla presenza islamica in Italia, non si legge
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24 maggio 2003
Nawal al Sa'dawi, icona del femminismo arabo
L’icona del femminismo arabo ha un bel viso scuro e una capigliatura candida. Nawal al Sa’dawi
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15 maggio 2003
Monica Incisa. Grande artista del sottotono
Achille Campanile diceva, “non è detto che un umorista contemporaneo faccia ridere i posteri e viceversa”.
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1 maggio 2003
Sars, i falsi allarmi dell'informazione
Tra la fine dei bombardamenti in Iraq e la condanna di Cesare Previti, i nostri media si sono occupati della Sars, la polmonite atipica
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> 4 luglio 2003


Manuela Dviri
una israeliana contro la guerra

Verrebbe da dire: Manuela Dviri è una donna straordinaria. Non sarebbe giusto. Non sarebbe rispettoso delle scelte, della scelta che questa cittadina israeliana ha compiuto dopo l'uccisione di suo figlio, Joni, a opera di un razzo sparato dagli hezbollah in territorio libanese.
Era il 26 febbraio 1998 e Jonathan Dviri era uno dei soldati israeliani mandati, appunto, in Libano. Puntuale, come per tutti, arriva la lettera di condoglianze dell' allora Primo Ministro Nethanyau. Alla quale lettera - ecco la scelta - Manuela Dviri sceglie di rispondere ponendo una domanda, anzi, la domanda politica per eccellenza: che senso ha?
E da quella domanda (politica) nasce la politica: la politica di chi sa che "nulla di eroico succede a chi rimane" ma che, proprio per questo, tutte, tutti abbiamo il dovere di cercare e costruire risposte a quella domanda di senso. Così, Manuela Dviri si scopre politica, giornalista, corrispondente di guerra…sì, di guerra, perché nel suo paese, nel Medio Oriente la pace non esiste. E questa cosa, scrive in un bellissimo diario in cui racconta del suo rimproverarsi di aver dimenticato, portando il nipotino a prendere un gelato sulla spiaggia poco prima che lì, proprio lì vi fosse un attentato terroristico, non si può mai dimenticare.
Ora che le sue corrispondenze per il Corriere della sera sono state raccolte in un volume, introdotto da Gad Lerner e Guido Olimpio, e presentato in diverse città (a Napoli, a Roma), il senso della scelta e della pratica politica appare più chiaro. La riassumerei così: stare all'essenziale, evitando - ma a lei, evidentemente, e si vede anche nella scrittura, viene naturale - ogni forma di ideologia, di ideologizzazione, anche nella forma, appunto, dell'eroismo.
Così, le prese di posizione (per il ritiro delle truppe israeliane dal Libano, contro il muro che il governo di Sharon sta facendo erigere, contro l' occupazione dei territori: sulla copertina, una ragazza israeliana mostra il suo no all' occupazione sul fazzoletto che, come le altre del suo gruppo, mette sul viso) sono sempre conseguenza di fatti. Fatti sui quali si esprime giudizio, certo. Mai, però, un pregiudizio: e questo riguarda anche il dubbio, per stare all'attualità di questi giorni, sull'efficacia della road map e sulle intenzioni di Sharon.
Del diario di Manuela Dviri fanno parte i suoi rapporti con gli "ebrei della diaspora", i suoi parenti italiani, i suoi amici, quelli, quelle che temono che, parlando male di Israele, si dia fiato all'antisemitismo.
A loro, lei dice che anche lei è Israele: risposta semplice, senza ideologia, ma che, dal mio punto di vista, vale più di tanti schieramenti italiani. "Qui potete farlo", grida agli organizzatori dei due banchetti separati (pro Israele, pro palestinesi) di raccolta fondi per la pace. Qui, infatti, non c'è alcuna giustificazione alla faziosità, a quel tasso di stupidità che la guerra porta sempre con sé contagiando pure chi non la fa, o non la vuole.
"Questo libro - scrive l'autrice - avrei dovuto dedicarlo a mio figlio Joni, ma mi sembra inutile ormai visto che non c'è più e non ha più bisogno di me per sapere o per capire. Lo dedico invece a tutte le donne che hanno vissuto la morte assurda di un figlio e si sono ribellate ai luoghi comuni del potere e dei potenti. Con l'augurio, per noi che sappiamo, di riuscire a tornare alla vita e risparmiare ad altri la nostra sorte. E che cessi questa guerra fratricida, che la sua truce immagine ci esca finalmente dagli occhi".
“La guerra negli occhi“ verrà tradotto in arabo. E uno dei progetti di Manuela Dviri riguarda la possibilità che bambini palestinesi siano curati in ospedali israeliani. Così, anche così, si costruisce pace. E cesura tra politica e guerra. Cioè: pratica della rinuncia ad appartenenze estreme, ideologiche. Si può fare in Israele. E nei territori. Lo possono fare Manuela Dviri Vitali (è il suo cognome da nubile, italiano, lei è nata a Padova) e le tante israeliane e palestinesi che da anni fanno ogni giono la pace. Per noi, italiane, italiani, abitanti di un'Europa che vive in pace (più o meno) è, deve essere infinitamente più facile.


Franca Chiaromonte








> da leggere
Manuela Dviri “ La guerrra negli occhi Diario da Tel Aviv“ Avagliano editore pp.108, euro 12,00