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16 febbraio 2003
Il programma Micromega brucia i tempi
ma non fa la differenza

"Un’altra Italia possibile" è il titolo dato al nuovo numero di Micromega, che batte sul tempo
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7 febbraio 2003
Roth: chi vince e chi muore nel sesso
David Kepesh, il protagonista dell’“Animale morente“non è particolarmente simpatico
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19 gennaio 2003
Ti amo, Littizzetto
“Veramente tenchiu” (come dice Luciana Littizzetto) per il suo esilarante libro “La principessa sul pisello“
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29 dicembre 2002
Lotta di testate per lettrici molto ideali
E’ un periodo di cambiamenti vorticosi, nei mensili femminili. E’ appena uscito il numero di gennaio di Marie Claire
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18 dicembre 2002
Due sessi nella (della) rete. E fuori
La prima occasione di discussione pubblica sul sito DeA donnealtri c’è stata a Roma
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11 dicembre 2002
Giovani vergini per scelta morale o per paura delle “conseguenze“?
I giovani tornano a credere nella verginità. Il settimanale “Newsweek” dedica la sua copertina
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> 2 marzo 2003

"Accattone", nuova rivista romana
sulle piccole apocalissi quotidiane


E' uscito recentemente a Roma, distribuita con il "manifesto" ,la rivista di racconti e di cronaca urbana "Accattone". Nel primo numero ci sono numerosi articoli a partire da un episodio di cronaca nera: il ritrovamento dei cadaveri di due donne straniere sulla spiaggia di Torvaianica. Pubblichiamo la presentazione della rivista fatta a Roma dal direttore editoriale Lanfranco Caminiti

Penso che la cosa migliore, nel presentare questo nuovo progetto editoriale, sia concentrare l'attenzione su uno, due aspetti della rivista, che è invece ricca da leggere e guardare. Tutto questo - la sua qualità - lo scoprirete da voi. Più misteriose sono forse le intenzioni di questo progetto, benché siano immediatamente visibili, e sotto gli occhi di tutti: il sottotitolo della rivista è la sua dichiarazione d'intenti: cronache romane.
Perché abbiamo scelto di raccontare le cronache della città, di affidarle a autori e narratori? perché interessarci di situazioni estreme, di atti violenti, paradossali, grotteschi? perché scrivere di poveracci? non siamo già abbastanza ammorbati da paure, da allarmi, da estremismi, da crisi, da pericoli, da cui spesso ci distraiamo e ritraiamo proprio per l'insopportabilità a fissarvi lo sguardo? non sarebbe stato, non sarebbe meglio prendere le distanze, parlare d'altro, piuttosto che lasciarsi tirare dentro, attardarsi? non sarebbe meglio, non è già sufficiente "informare", dare notizie di questa nostra vita quotidiana?
Ecco, niente è più lontano da noi del senso della "attualità": per quello sono sufficienti i giornali e i telegiornali, internet. Non è il nostro mestiere.
Quello che a noi interessa delle cronache, delle vite vissute è il senso di mistero che da esse può pervenire, quell'aura terribile e affascinante che colloca gli atti estremi - e spesso gli eventi della cronaca sono estremi - in un territorio di limite, limite della continuità umana e della frattura nell'umano. Anche quando, anzi proprio perché, essi sembrano sempre uguali - le passioni smodate, le sopraffazioni domestiche, gli inganni dell'uno contro l'altro, le improvvise follie, l'ansia d'arraffare - come coazioni a ripetersi in quanto esseri umani e poco altro. Su questo limite proviamo a interrogarci, sulle forme della nostra vita. Immaginando.
Non c'è nulla di più lontano dalla mentalità moderna del mistero, del mistero del "bene" e del "male". Esso viene sociologizzato, statisticizzato, psicologizzato, chiacchierato nei talk show. Veniamo da un tempo in cui ci eravamo convinti che la tecnica e il progresso avrebbero allontanato il male, la povertà, la miseria, il degrado, la corruzione e portato il bene in terra. Scopriamo che la tecnica può essere il male - la guerra, il terrorismo -, il male assoluto, la distruzione. Dobbiamo aver smarrito per strada qualcosa.
Vorremmo interrogarci su queste cronache, su quanto sembra banale, per andare oltre - utilizzando la narrazione - quanto sembra banale, per trovarvi significati, dubbi, certezze, disincanti. Non vogliamo rubare il mestiere ai professionisti dell'anima e ai retori della profezia, per carità: è di quanto sta terra terra che parliamo. Di quanto è materia, carne e sangue. Non crediamo affatto d'essere colti e dotti in questo, letterati, non stiamo fondando una scuola o una tendenza, ci mancherebbe altro: la passione popolare per le cronache, il suo attardarsi su particolari, è segno del profondo e partecipe senso di limitatezza dell'uomo, di propria finitezza. Noi vorremmo essere popolari. Siamo attratti da ciò che inquieta, da ciò che dà scandalo, perché ciò che ci inquieta e dà scandalo ci impedisce di dimenticare che partecipiamo della sua condizione. Nessun supposto senso dell'innocenza naturale e nessun supposto senso della dannazione mondana: collocare innocenza e dannazione nel qui e ora è forse l'unico modo che abbiamo di vivere. Raccontare le cronache, fermarsi sul mistero delle loro apparizioni è forse l'unico modo che abbiamo di condividere la condizione umana.
Perché Roma? perché non abbiamo puntato a una rivista che si occupasse di cronache nazionali? Roma è una città assoluta, per la storia dell'uomo [Roma è stata assolutamente imperiale e repubblicana], per il bisogno di trascendenza dell'uomo [è stata assolutamente pagana e cristiana]. Roma è metafora, norma, canone, testo, mèta e percorso dello sguardo, del cervello e dell'anima. Ma pure quotidianità. Si lavora, si fa l'amore, si canta, si cucina, si muore, si uccide. Tutto ciò che è relativo in questa città, tutto ciò che è cronaca di questa città, tutto ciò che accade giorno dopo giorno in questa città non può non condividere quest'aura di assolutezza. Di eternità. Di eternità umana e no. Di terreno e di sovrannaturale. Sarebbe un'estrosità, una stravaganza considerare solo "locale" e "stracittadino" quel che accade qui. E' un privilegio assoluto vivere qui, è anche una fatica vivere qui. E' un dono straordinario. Quasi insopportabile. Si può buttarlo via e restarvi indifferenti, distrarsene: è un modo di sopravvivervi. Si può restarne schiacciati, afasici, imbambolati: è un modo per viverci. Chiunque viva o sopravviva qui mostra il massimo dell'affezione e il massimo della distrazione verso ciò che lo circonda, in cui è immerso. E' nello stesso tempo radicato e in esilio, è in esilio da ciò in cui è radicato.
Chi racconta questa città vive più d'altri questo senso di affezione straordinaria e di indifferenza straordinaria, fuori dal comune: e pure, siamo convinti che questi sentimenti di attrazione e distrazione, di affezione e indifferenza a ciò che ci sta intorno, a ciò che è umano e no, sovrumano, disumano, non appartengano soltanto al narratore: forse essi sono i sentimenti comuni dell'al di qua. Forse appartengono a tutti noi questi sentimenti, a tutti noi che viviamo questa città. E che le sopravviviamo. Forse - è questa la nostra presunzione - appartengono a chiunque, ovunque. Forse - e questa è un'altra presunzione - potremmo trovare ovunque lettori per le nostre storie.
Infine, perché abbiamo scelto questo titolo? perché "accattone"? perché un titolo così carico di significati, di rimandi, di letteratura, di ombre, di ingombri? non è troppo scomodo? e anche, non è troppo facile? credo sia davvero complicato districarsi da questo, come è sempre complicato giustificarsi. In tanti ci sconsigliavano, e forse avremmo fatto bene dar loro retta. La cosa più semplice è dire le cose come stanno: questo titolo è un abuso. E sarebbe un abuso - ancora un altro - leggervi in questa scelta un richiamo filologico a Pasolini, una scelta di stile, di forma, di concezione. Tra chi ha collaborato a questo progetto c'è chi ama Pasolini, chi lo detesta incondizionatamente, chi vi si esercita in dettagliati distinguo. Credetemi, non c'entra nulla. Non c'entrano nulla quel tempo, quei personaggi, quel mondo, quella relazione sanguigna e colta tra vita e letteratura, quella Roma popolare e periferica, quella Roma letteraria, quelle tensioni, quelle trasfigurazioni, quelle contraddizioni. Quella lingua. Sto dicendo una banalità. Però, è così. Non è un'astuzia. Pure, sappiamo di dover dar conto di quest'eredità d'un titolo, di questo uso e di questo abuso, di doverne portare la croce. A noi interessa raccattare storie tra le cronache, perché per fare storie ci vogliono storie. E interessa raccontare di un'inquietudine che ci attraversa tutti, senza riguardo per i lavori che facciamo, le città da cui proveniamo, le case che abitiamo, i beni che possediamo, i mali che ci affliggono, le parole che pronunciamo: un'inquietudine che scivola dentro la vita quotidiana e la esubera. Poveri forse no, accattoni sicuro. Forse avremmo fatto davvero bene a dar retta a chi ci sconsigliava.
Ecco: "accattone", il suo abusato nome, il suo titolo di abusi, la sua condizione abusiva vuole parlare di questa inquietudine. Di questa molta inquietudine. Di questa inquieta moltitudine.
Un po' per questo, il prossimo numero - che uscirà il 5 marzo e sarà da solo nelle edicole romane e nelle librerie nazionali - lo dedicheremo alle "cronache di guerra in città", a quelle notizie di allarme, di crisi, di pericolo che lentamente scivolano nelle nostre parole quotidiane deformandole, a quei riflessi condizionati, a quei bagliori e rumori lontani che in mille modi trovano eco nelle cronache cittadine, avvicinandosi in sordina. Le parole della guerra, quelle che ci preparano alla guerra, che ci informano della guerra, che ci distraggono dalla guerra: come madre di tutte le paure, le ansie, le fobie e le follie: l'uomo nero, lo straniero, l'invasore, il nemico alle porte, sulla soglia di casa. Più che l'apocalisse ultima, queste cronache parlano delle piccole apocalissi quotidiane. A queste ci dedicheremo.

Lanfranco Caminiti
direttore editoriale di "Accattone"







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