reale / virtuale
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informazioni, deformazioni, spettacoli, culture
23 ottobre 2003
Con o senza velo ma non per legge
Il velo è un’offesa alla dignità personale perché stabilisce l’equazione tra donna e oppressione. Lo statuto delle donne che vige in gran parte dei paesi islamici (sistema giudiziario, tradizioni, religione e polizia religiosa, signori della guerra, signori ex tagliagole che dovrebbero assicurare la pace, fondamentalismi, applicazione della sharìa) inchioda l’essere sessuato femminile a un’immagine di donna schiavizzata
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8 ottobre 2003
Storie di PotOp: non solo derive “militari“ ma anche buone ragioni sociali
E’ evidente che il libro di Aldo Grandi “La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio", costruito attraverso testimonianze (mi pare più di sessanta) e documenti , non poteva che scontentare molti dei protagonisti di quel movimento
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26 settembre 2003
Tramonto violento del tifoso
Ecco, finalmente è accaduto. La guerra tra tifoserie, lo scontro con le forze dell'ordine ha conquistato il posto cui ambisce da sempre: il campo di "gioco"
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15 settembre 2003
Distruzioni. Decostruzioni. Creazioni
Mentre c’era la guerra in Iraq mia madre non è stata bene, e per qualche momento ho temuto per la sua vita.
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7 agosto 2003
"Vita" di Mazzucco: un secolo di storia italiana
negli archivi di Long Island

"Vita", il romanzo con cui Melania Mazzucco ha vinto quest’anno il premio Strega, è il quarto romanzo di questa autrice giovanissima
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20 luglio 2003
Felicità, percorsi del paradosso
Dal 10 al 13 luglio scorso a Trevignano si è parlato di felicità. Lo ha fatto il gruppo di donne che ha partecipato al IV seminario residenziale organizzato dalla SIL (Società italiana delle letterate)
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9 luglio 2003
Perché la figlia deve separarsi dalla madre
Con il femminismo avevamo fatto spazio, dentro di noi, a una figura materna attrattiva, ambigua, molto più complessa e misteriosa della figura che ci aveva consegnato fino a quel momento la storia. Così, per anni, abbiamo discusso di maternità reale e di maternità simbolica e, per costruirci una genealogia, siamo andate “alla ricerca dei giardini delle nostre madri” (come scrive Alice Walker)

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4 luglio 2003
Manuela Dviri una israeliana contro la guerra
Verrebbe da dire Manuela Dviri è una donna straordinaria. Non sarebbe giusto. Non sarebbe rispettoso delle scelte, della scelta che questa cittadina israeliana ha compiuto dopo l'uccisione di suo figlio, Joni, a opera di un razzo sparato dagli hezbollah in territorio libanese.
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22 giugno 2003
Il femminismo nascosto dalla “meglio gioventù
“Bellissimo, commovente, ma manca il movimento femminista”, mi dice un’amica con cui ho condiviso, appunto, il femminismo. E’ appena finita la prima parte di La meglio gioventù, il film per la Tv con cui Marco Tullio Giordana si è guadagnato accoglienze trionfali nella sezione del Festival di Cannes Un certaine regard
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2 giugno 2003
Islam, italian style
In “Islam italiano”, nuovo saggio di Stefano Allievi dedicato alla presenza islamica in Italia, non si legge
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24 maggio 2003
Nawal al Sa'dawi, icona del femminismo arabo
L’icona del femminismo arabo ha un bel viso scuro e una capigliatura candida. Nawal al Sa’dawi
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15 maggio 2003
Monica Incisa. Grande artista del sottotono
Achille Campanile diceva, “non è detto che un umorista contemporaneo faccia ridere i posteri e viceversa”.
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1 maggio 2003
Sars, i falsi allarmi dell'informazione
Tra la fine dei bombardamenti in Iraq e la condanna di Cesare Previti, i nostri media si sono occupati della Sars, la polmonite atipica
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> 13 novembre 2003


Così arrivò la fame in diretta

Addio a Pappalardo. Walter Nudo ce l’ha fatta, a eliminare il rivale ingombrante, il maschio alfa che gli ha fatto la guerra da quando è arrivato all’”Isola dei famosi”. Andrà lui in finale. E’ la rivincita dell’uomo giovane verso il capobranco che si era auto eletto “padre” di tutto il gruppo, che ha interpretato fino all’ultimo il suo ruolo di uomo selvaggio, il duro maestro del gioco della vita, quando il gioco si fa duro. Walter è diverso, non solo per la sua bellezza emozionante, di sicura presa sul pubblico femminile. Introverso quanto Pappalardo è esuberante, silenzioso quasi fino al mutismo, quanto Adriano parla senza soste, Walter il bello ha mostrato un lato tenero, a volte ha pianto. Con lui in finale Giada de Blanc, immobilizzata dalla ferita al polpaccio. E’ tutto molto primordiale, per non dire primitivo nel programma in onda su Raidue. Che ci ha avvinto allo schermo in questi 50 giorni, attratti dalla sua speciale miscela di orrori. A cominciare dai personaggi, tutti sul filo del “non più” o del “mai stati veramente”, famosi. Confinati in un isola, con l’obiettivo di giocare alla sopravvivenza. Lo stupore è che l’hanno presa sul serio. Ha colpito subito vedere frequentatori di studi televisivi alle prese con noci di cocco da spaccare, o conchiglie da aprire. Sono dettagli, fatiche che in genere la tivvù ignora. Ma la fascinazione vera è arrivata quando è comparsa la fame. Quando senza vergogna tutti, maschi e femmine, hanno cominciato a lamentarsi. E senza trucco e senza inganno, nonostante le polemiche, li abbiamo visti dimagrire giorno per giorno sotto i nostri occhi, neanche fossero in un’esclusiva beauty farm a rimettersi in sesto. Forse è un divertimento sadico, come ha detto qualcuno, alle spese dei “famosetti”. Ma la fame che attanaglia gli inquilini dell’isola tocca nel profondo. E’ un’esperienza ignota ormai, per noi abitanti benestanti di questo ricco occidente, per questo ci attira lo spettacolo. Sempre più simili al naufrago Tom Hanks in “Cast away”, gli isolani si buttano avidi su qualunque cosa appaia commestibile, compresa l’eterea Giada, che in uno dei giochi ha appreso senza reazioni di avere mangiato serpente. La fame è primordiale, i più o meno vip che deperiscono in diretta, sono l’altra faccia dei programmi di cucina che ci ossessionano in tv dalle prime ore del mattino. Un orrore avvincente. A condire il tutto, lo scontro tra uomini e donne. Simona Ventura, conduttrice-autrice che ha fortemente voluto questo programma, l’ha messo a fuoco fin dalla prima puntata. I maschi hanno fatto i maschi, in giro a cercare cibo, alla ricerca della vittoria. Le ragazze hanno fatto le ragazze. Velenosette anzichenò, l’una contro l’altra. Hanno mostrato maggiore tenuta, anche fisica. Avevano meno chili da perdere, l’alimentazione femminile normale è già al limite della sussistenza. Ma sono state tutte escluse.
Tranne Giada. Sono molto cambiata, ha detto, sull’isola sono diventata donna. Questa contessina carina fino all’esasperazione, innocua fino alla stupidità, è forse il mistero più grande dell’isola. Lontana da una madre ingombrante, potrebbe essere la più pericolosa, nella finale. Chissa che non sia lei a vincere
.

Bia Sarasini





Le famose sconfitte sull’isola

Si sono autoeliminate, oppure hanno fatto le scarpe alle loro avversarie. Creando ambiguità, spargendo lacrime e pettegolezzi, moine e compiti da casalinga. Le donne de “L’isola dei famosi” – il programma che ha fatto balzare gli ascolti di Raidue come non succedeva da anni e che venerdì darà il nome della vincitrice o del vincitore – sono state sconfitte dall’assoluta mancanza di una strategia comune, indipendentemente da chi vincerà il gioco.
Simona Ventura le aveva avvertite più volte nel corso delle trasmissioni: più o meno esplicitamente aveva fatto loro capire che l’alleanza tra i maschi dell’isola – fosse il leader Adriano Pappalardo o il biondino strisciante e melenso Davide Silvestri – era forte e che dal primo sbarco il patto tra loro era stato chiaro, prima fuori le signore, poi a giocare a “survivors” ci pensiamo noi.
In effetti è andata proprio così, naturalmente con qualche imprevisto. In finale adesso c’è infatti la giovane Giada De Blanc, prima inerme sotto le abili direttive della madre dagli studi di Milano (l’ha sottolineato Bia Sarasini in un articolo pubblicato sulla prima pagina de “Il Secolo XIX” ), poi sempre più protagonista, una bomba nelle prove di resistenza, classicamente ingenua quando correva dietro al bel Davide, che se avesse avuto del tempo libero invece che andare a caccia di cibo l’avrebbe “sedotta e abbandonata”. In queste ore Giada è sotto una tenda insieme al bellone del gruppo, l’odiato Walter Nudo che invece è stato preferito dal pubblico, si coccolano a vicenda, ma sempre in rigidi cliché, lei convalescente attende il cacciatore che tornerà con qualcosa da mangiare. Eppure Giada – che difende sia la sua modernità quanto il titolo nobiliare – non ha esitato a candidare all’espulsione Carmen Russo quando erano rimaste le uniche due donne sull’isola: si è sentita minacciata dalla concretezza del carattere di una matura e bellissima professionista? Oppure dal fantasma del materno che incombeva, come per esempio è accaduto con Maria Teresa Ruta, che piangeva sulle foto dei due figli e si era riservata il ruolo di vivandiera?
Non si sa bene. Sta di fatto che Susanna Torretta se ne stava troppo in disparte e mostrava in eccesso le parti intime, Maria Teresa era troppo “mammesca” (eppure anche lei individualmente ha dato belle prove di forza), Barbara Chiappini troppo prorompente, neanche a parlarne…
Insomma, le famose dell’isola sono state poco abili nell’arte della relazione, nella pratica del dialogo e delle alleanze trasversali; oggi per esempio, tutte le eliminate hanno una parola critica per Pappalardo il rozzo, ma nessuna di loro l’ha candidato all’espulsione nei giorni precedenti, compito che i telespettatori hanno invece assolto volentieri.
Hanno perso qualche chances le nostre ragazze in bikini. D’altronde non avevano la tv né i giornali per essere a conoscenza di quello che negli stessi giorni stavano combinando Alessandra Mussolini e Livia Turco nell’isola dei famosi maschi di Montecitorio.

Monica Luongo





> 15 novembre 2003

Il nostro privato medio(cre)
messo virtualmente a Nudo

Ho guardato quasi tutta la puntata conclusiva (anzi ce ne sarà una prossima per ricelebrare il tutto) della famosa isola dei famosi, cedendo solo in parte a rivedere il simpaticissimo Connery di "Ottobre rosso", in programma su altro canale. Di queste varie versioni del “Grande Fratello” capisco che chi si occupa di media dovrebbe studiarsele, con tutte le necessarie comparazioni con il diluvio di scritti critici quotidiani, ma confesso di essere bloccato da una certa tenace resistenza.
Siamo di fronte a qualche verità abissale della postomoderna società dello spettacolo, o a qualcosa di sin troppo ovvio, come tanti rispettabilissimi generi di avanspettacolo?
Quindi poche considerazioni affrettate, tanto per “dare la notizia” e aggiornare il nostro sito.
Mi pare che le analisi di Bia e Monica sulla debolezza delle relazioni femminili messa in scena nella sperduta isola siano state confermate dall’esito finale. La povera Giada, che sembra aver preso la sua esperienza terribilmente sul serio (ha ripetuto molte volte che sull’isola “è cresciuta”, è maturata ecc.) a un certo punto è rimasta vittima delle aggressività incrociate delle sue colleghe di avventura e della sua ingombrantissima mamma. Il voto del “popolo” è stato ingeneroso con lei, preferendo a più dell’80 per cento l’avversario recentemente divenuto amico-fratello Walter Nudo. Sarebbe interessante, se volessimo stare nella serietà, una analisi socio demografica del voto. Chi ha votato? Quanti uomini e donne? Di quale età e condizione sociale? Ci saranno state molte donne, evidentemente, a preferire il Nudo, che visto lì da me per la prima volta, sembrava, oltre che bello, anche piuttosto simpatico. Avrà vinto perché eroticamente seduttivo, o perché rappresentava il diffuso bisogno di un lavoro, di una sicurezza e di un successo economico (debitamente “moralizzato” dalla quota in beneficienza umanitaria)?
I maschi, comunque, hanno messo in scena i loro conflitti (verbalmente e simbolicamente anche molto aspri) con maggiore e istintiva accortezza. Il tutto, con le sapienti sollecitazioni della Simona Ventura, forse dimostra che effettivamente è all’ordine del giorno nel quotidiano di tutti noi un conflitto materiale e simbolico che si addensa attorno alla relazione tra i sessi e alla competizione in una società ostile, in cui il desiderio di amore e di amicizia deve fare continuamente i conti – in una permanente e instabile autocoscienza personale e collettiva – con durissime leggi competitive e con una stressante incertezza. Avrà certamente giovato al successo il fatto che i personaggi sono (poco) famosi, alquanto perdenti, e insomma incarnano un personale medio, persino mediocre (con rispetto parlando): cioè ci rappresentano il nostro intimo tormento di non essere mai all'altezza delle nostre ambizioni e dei nostri desideri.
Gli uomini hanno confessato apertamente che erano così concentrati nel “gioco” che non hanno mai provato stimoli erotici (proprio nel senso esplicito che l'addetto muscolo mai subì una qualche sollecitazione), eppure gli "oggetti" femminili del potenziale desiderio non mancavano. Questo parla di una ben triste condizione, ancorchè momentaneamente e virtualmente vincente .
C’è dunque qualche verità importante in questo gioco collettivo del venerdì sera?
Il pubblico si appassiona perché da sfogo al suo sadismo (Severgnini sul Corriere della sera e altri), ma forse ancor più desidera il rispecchiamento di interrogativi e conflitti che vive quotidianamente, così come accade in tutti i programmi (maestra la De Filippi) in cui si espongono ai capricci dell'audience drammi familiari e generazionali di ogni tipo.
La politica (con o senza "p" maisucola) di questo livello decisivo del nostro mondo reale non riesce più a parlare, e l’informazione lo sa fare molto raramente. Ecco allora che abili produttori di format (che ci guadagnano vere fortune) ricostruiscono queste realtà relazionali in vari tipi di “scatole” artificiali. In un certo senso riempiono un vuoto di senso nel discorso pubblico. Peccato che sia un altro genere di finzione. Un avanspettacolo in cui, appunto, lo spettacolo vero della realtà resta ancora dietro il sipario.

Alberto Leiss





18 novembre 2003

Ma ogni comunità è un'isola

Quando Nicole Kidman - che nel film si chiama Grace - sta parlando col padre gangster dentro l'automobile e decidendo se passare la propria "linea d'ombra" e accettare tutto il potere di vita e di morte che lui vuole lasciarle, da qualche sedile davanti me, nella sala, uno spettatore si è alzato e s'è messo a urlare contro lo schermo: "Puttana, hai rovinato un paese intero, puttana". Era agitatissimo, qualcuno strillò, chi gli era vicino cercava di metterlo a sedere, io l'avrei strozzato - m'ero perso il dialogo.
Lars von Trier sarebbe contento di questo aneddoto. Anche perché la lettura di Dogville che quell'esagitato spettatore faceva era esattamente l'opposto che qualunque lettura "intelligente" possa fare: in una piccola comunità appartata e insignificante arriva una donna in cerca d'aiuto, che le viene concesso, non senza perplessità: da quel momento il vincolo fra la comunità e la donna si fa progressivamente strumentale fino all'aberrazione. La comunità rimane 'intatta' con le sue miserie e nefandezze, fa corpo contro Grace, e usa in tutti i modi il corpo di Grace, portando fino al parossismo il proprio diritto di suolo [come fosse di sangue] verso chiunque le sia esterno. E fino alla propria rovina, che appare come un atto di giustizia. E' un film amaro e terribile, senza salvezza. Quello spettatore con la sua "urgente" presa di posizione rovesciava il gioco: la salvezza c'era, il paradiso era quel mondo incontaminato - forse perché inutile - prima dell'arrivo di una causa squilibrante: quella puttana di Grace. Grace, la "grazia", il "dono". Nella natura umana bestiale - messa a tacere, resa ipocrita - sta la salvezza, nell'indolenza, nell'assenza di responsabilità verso chicchessia: scatenare la bestia è la vera "colpa".
Per quelle strane associazioni mentali che compiamo spesso involontariamente, ho pensato all'arrivo di Walter Nudo nell'"Isola dei famosi", il programma condotto da Simona Ventura, che ha incollato alla televisione milioni di italiani per settimane. Dal momento del suo arrivo, la comunità dell'isola decise di coalizzarsi contro di lui, di nominarlo, volta dopo volta, e tentare di cacciarlo via perché aveva fatto una settimana di meno e sofferto quindi di meno i loro patimenti, perché non aveva partecipato al loro stage iniziale prima della trasmissione, perché insomma, era "estraneo" ai loro meccanismi di sopravvivenza e gerarchizzazione, già ormai sedimentati. Più Walter Nudo cercava di rendersi gradevole nei confronti della comunità, sbattendosi un po' di più nel cercare cibo o nel trovare e realizzare strumenti per la sopravvivenza, assumendo un atteggiamento mai insistente e anzi accomodante, più la comunità interpretava questo suo atteggiamento come una prova di "malafede", un tentativo subdolo di "ingraziarsi" i telespettatori, e provocando quindi un ulteriore tentativo di accomodamento da parte di Nudo. Un meccanismo infernale. L'unica che in qualche modo aveva rotto l'ostracismo, Maria Teresa Ruta, per indole o per inclinazione del momento, veniva derisa dagli altri, sbeffeggiata, con battutine, ammiccamenti: peraltro, quella sua disponibilità rompeva un altro tabù della comunità, quello del rapporto fra sessi, quello fra "adulti", e non il compiaciuto sguardo di tutti verso i due cuccioli, Davide e Giada, che qualunque cosa avessero mai potuto fare sarebbe stata sempre una schermaglia, un apprendere i rudimenti sotto lo sguardo vigile della mamma-comunità. La Ruta pagò con l'essere nominata.
Nudo portava con sé una "colpa" e così gli veniva anche rinfacciata: quel costringerli a nominarlo, quel dichiararsi infami nel nominarlo, quel dover inventare scuse per nominarlo, quelle alleanze trasversali per nominarlo. Era colpa sua. Se non ci fosse stato, se non fosse mai venuto, loro non sarebbero stati costretti a scoprire la loro natura bestiale e fragile, non sarebbero stati costretti a abbandonare la propria indolenza, a responsabilizzarsi, seppure solo contro di lui.
E' questo il meccanismo della comunità.
Nudo ha vinto, ha vinto contro tutta una "comunità". Che, come la "famiglia", è la cosa più orribile che esista - anche nella sua versione più leggera e edulcorata dei format televisivi - quando si separa dal resto del mondo, quando trova le ragioni della propria sopravvivenza solo in se stessa, quando fonda se stessa solo in ragione della propria sopravvivenza. Nell'isola dei famosi tutte le bestialità dell'uomo sono venute a galla - certo, sempre, per fortuna, ammansite e levigate e "buttate in caciara" dallo slogan: in fondo è un gioco. Ma tutti sapevano benissimo, tutti noi sapevamo benissimo che non era un gioco per nulla: settimana dopo settimana l'orrore d'un gruppo di uomini e donne tenuti insieme dalla sopravvivenza fisica e mentale e quindi dai meccanismi "naturali" che la permettono - il costituirsi d'un capo branco, l'appartarsi delle femmine, il ruzzolare a volte giocoso a volte ringhioso dei cuccioli, l'assenza di qualunque "senso", l'introiezione delle assurde regole della coazione a ripetere - si ripresentava e si riproduceva: di più, si allargava, contaminava e veniva contaminato, amplificato dallo "studio", dove quegli stessi meccanismi creavano schieramento e partecipazione. Nudo ha vinto, e questa è la favola buona. O la versione italiana delle cose.
In fondo era un gioco. I telespettatori l'hanno capito e hanno smontato e rimontato il meccanismo. Viva la televisione.
Lars von Trier non avrebbe chiuso così il format se l'avesse diretto lui. Ma lo spettatore del cinema dove vedevo Dogville, quello - sono sicuro - che un giorno avrà gridato alla tivvù del salotto: "Pezzo di merda di Nudo, vuoi toglierti dai coglioni, sei tu che hai rovinato tutto. Lasciali in pace"

Lanfranco Caminiti





20 novembre 2003

Reality show: una body art dei poveri?

E' impressionante scoprire - proprio di primo acchito - come la televisione sembri ripercorrere, al ritmo accelerato di un film à la Ridolini, tutte le tappe di una secolare storia espressiva. A riconsiderare le forme riprese e (spesso) bruciate dalla tv in poco più di cinquant'anni di diffusione di massa, le vediamo infatti ricalcare, in diacronica sequenza, tutte le fasi dell'espressione umana. Abbiamo così la dimensione di "racconto intorno al fuoco" della televisione iniziale, con i suoi moduli narrativi ancora ampiamente mutuati dalla radio e dalla carta stampata.
E' una fase lunga, che abbraccia alcuni lustri, protraendosi oltre il precoce emergere di immagini dalla potenza sempre più birichina e sfacciata. La sudditanza nei confronti del testo scritto è un fenomeno la cui scomparsa è abbastanza recente, coincidendo di fatto con la prepotente affermazione della tv commerciale. La definitiva emancipazione dell'immagine dal dominio della parola, segna tuttavia un'incredibile accelerazione nel consumo di forme espressive.
Nel giro di pochi anni si passa dal corrispettivo dei graffiti rupestri e dei madonnari medievali ad una divorante passione per il barocco, saltando la grazia settecentesca del rococo per approdare infine, superando un protratto e ottocentesco romanticismo, al decostruzionismo dell'epoca contemporanea. Poiché questo rappresentano, a guardar bene, i reality shows: il paziente smontaggio e rimontaggio delle immagini televisive, strappate alla misteriosa magia del backstage (gli autori e i registi televisi d'antan) e proiettate in presa diretta (non è solo un trucco) nelle case dei telespettatori. I quali, proprio come i sofisticati frequentatori dei vernissages alla moda, vengono aggrediti in modo sempre più coinvolgente non già nel racconto artisticamente rielaborato di un qualsivoglia autore, bensì nell'esibizione (in galleria: le "installazioni" ) della diretta realtà (fisica o mentale non importa) dell' "artista" medesimo.
Che altro rappresentano i quarti di bue pensati e poi messi in formalina da Damian Hirst o la cruenta chirurgia estetica sul suo stesso volto digitalizzata per ordine di Orlane? Certo, sull'"Isola dei famosi" al posto dei protégee di Saatchi & Saatchi troviamo un caricaturale spettro della realtà sociale contemporanea: dal non-idolo canoro Adriano Pappalardo all'ex soubrette siliconata, fino alla contessina che si chiama, proprio come la protagonista di un romanzo di Liala, Giada de Blanck (o de Blank ? ). Nelle installazioni della body art, come in questo tipo di televisione è all'opera una riedizione aggiornata e corretta delle sacre rappresentazioni medievali. Così il succedersi delle forme espressive si chiude su se stesso e torna alle origini, in quella sorta di ritorno dell'identico che celebra il suo trionfo anche nel cruento campo della biopolitica contemporanea, definita tale proprio per sottolineare il fausto/nefasto protagonismo che in essa riveste il corpo.
Ma perché interessa tutto ciò un sito come quello in cui appare questo mio commento? La risposta è già stata in parte suggerita da quanto è apparso intorno all' "Isola dei famosi". Ciò che vorrei da parte mia ribadire con maggior forza, è che la chiave di volta di tutta l'operazione è rappresentata da Simona Ventura, vero e proprio genio femminile della televisione di oggi. E tutte le cose che confusamente sono andata prima dicendo, Supersimo (come la chiamano i suoi fans) le sa benissimo, orchestrandole con un sapere e un piacere degni della storia (altrettanto secolare rispetto a quella delle forme espressive) delle donne. E' così accaduto anche a lei, come a tutte le second comers di questa specialissima storia, di superare d'un balzo gli ostacoli e le lungaggini delle antesignane (come Raffaella Carrà) per aggiudicarsi la palma di Circe della nostra epoca. Una Circe, giova ricordare, le cui trasformazioni avvengono in una direzione opposta rispetto a quella immaginata e messa in scena da Omero.

Gabriella Bonacchi







> la discussione
Le famose sconfitte sull'isola
di Monica Luongo

Il nostro privato medio(cre) messo a Nudo
di Alberto Leiss

Ma ogni comunità è
un' isola

di Lanfranco Caminiti

Reality show: una body art dei poveri?
di Gabriella Bonacchi


> da consultare
Il sito della trasmissione

Il Secolo XIX