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30 dicembre 2003
La riduzione della politica a guerra
nel nuovo libro di Ingrao
A che punto è pervenuta la scienza dell’uccidere, la dottrina della guerra?

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21 dicembre 2003
Il paradosso della Francia laica
Non vieta l'oppressione ma il suo simbolo
La Francia è divisa, dall’inizio dell’anno, intorno alla questione di una legge che vieti d’indossare i simboli religiosi nelle scuole.
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11 dicembre 2003
Perché Amorfu' non vada al macero
Permettetemi un ricordo personale. Correva l’anno 1963, stavo preparando un film-inchiesta col regista Raffaele Andreassi, “Mondo cane all’italiana”

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26 novembre 2003
Le brave ragazze vanno in paradiso
le cattive dappertutto (in tre film)

Uma Thurman ha gli occhi blu sgranati dalla ferocia (Kill Bill – Vol.1); Jun Ichikawa non muove un muscolo del viso pallido (Cantando dietro i paraventi); Nicole Kidman è tutta un sorriso di ringraziamento verso i suoi protettori (Dogville)
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12 novembre 2003
Così arrivò la fame in diretta
Addio a Pappalardo. Walter Nudo ce l’ha fatta, a eliminare il rivale ingombrante, il maschio alfa che gli ha fatto la guerra da quando è arrivato all’”Isola dei famosi”.
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23 ottobre 2003
Con o senza velo ma non per legge
Il velo è un’offesa alla dignità personale perché stabilisce l’equazione tra donna e oppressione. Lo statuto delle donne che vige in gran parte dei paesi islamici (sistema giudiziario, tradizioni, religione e polizia religiosa, signori della guerra, signori ex tagliagole che dovrebbero assicurare la pace, fondamentalismi, applicazione della sharìa) inchioda l’essere sessuato femminile a un’immagine di donna schiavizzata
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8 ottobre 2003
Storie di PotOp: non solo derive “militari“ ma anche buone ragioni sociali
E’ evidente che il libro di Aldo Grandi “La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio", costruito attraverso testimonianze (mi pare più di sessanta) e documenti , non poteva che scontentare molti dei protagonisti di quel movimento
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26 settembre 2003
Tramonto violento del tifoso
Ecco, finalmente è accaduto. La guerra tra tifoserie, lo scontro con le forze dell'ordine ha conquistato il posto cui ambisce da sempre: il campo di "gioco"
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15 settembre 2003
Distruzioni. Decostruzioni. Creazioni
Mentre c’era la guerra in Iraq mia madre non è stata bene, e per qualche momento ho temuto per la sua vita.
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7 agosto 2003
"Vita" di Mazzucco: un secolo di storia italiana
negli archivi di Long Island

"Vita", il romanzo con cui Melania Mazzucco ha vinto quest’anno il premio Strega, è il quarto romanzo di questa autrice giovanissima
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20 luglio 2003
Felicità, percorsi del paradosso
Dal 10 al 13 luglio scorso a Trevignano si è parlato di felicità. Lo ha fatto il gruppo di donne che ha partecipato al IV seminario residenziale organizzato dalla SIL (Società italiana delle letterate)
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9 luglio 2003
Perché la figlia deve separarsi dalla madre
Con il femminismo avevamo fatto spazio, dentro di noi, a una figura materna attrattiva, ambigua, molto più complessa e misteriosa della figura che ci aveva consegnato fino a quel momento la storia. Così, per anni, abbiamo discusso di maternità reale e di maternità simbolica e, per costruirci una genealogia, siamo andate “alla ricerca dei giardini delle nostre madri” (come scrive Alice Walker)

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4 luglio 2003
Manuela Dviri una israeliana contro la guerra
Verrebbe da dire Manuela Dviri è una donna straordinaria. Non sarebbe giusto. Non sarebbe rispettoso delle scelte, della scelta che questa cittadina israeliana ha compiuto dopo l'uccisione di suo figlio, Joni, a opera di un razzo sparato dagli hezbollah in territorio libanese.
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22 giugno 2003
Il femminismo nascosto dalla “meglio gioventù
“Bellissimo, commovente, ma manca il movimento femminista”, mi dice un’amica con cui ho condiviso, appunto, il femminismo. E’ appena finita la prima parte di La meglio gioventù, il film per la Tv con cui Marco Tullio Giordana si è guadagnato accoglienze trionfali nella sezione del Festival di Cannes Un certaine regard
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2 giugno 2003
Islam, italian style
In “Islam italiano”, nuovo saggio di Stefano Allievi dedicato alla presenza islamica in Italia, non si legge
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24 maggio 2003
Nawal al Sa'dawi, icona del femminismo arabo
L’icona del femminismo arabo ha un bel viso scuro e una capigliatura candida. Nawal al Sa’dawi
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15 maggio 2003
Monica Incisa. Grande artista del sottotono
Achille Campanile diceva, “non è detto che un umorista contemporaneo faccia ridere i posteri e viceversa”.
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1 maggio 2003
Sars, i falsi allarmi dell'informazione
Tra la fine dei bombardamenti in Iraq e la condanna di Cesare Previti, i nostri media si sono occupati della Sars, la polmonite atipica
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> 7 gennaio 2004


I 50 anni nel Pci di Macaluso
Generazioni (maschili) a confronto


Una “lettura intellettualmente più onesta dell’esperienza di più generazioni di comunisti italiani”. Era questo il proposito che ha spinto Emanuele Macaluso, come scrive chiudendo l’ultimo capitolo di “50 anni nel Pci”, a stendere i suoi ricchissimi ricordi. Ricordi soprattutto di persone. Persone conosciute nella giovanile marcia di avvicinamento al Pci, quando c’era ancora il fascismo, e poi da dirigente sempre più importante e “centrale” nella vicenda del comunismo italiano. Vorrei ringraziarlo per esserci riuscito. Per questa lettura “intellettualmente più onesta”, nel modo schietto e appassionato che distingue il suo carattere e la sua cultura politica. Lo dico come uno che si era iscritto al Pci nel lontano 1973, dopo qualche anno di politica nel “movimento” del ’68, e poi in uno dei tanti gruppuscoli che si autodefinivano “marxisti leninisti”. Allora diffidavo “da sinistra” del Pci, ma a un certo punto – osservando la deriva di violenza e stupidità che afferrava tanta parte dell’estremismo di sinistra, e seguendo, dopo le prese di posizione di Longo, le scelte di Berlinguer – mi convinsi che avrebbe potuto avere senso fare politica in quello che mi sembrava già allora un grande partito democratico della sinistra.
Democratico? L’interrogativo, retrospettivamente, ma con l’occhio alle condizioni attuali della democrazia e dei partiti, in Italia e nel mondo, certo merita di essere approfondito. E il libro di Macaluso è un ottimo strumento di riflessione. Soprattutto perché, senza fare “sconti” alla vicenda del Pci, reagisce al contesto di grottesche semplificazioni e abiure da cui è stata circondata, dopo l’89, la storia del comunismo italiano.
Dunque l’originalità del libro, come molti hanno notato, è nel suo deliberato procedere per ritratti di persone, che mescolano come in una sorta di improvvisazione della memoria resoconti storico-politici e testimonianze personali.
Gli aspetti e le questioni più interessanti mi sembrano questi.
Il rapporto tra cultura locale (la Sicilia) e ambizione nazionale e internazionale della politica del Pci. Emanuele dice a un certo punto: “sono stato un comunista italiano, ma anche un comunista siciliano”. Difende a distanza di tanti anni il “milazzismo” (sollevando le perplessità di Paolo Mieli: quel connubio con i “missini” in nome dell’autonomismo valeva il gioco della battaglia contro l’egemonia della Dc più retriva?). Rivendica – del tutto a ragione – di aver visto giusto giudicando un errore la trasformazione in vicenda penale delle responsabilità politiche della Dc e di Andreotti nel rapporto con la mafia. La sua battaglia garantista è sempre attuale. Ci sarebbe da chiedersi, oggi, dove e come ci sono stati gravi limiti in questa ambizione nazionale del Pci, visti gli estiti contraddittori delle “battaglie meridionaliste”, comprese quelle “antimafia”, e soprattutto di fronte alla crisi di egemonia nel Nord, con larghi strati di operai, piccoli produttori, e casalinghe che votano per Bossi e Berlusconi.
Il rapporto tra generazioni. E’ forse il dato più presente nel libro, così come nella discussione finale tra Paolo Franchi e Macaluso. C’è la conferma che un metodo basato sul centralismo e la cooptazione si è incagliato nel passaggio degli anni ’80, in cui si è affrontato il problema della successione a Berlinguer. Non solo per la scelta del nuovo segretario (la “transizione” di Natta, le polemiche interne su Occhetto, la “distanza” con la generazione dei D’Alema) ma anche per il rinnovamento generale del ceto politico del Pci dopo la stagione dei “movimenti”. E’ il tema che pone Franchi, brillante dirigente “ingraiano” della Fgci, prima di staccarsi, deluso, proprio in quel periodo dal Pci e dedicarsi al giornalismo. Macaluso risponde ammettendo le chiusure della sua generazione verso i “sessantottini” ma anche mettendo sotto accusa il “conformismo” della nuova generazione uscita dagli anni ’70, anche per la cultura politica “fideistica” (verso i dogmi ideologici e il “carisma” di capi e capetti) propria del ’68. C’è qualcosa di vero in tutto ciò, ma si avverte il bisogno di spiegazioni più radicali.
Il rapporto tra Pci e movimenti. Questo è il punto più problematico, ma a suo modo anche più interessante. Macaluso apprezza il “gesto” di Longo, che nel ’68 cercò una interlocuzione con i leader del movimento studentesco. Ma mantiene un giudizio politico prevalentemente negativo sui movimenti, e anche sul contraddittorio atteggiamento del Pci. In termini personali, però, racconta la sua partecipazione intensa a quella fase, attraverso il rapporto con la sua compagna Ninni Monroy, e sua figlia, incarcerata con pene durissime dovute alla leggi eccezionali contro il terrorismo. Macaluso riconosce autorità politica alla sua compagna (di cui racconta tra l’altro che nel ’75 stracciò la tessera del partito per via dei rapporti con i paesi dell’Est). Cita solo di sfuggita pochissime donne del Pci (Nilde Jotti e Adriana Seroni). Tutti i suoi ritratti politici riguardano figure maschili.
Né poteva essere diversamente, essendo la storia delle genealogie, politiche e personali, nel comunismo italiano (come d’altronde nelle altre correnti politiche) rigorosamente maschile. Ora, penso che si dovrebbe riflettere sul fatto che la rottura più positiva prodotta dai “movimenti” degli anni Settanta (Macaluso li definisce anni “inquietanti”, per i fatti di violenza e le trame oscure, ma così ne vede solo una faccia) è avvenuta sul piano dei comportamenti e dei vissuti, soprattutto per l’irruzione della rivoluzione femminile, e anche per l’emersione, per quanto contraddittoria, di una nuova soggettività operaia.
Un partito, una cultura politica in cerca di rinnovamento, avrebbe dovuto fare i conti con questo mutamento, anche al di là della configurazione intellettuale del “ceto” politico e intellettuale emerso dai “movimenti”. Io penso che il Pci non ne fu capace, per tanti motivi che sono stati analizzati, ma senza che ne sia nata una incisiva consapevolezza critica. Lo stesso Macaluso racconta di una partecipazione dovuta alle sue relazioni personali, e ad alcuni convincimenti “garantisti”, ma mi sembra esile la sua lettura politica del mutamento avvenuto nel passaggio tra gli ultimi anni ’60 e i primi anni ’80. Questo limite, del resto, riguarda l’intero sistema politico italiano: a suo modo ne è metafora la drammatica vicenda, ora di nuovo attuale, di Adriano Sofri. In poche parole: la “cooptazione” del ’68 nella pratica e nel discorso della politica italiana non ha mai trovato una sua “via” realmente produttiva, proprio perché dei “movimenti” le culture politiche dominanti hanno dato letture per lo più riduttive (e così, paradossalmente, ha fatto anche gran parte della cultura politica che pure ha riconosciuto nel 68 le sue radici).
Il ruolo di Berlinguer. La discussione su Berlinguer si conferma centrale anche nel libro di Macaluso. E’ il problema dell’identità del comunismo italiano più recente e quindi del rapporto tra ciò che di forte c’era in quella tradizione e la ricerca post-comunista attuale, incerta tra un tardivo ancoraggio all’universo socialdemocratico, e l’invenzione di un “oltre” dai contorni troppo indistinti.
Macaluso respinge la critica tutta negativa che del ruolo di Berlinguer fa Paolo Franchi, anzi difende l’azione rinnovatrice del segretario del Pci lungo gli anni ’70: distacco, sia pure relativo, dall’Urss, scelta atlantica, ricerca di un ruolo pieno di governo nel rapporto con la Dc, e anche la scelta nuova, laica e non molto togliattiana, di cambiare maggioranza interna, appoggiandosi alla sinistra, quando nell’80 mutò politica abbandonando le “larghe intese” a favore dell’”alternativa”.
Ma il Pci, quel Pci, poteva essere governato “solo dal centro”, osserva Macaluso, e respinge la fase berlingueriana finale, dopo l’omicidio Moro e la rottura della solidarietà nazionale, parlando addirittura di “forte attenuazione della lucidità politica di Enrico”, riferendosi soprattutto al suo “antisocialismo” (forse sarebbe neglio dire: anticraxismo). Berlinguer però pensava soprattutto, sostenuto - ricorda Macaluso - da altri dirigenti, come Aldo Tortorella, a riannodare il senso della politica della sinistra alle novità introdotte proprio dal mutamento dei rapporti tra i sessi, dalla nuova sensibilità ambientalista, dai movimenti pacifisti. Se si sia trattato di un “movimentismo” privo di strategia politica, o della sensazione acuta di una crisi profondissima della sinistra e della politica stessa, è discussione tuttora aperta e con nervi scoperti, sia a “destra”, sia a “sinistra” di ciò che resta di quello che fu il Pci.
Infine bisognerebbe discutere del rapporto con l’Urss.
Macaluso racconta gli allucinanti viaggi nei paesi dell’Est, e un colloquio con Bufalini, nel 1973, in cui egli sostenne che, senza spezzare quel rapporto, il Pci sarebbe divenuto un “ostacolo” per l’evoluzione della democrazia italiana. Sappiamo che due anni dopo – lo ha raccontato Gianni Cervetti nel suo libro “L’oro di Mosca” – Berlinguer avrebbe avviato in gran segreto un’azione di diplomazia “interna” per tagliare il cordone ombelicale economico con Mosca. Ma nemmeno i voti parlamentari a Andreotti e lo “strappo” dell’81 servirono a “legittimare” la posizione internazionale del Pci. C’è stata, nella vita quotidiana di quel partito, una sorta di rimozione del problema, penso per un eccesso di “realismo” (del resto nel libro si parla dell’ultimo filosovietismo di un leader considerato “aperto” come Amendola). C’era il fatto che il Pci di Berlinguer, così segnato da tratti di moderatismo, manteneva l’ambizione “comunista” verso un cambiamento sociale radicale, per quanto graduale (il berlingueriano “siamo conservatori e rivoluzionari”). La questione resta aperta oggi, quando le “due sinistre” italiane (da Rifondazione ai Ds) si rendono conto di dover pur trovare un denominatore comune per battere, nel nuovo sistema bipolare, il polo delle destre. E’ pensabile uno statuto ptratico e teorico della sinistra, capace di tenere unite in modo fecondo la tensione a un mutamento sociale radicale e l’ambizione a svolgere un ruolo di governo?

Alberto Leiss








> da leggere

"50 anni nel Pci" di Emanuele Macaluso. Rubettino, pp.253, 10 euro