reale / virtuale
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informazioni, deformazioni, spettacoli, culture
3 maggio 2004
Il "partire da sé" di Gad
(ovvero lavoro di cura e filosofia bantu)
Attento lettore di Via Dogana, il periodico della Libreria delle donne di Milano, Gad Lerner non si è lasciato sfuggire la ghiotta possibilità di trarne spunto, per operare uno scarto rispetto agli scomodi argomenti dell' attuale mainstream massmediatico
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16 aprile 2004
Le parole di Olympe
e il sogno della Rivoluzione
"Parole parole parole", cantava un'indimenticabile Mina alla volta di un prolisso Alberto Lupo. Lui parlava mentre lei avrebbe voluto che passasse ai fatti.

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30 marzo 2004
Liberiamo Gabor dal Grande Fratello
e costruiamo un Grande Impero Latino

Letture, visioni, profezie.
Sul sito di Repubblica trovo la storia di Gabor, il cucciolo Terranova che sta nella casa del Grande Fratello. La sua ex padrona lo rivendica.
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7marzo 2004
“Femminismo dei principi“
A Roma le donne difendono la legge francese

Di rimbalzo dalla Francia, il dibattito sul velo o, meglio, sul suo divieto “per legge“ nelle scuole pubbliche, è arrivato anche da noi.
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21 febbraio 2004
Sul velo una laicità troppo ostentata
Ho un mucchio di esitazioni quanto al progetto francese di “legge sulla laicità“. Il mero divieto, penso io, è segno di impotenza. D’altronde, laicità e scelta individuale; integrazione e discriminazione; oppressione e emancipazione sono temi da trattare con cura
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25 gennaio 2004
Il femminile secondo Touraine
Vi ricordate del XX secolo? La rivoluzione proletaria, i totalitarismi, le promesse democratiche, poi l’idea dello sviluppo sociale legato al progresso scientifico?
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7 gennaio 2004
I 50 anni nel Pci di Macaluso
Generazioni (maschili) a confronto

Una “lettura intellettualmente più onesta dell’esperienza di più generazioni di comunisti italiani”.
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30 dicembre 2003
La riduzione della politica a guerra
nel nuovo libro di Ingrao
A che punto è pervenuta la scienza dell’uccidere, la dottrina della guerra?

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21 dicembre 2003
Il paradosso della Francia laica
Non vieta l'oppressione ma il suo simbolo
La Francia è divisa, dall’inizio dell’anno, intorno alla questione di una legge che vieti d’indossare i simboli religiosi nelle scuole.
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11 dicembre 2003
Perché Amorfu' non vada al macero
Permettetemi un ricordo personale. Correva l’anno 1963, stavo preparando un film-inchiesta col regista Raffaele Andreassi, “Mondo cane all’italiana”

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26 novembre 2003
Le brave ragazze vanno in paradiso
le cattive dappertutto (in tre film)

Uma Thurman ha gli occhi blu sgranati dalla ferocia (Kill Bill – Vol.1); Jun Ichikawa non muove un muscolo del viso pallido (Cantando dietro i paraventi); Nicole Kidman è tutta un sorriso di ringraziamento verso i suoi protettori (Dogville)
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12 novembre 2003
Così arrivò la fame in diretta
Addio a Pappalardo. Walter Nudo ce l’ha fatta, a eliminare il rivale ingombrante, il maschio alfa che gli ha fatto la guerra da quando è arrivato all’”Isola dei famosi”.
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23 ottobre 2003
Con o senza velo ma non per legge
Il velo è un’offesa alla dignità personale perché stabilisce l’equazione tra donna e oppressione. Lo statuto delle donne che vige in gran parte dei paesi islamici (sistema giudiziario, tradizioni, religione e polizia religiosa, signori della guerra, signori ex tagliagole che dovrebbero assicurare la pace, fondamentalismi, applicazione della sharìa) inchioda l’essere sessuato femminile a un’immagine di donna schiavizzata
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8 ottobre 2003
Storie di PotOp: non solo derive “militari“ ma anche buone ragioni sociali
E’ evidente che il libro di Aldo Grandi “La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio", costruito attraverso testimonianze (mi pare più di sessanta) e documenti , non poteva che scontentare molti dei protagonisti di quel movimento
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26 settembre 2003
Tramonto violento del tifoso
Ecco, finalmente è accaduto. La guerra tra tifoserie, lo scontro con le forze dell'ordine ha conquistato il posto cui ambisce da sempre: il campo di "gioco"
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15 settembre 2003
Distruzioni. Decostruzioni. Creazioni
Mentre c’era la guerra in Iraq mia madre non è stata bene, e per qualche momento ho temuto per la sua vita.
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7 agosto 2003
"Vita" di Mazzucco: un secolo di storia italiana
negli archivi di Long Island

"Vita", il romanzo con cui Melania Mazzucco ha vinto quest’anno il premio Strega, è il quarto romanzo di questa autrice giovanissima
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20 luglio 2003
Felicità, percorsi del paradosso
Dal 10 al 13 luglio scorso a Trevignano si è parlato di felicità. Lo ha fatto il gruppo di donne che ha partecipato al IV seminario residenziale organizzato dalla SIL (Società italiana delle letterate)
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9 luglio 2003
Perché la figlia deve separarsi dalla madre
Con il femminismo avevamo fatto spazio, dentro di noi, a una figura materna attrattiva, ambigua, molto più complessa e misteriosa della figura che ci aveva consegnato fino a quel momento la storia. Così, per anni, abbiamo discusso di maternità reale e di maternità simbolica e, per costruirci una genealogia, siamo andate “alla ricerca dei giardini delle nostre madri” (come scrive Alice Walker)

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4 luglio 2003
Manuela Dviri una israeliana contro la guerra
Verrebbe da dire Manuela Dviri è una donna straordinaria. Non sarebbe giusto. Non sarebbe rispettoso delle scelte, della scelta che questa cittadina israeliana ha compiuto dopo l'uccisione di suo figlio, Joni, a opera di un razzo sparato dagli hezbollah in territorio libanese.
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22 giugno 2003
Il femminismo nascosto dalla “meglio gioventù
“Bellissimo, commovente, ma manca il movimento femminista”, mi dice un’amica con cui ho condiviso, appunto, il femminismo. E’ appena finita la prima parte di La meglio gioventù, il film per la Tv con cui Marco Tullio Giordana si è guadagnato accoglienze trionfali nella sezione del Festival di Cannes Un certaine regard
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2 giugno 2003
Islam, italian style
In “Islam italiano”, nuovo saggio di Stefano Allievi dedicato alla presenza islamica in Italia, non si legge
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24 maggio 2003
Nawal al Sa'dawi, icona del femminismo arabo
L’icona del femminismo arabo ha un bel viso scuro e una capigliatura candida. Nawal al Sa’dawi
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15 maggio 2003
Monica Incisa. Grande artista del sottotono
Achille Campanile diceva, “non è detto che un umorista contemporaneo faccia ridere i posteri e viceversa”.
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1 maggio 2003
Sars, i falsi allarmi dell'informazione
Tra la fine dei bombardamenti in Iraq e la condanna di Cesare Previti, i nostri media si sono occupati della Sars, la polmonite atipica
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> 4 maggio 2004


Se il generale è una cattiva ragazza

Sorridente e carina la ragazza fa capolino sulla sinistra della foto, guarda l’obiettivo e alza i pollici, in segno di vittoria. Come una qualunque coetanea in giro per il mondo. Vestita casual ma alla moda, cioè maglietta e pantaloni nei colori militari/mimetici così diffusi in questo tempo di guerra. Solo che lei è proprio un soldato, lo si capisce perchè al centro della fotoricordo non c’è un monumento, ma il corpo nudo e scuro di un uomo incapucciato, che alza la mani sulla testa. Un prigioniero irakeno, uno di quelli torturati nella prigione di Abu Ghraib. Questa ragazza graziosa e dall’aspetto da “ragazza della porta accanto” vuole ricordare come ha “vinto” (umiliato, ridotto a cosa) questo nemico. A capo della prigione era, come si sa, una donna, la generale di brigata Janis Karpinsky. Sospesa dall’incarico, ha dichiarato di essere rimasta sconvolta, quando ha visto le foto, e di ignorare tutto di quanto avveniva nella prigione: “Ho pensato che quelle erano persone cattive”. Sul Manifesto di oggi Ida Dominijanni scrive: “Il caso Karpinsky vanifica qualunque visione essenzialista della differenza fra i sessi, esattamente come vanifica qualsiasi fede feticista nella democrazia”.
Sottoscrivo. Ma intuisco qualcosa di peggio: mi ci spinge quella ragazza così incosciente, nel suo sorriso. Che nella mia testa non so proprio tenere insieme con il corpo umiliato del prigioniero, e mi provoca una deflagrazione, un vuoto di senso. Ancora più delle kamikaze, di cui almeno riesco a percepire la determinazione della vittima alla vendetta. E’ un punto di non ritorno. Fare la guerra, il perseguire fino alle estreme conseguenze gli obiettivi di emancipazione e parità, per cui partecipare alle azioni in prima persona diventa una meta da raggiungere , è un’esperienza pericolosa. Non si tratta solo di donne “cattive”. Mi chiedo cosa succede quando donne scelgono sempre più numerose di sperimentare il lato maschile dell’identità, di assumere la forza in prima persona. E’ un mutamento devastante. Per l’assetto del mondo, temo.

P.S.
Il Washington Post pubblica in prima pagina una nuova foto delle torture ai prigionieri irakeni. Inguardabile. La giovane donna, la stessa che abbiamo già visto in altre foto, tiene al guinzaglio un prigioniero nudo, buttato per terra. Ora sappiamo tutto di lei. Si chiama Lynndie England, ha 21 anni, viene dal West Virginia, è divorziata. Un’altra che, come la “buona” Jessica Lynch, era partita per l’Irak con l’obiettivo di pagarsi il college. E’ agli arresti come il suo boy-friend Charles Garner, con cui compare abbracciata in una delle foto davanti ai prigionieri-trofeo. Sappiamo che ha una madre, che la difende. E un padre che ha avuto lo shock di riconoscerla nelle foto. Sono molti i commenti alle immagini e alle torture. E dure le conseguenze politiche. Nell’editoriale di oggi il New York Times chiede le dimissioni del segretario alla difesa Rumsfield; è a rischio la popolarità del presidente Bush. Ma se tutti, nelle cronache e nei commenti, registrano la presenza di questa ragazza minuta e sorridente, solo Donna Britt, sul Washington Post, affronta il tema della donna torturatrice e crudele. L’analisi è dura, parla della fine dell’equivoco, sulla pretesa azione civilizzatrice delle donne nell’esercito, dei tanti uomini pacifisti, e conclude: “Forse la festa della mamma non rimarrà a lungo una prerogativa delle donne”

Bia Sarasini




17 maggio 2004

Torture: la Pasqua, l’orrore, la liberazione

Il film “La Passione”, con la scia di polemiche globalizzate che l’hanno preceduto e accompagnato, è stato una premonizione e un annuncio. Quando l’ho visto, nei giorni prima della nostra Pasqua, ho avuto subito la sensazione che la forza del film stesse nel fatto che, pur con gli eccessi retorici e ideologici del suo linguaggio spettacolare, parlava con efficacia dello stato presente delle cose. Di un mondo in cui regna sovrano – al livello dell’immaginario e del simbolico, e in tante situazioni reali – l’orrore della violenza e del sangue. Un orrore che si scatena soprattutto contro deboli e innocenti.
Per quanto riguarda la polemica sull’antisemitismo del film di Gibson , l’ho trovata poco fondata. C’è il racconto dei Vangeli – e infatti non poche critiche “dalla parte degli ebrei” hanno ripescato l’accusa diretta ai testi degli evangelisti, considerati non attendibili storicamente e “propagandistici”. Ma il film racconta “quella” storia, anche se la dipinge con immagini di sapore “medievale”, ispirate dal libro di una autrice mistica “moderna”.
Nella acutezza della polemica sull’antisemitismo del film ho visto piuttosto l’emersione di una coscienza inquieta, dalle nostra parti occidentali, dovuta al fatto che la questione degli ebrei è ancora uno dei punti irrisolti di generazione della violenza che dal Medio Oriente si irradia in tutto il mondo. Forse alcuni ebrei non sopportano di poter essere accusati di violenza (in questo caso la massima violenza, il “deicidio”), perché nutrono qualche complesso di colpa per il modo in cui esercita la violenza l’attuale governo dello Stato di Israele. Forse alcuni europei, amici degli ebrei, nutrono sensi di colpa – direi giustificati – perché l’Europa, dopo aver generato il demone che ha prodotto l’Olocausto, non ha saputo fare molto per aiutare la convivenza tra arabi e ebrei in Palestina. E gli americani, che hanno ereditato questo fardello dal vecchio continente, avranno altri imbarazzi, visti gli esiti del loro impegno.
Dunque le vicende raccontate dal film nella Palestina di 2000 anni fa hanno anche altre profonde risonanze con il presente mediorentale: il più potente esercito dell’Occidente domina in quel territorio, oggi come allora, ma non riesce a governarlo con giustizia. E i governanti occidentali - non troppo dissimili da Ponzio Pilato - sono divisi, nel cuore e nel cervello, tra la logica della forza e quella dell’etica. Non è un caso se – come abbiamo letto sui giornali – l’opera di Gibson è piaciuta al pubblico arabo e musulmano.
E’ stato anche detto che la faziosità ideologica del film spinge allo scontro. Ho letto la notizia che in un bar ligure due persone sono venute alle mani discutendo della “Passione”. Anche Gesù, per la verità, ha detto di essere venuto a mettere “spada” piuttosto che pace. Ma il conflitto evocato dal messaggio evangelico mi sembra soprattutto interiore, e il film, che cita poche parole interrompendo ogni tanto l’ossessiva rappresentazione della tortura e del sangue, restituisce tutto lo scandalo di quell’affermazione inaudita: amate il vostro nemico, perché non c’è nessun merito ad amare gli amici.
Uno storico, Giovanni De Luna, ha osservato sulla “Stampa” che si può leggere anche una sensibilità “femminista” nella forza con cui si inquadrano continuamente i volti dolenti della Madre di Gesù e della Maddalena. Monica Bellucci non dice quasi nulla, ma anche a lei tocca una frase essenziale, quando osserva che la notte dalla passione cambierà il mondo perché dopo saremo tutti liberi.
E una sottile premonizione è anche quel volto androgino, ma interpretato da una donna, che raffigura il demonio. Direi che è una delle più alte rappresentazioni kitsch.
Noi non crediamo al demonio, ma indubbiamente in queste settimane ci si è ripresentato in una allucinante sequenza di immagini. Quei sequestrati giapponesi con i coltelli alla gola. Il video oscurato, ma raccontato in tanti particolari, dell’uccisione di Fabrizio Quattrocchi. Le cannonate contro le moschee in Iraq (e la distruzione distrattamente registrata in qualche taglio basso di decine di chiese serbe ortodosse in Kosovo). I resti umani del nemico esibiti come trofei. Lo sgozzamento videoregistrato dell’ostaggio americano. Ma l’apparizione demoniaca più inquietante è senz’altro il sorriso con cui la soldatessa americana tiene al guinzaglio un prigioniero iracheno nudo.
Ho guardato e riguardato quella foto impressionato dalla quantità di volte che ci è stata riproposta, sui giornali e in tv. Perché ci attrae e ci respinge (ma poi ci attrae ancora) in modo così magnetico? Perché “non crediamo ai nostri occhi”? O perché – come è stato già più volte osservato – è invece una immagine molto familiare, replicata dal repertorio “sadomaso “ che accompagna tanta fiorente produzione pornografica?
Lacan ci aveva avvertito: bisogna declinare Kant con Sade.
Improvvisamente, riguardando quella foto, ho provato un senso di liberazione. Sì, è in quell’orrore che si può trovare la leva per soddisfare il desiderio di liberazione (“liberaci dal male”) che è sotteso, implicito nella reiterazione delle torture inflitte al corpo di quell’ebreo suddito di Roma che si credeva figlio di Dio. Torture che oggi affliggono tanti figli e figlie dell’uomo, e anche i nostri più protetti cervelli.
Forse come maschio mi sono sentito “liberato” dall’idea di avere davanti un secondo sesso quasi naturalmente incapace di commettere il male tipico del mio sesso: violenza, guerra, torture, stupri. Forse ho pensato che anche le donne possono sentirsi libere dall’obbligo di redimere un mondo che va così male. E’ un peso insopportabile , se non si è un dio, quello di redimere il mondo. Ho sicuramente pensato che quel sorriso diabolico mette perentoriamente fine all’idea che esista una sorta di superiorità etica, morale, dell’America, quindi nostra, di noi occidentali. Questo è un massimo bene che ci è donato dal diavolo. Che Rumsfeld abbia ribattezzato quel carcere con il nome della Redenzione è il termine dell’abisso linguistico aperto con la “Giustizia infinita”.
Poiché lo smarrimento è così radicale non ci resta che un ricominciare da capo. Cioè da ognuno di noi, individualmente, sapendo che nel bene e nel male siamo uomini e donne.
PS. Un discorso a parte meriterebbe il ruolo dell’informazione. Mi limito a dire che ognuno deve essere ritenuto libero, ormai, di pubblicare quello che crede del vasto magazzino di immagini dell’orrore. Ciò che conta è il senso e il fine di quello che si pubblica. Difendo il diritto del Foglio, e di altri, di “sparare” quella testa mozza. Non posso condividere l’ansia che il direttore del Foglio confessa in tv quando dice: non sappiamo più riconoscere il nostro nemico. Questa sarebbe la nostra vera forza.


Alberto Leiss



18 maggio 2004

Chi ha detto che la differenza sessuale
rende immune da quella (e altre) barbarie?


Le cattive ragazze vanno dappertutto. Anche in guerra. Anche nelle prigioni. Di guerra. Dove si tortura. Dove loro possono, vogliono torturare. Chiedo a Bia Sarasini: davvero pensavamo di andare solo in Paradiso? Traduzione per chi non conosce il libro e il detto "le brave ragazze vanno in Paradiso, le cattive dappertutto": davvero ci voleva Lynndie England per vanificare "qualsiasi visione essenzialista della differenza tra i sessi"?
Le foto sono agghiaccianti: è proprio il caso di usare questo aggettivo, in genere abusato. Agghiaccianti in sé. Comunque. A prescindere. Ma prescindere non si può. Non possiamo. Non posso, io, donna, non dare risposta alla domanda sul senso dell'azione (la tortura) di un'altra donna. Mi tocca. Perché se la differenza è la cosa che la nostra epoca ha da pensare, allora bisogna dare conto anche di questo: ho voluto la bicicletta della significazione dell'essere donna invece che uomo e ora devo pedalare lungo la strada delle domande e dei commenti circa la caduta.
Perché la caduta c'è, anche se la strada lungo la quale mi sto incamminando non riesco a non considerarla pelosa. Irritante, pure. Scatenante la tentazione di - mi scrive un'amica di mail - difendere la "tortura femminista". O, più mitemente, di pregare, con Marina Terragni (Il Foglio del 13 maggio) per la torturatrice.
Prima la caduta, però. Guardiamo le foto e vediamo una condizione umana: l'umiliazione. Insieme a un'altra condizione umana: la tortura, appunto. Scopriamo, riscopriamo una possibilità iscritta nei nostri corpi e nelle nostre menti: la caduta, appunto. Come altre. Come le altre che la lingua, le leggi, i tribunali (che perciò sono importanti e fanno la differenza tra una società e un'altra) si sono sforzate e si sforzano di espungere dalle cose possibili e consentite. La torturatrice parla di me? Ne rispondo? Certo che sì. Come tutti e tutte dobbiamo (dovremmo) rispondere di Eichman . Come mi piacerebbe che ciascun uomo rispondesse di ciò che altri uomini hanno fatto e fanno alle donne. E ad altri uomini.
Rispondere, dare conto…che significa? Per me significa, prima di tutto, conoscere la possibilità (devo proprio dirlo: la banalità) del male e costruirmi, raccontarmi a partire da ciò che faccio per renderlo, invece, eccezionale. Per respingerne, rifiutarne, appunto, la normalità. Per questo la punizione dei e delle colpevoli e le dimissioni di Rumsfield non sono obiettivi astrusi: dicono, ridicono ciò che non è ammesso né ammissibile. La tortura, appunto. Neanche in guerra.
La torturatrice è donna. Ovvero: la differenza sessuale non rende immune da quella (e altre) barbarie. Siamo nude, come dopo la caduta, appunto. E, come dopo la caduta, la nudità ci rappresenta come umane. A contatto, cioè, con tentazioni e emozioni. E morale. E libertà.
La torturatrice è donna. E viene guardata, giudicata come e perché donna. Anche. Ecco lo stupore, il dolore, il pensiero che sembra non trovare pace: "pure le donne?" "Pure voi?" Dove finisce l'azione civilizzatrice del sesso femminile, del mio sesso? Nella pattumiera della storia? Piuttosto, della cronaca. Di una cronaca che imbarbarisce tutti e tutto: persino l'arte, se chiamata a ricordarci dell'esistenza (la dubbia proposta è del Foglio) e del sacrificio della decapitazione.
Mi irrita questo modo di ragionare. Anche se, con Letizia Paolozzi che lo dice spesso, sono contenta che dal mio sesso l'umanità tutta si aspetti qualcosa di più e di meglio. Anche se io stessa rivendico alle donne sapere, competenza, passione dell'umana condizione e delle relazioni. Mi irrita (però) come tutto ciò che allude a una biologia come destino. Perché mi sento (ri)portata a… che cosa? Non ad Antigone che muore e nemmeno a Medea che pure uccide. No: a qualcosa che prescinde (un po' troppo) dal pensiero, dal giudizio, dalla politica, anche. E dall'obbligo di prendere posizione, giudicare, agire, lavorare: un destino. Una natura. Ovvero: un'ideologia, un racconto di come dovrei essere. Anzi, di come sono. E il piedistallo fa presto a diventare gogna. E disperazione: "anche voi, persino voi; allora non c'è niente da fare". E invece no. Perché – ebbene sì, è proprio la politica delle donne a dircelo - la presa di coscienza è l'unico inizio possibile per cambiare le cose. E per dire (e fare, cercare di fare) ancora, di nuovo, fino alla noia: mai più.

Franca Chiaromonte




19 maggio 2004

Attrici e torturatrici

Mentre una parte di mondo – maschile e femminile – si interroga sulle torturatrici statunitensi del carcere di Abu Ghraib, un’altra piccola porzione di pianeta saluta registe e attrici che stanno primeggiando al cinquantaseiesimo Festival del cinema di Cannes.
Non sembri stridente la similitudine: credo che in questi ultimi giorni il dibattito – almeno quello italiano apparso sui giornali, fatte salve le eccezioni – abbia indagato il perché delle immagini ormai note a tutti, delle azioni e delle giustificazioni all’operato delle torturatrici opponendogli la scoperta della realtà brutale del sesso femminile, celebrando la fine del primato di un “meglio” declinato dalle donne, quantomeno sul piano della rappresentazione simbolica che sembra investire tutte sul pianeta.
Ad alcuni tentativi di eccessiva ratio degli accadimenti, preferisco quello che in questo stesso spazio ha provato a spiegare Bia Sarasini quando fa riferimento al “vuoto di senso” che l’ha colta davanti alle foto della soldatessa che porta in giro al guinzaglio il “suo” prigioniero: quel vuoto difficilmente si riesce a colmare con le parole perché segna la perdita dell’equilibrio femminile tra sentire e sentimento, tra empatia ed elaborazione intellettuale che ho sempre sentito come patrimonio delle donne. Forse l’ho generalizzato troppo, forse l’abbiamo fatto in molte. Credo che il racconto di questa realtà colpisca uomini e donne nell’intimo, ma non per questo il mondo sta crollando e dietro le sue quinte si scoprono streghe crudeli. Mi viene in mente un’altra similitudine: il racconto dell’uccisione di un figlio da parte di una madre porta a interrogarmi sulla natura del rapporto genitrice-figlio/a ma non mi fa sentire peggiore o colpevole. E’ lo stesso meccanismo che è scattato quando ho visto quel sorriso di donna che puntava le dita a mo’ di pistola: non sono così e non lo sono quelle che conosco, e moltissime altre ancora.
E’ il caso più che mai in queste ore di fare uno sforzo e operare il massimo del relativismo possibile, contestualizzando accadimenti, personaggi e personalità. Non sento una sola delle ragioni della soldatessa ora incinta e isolata che recita quello che le viene consigliato dai suoi legali, ma non ero vicina neppure alla giovane Jessica, tornata a casa dopo le ferite di guerra e salutata come una eroina; difendo la libertà di chi può e decide di pubblicare video e foto cruente perché ormai chi non vuole vedere (me per prima) ha molti mezzi per difendersi e anche perché il materiale che oramai è di pubblico dominio dimostra che l’informazione non riesce a fermare, certo, ma neppure a rallentare (penso al caso inglese) la realtà degli eventi e contribuisce alla crescita rapida di un generale movimento di indignazione di massa e di denuncia nei confronti di chi pratica la tortura. Ecco perché ho menzionato Cannes: oggi le pagine dei giornali che ho letto tengono dentro sia le torture che il trionfo di un cinema femminile che affronta temi impegnativi con grande raffinatezza. Due mondi che esistono entrambi, che non mutano la mia identità ma la rendono semmai più complessa. E il mio universo simbolico non ha subito scossoni.
Due sono però le cose che mi hanno irritato in questi giorni: i giudizi di uomini “arrabbiati” dalle torture al femminile perché illusi dal film di un futuro migliore che essi stessi avevano affidato alla bontà delle donne, alla loro saggezza e comprensione (che peso, che responsabilità e un grazie ad Alberto Leiss che ha sottolineato nel suo articolo l’assurdità del tutto), e il silenzio delle deputate italiane (sola la voce di Emma Bonino). Spero di essere smentita, ma non ho ascoltato una sola presa di posizione, un solo pensiero che mostrasse come la politica delle donne possa declinarsi al femminile oltre alle quote e alle pari opportunità. Non so cosa avrebbero dovuto o potuto dire, ma avrei apprezzato una voce che anche in nome di quella differenza, di quello sguardo sul mondo capace di cogliere la complessità del presente, chiedesse il ritiro degli italiani dalla guerra oppure offrisse buone ragioni per restarci.

Monica Luongo




19 maggio 2004


Nello scombussolamento di civiltà
c'è anche il porno sdoganato


Nella vicenda delle torture nel carcere di Abu Ghraib, anche a me ha colpito l’immagine di donna con uomo al guinzaglio (potrebbe essere il titolo di un quadro) perché si tratta di una immagine uscita dalle rappresentazioni del sesso commerciale, e dunque dall’ o-sceno, per entrare nella scena, nella ribalta mediatica. Questo passaggio non era ancora avvenuto, anche se donne con tacchi a spillo, nel senso di spilloni, con fruste, guinzagli e manette metaforici nascosti nei corsetti a stringhe che vanno tanto di moda, fanno parte della scena urbana e di quella paesana e della casa del Grande Fratello. I canoni del porno sono già parte del non-porno: nella moda, nella pubblicità, nella tendenza. Franca Chiaromonte, ha posto, qui su DeA, un interrogativo irritato che condivido: davvero credevamo che la libertà femminile ci rendesse tutte angeliche? Il fatto è che nella rappresentazione di Lynndie torturatrice salta fuori con tutta evidenza uno dei dispositivi delle società occidentali: l’uso del corpo come immagine e come scambio.
Mi ha stupito, e nello stesso me ne sono sentita sollevata, che il nesso torture-pornografia sia stato còlto da pochi. E’ un discorso che però sta in filigrana dietro una serie di commenti femministi che ho sentito e letto virati sulla catastrofe della nostra civiltà; che è stato affrontato esplicitamente da Alberto Arbasino sulla Repubblica con la solita verve e però con i soliti scoppiettii inconcludenti; che è stato sfiorato nella trasmissione L’Infedele in cui la partecipazione di Luisa Muraro ha avuto un ruolo e un tocco importante nell’ambito dell’evocazione della catastrofe. Ma per Muraro la catastrofe non va ricondotta all’esplosione del fondamentalismo islamico terrorista, bensì all’implosione della cultura dominante in Occidente. Ha insistito su questo, dimostrandosi assai più ben disposta verso l’ “altra” cultura, quella islamica, da cui germi sessuofobi, omofobi e misogini è debordato un terribile odio. Per lei, invece, nella cultura islamica, dove le donne non sono in competizione con l’uomo, ci sono più germi di libertà femminile. Trovo la sua denigrazione dell’Occidente stranamente simmetrica a quella che serpeggia nelle autocoscienze on line dei mascolinisti (antifemministi separatisti) che attualmente dibattono su due assiomi: 1) le guerre in Afghanistan prima e in Irak poi sono le prime guerre femministe della storia, combattute con l'obiettivo di liberare le donne. Esse convergono nell'umiliazione sessuale degli uomini perseguita da donne omofobe e sessuofobe. 2) con la scoperta del prigioniero al guinzaglio viene smentito il luogo comune della "superiorità morale" della donna e del suo ruolo "umanizzatore", malgrado le femministe si difendano dicendo che solo certe donne scimmiottano gli uomini e così il principio femminile è salvo. Devo queste informazioni al mio amico Marco Faraci con il quale amo discutere di donne e di uomini. Scusate la digressione, ma anch’io ho le mie irritazioni.
Torno al porno sdoganato dall’o-sceno: è segno di uno scombussolamento di civiltà tutto nostro, nel senso di donne e uomini d’Occidente. E pertanto va indagato. Se la libertà femminile non è solo rose e fiori, non lo è neanche la libertà tout court. Le società democratiche, pur sempre più chiuse nella gestione del potere, contengono contraddizioni e libertà. Il pluralismo di modello occidentale non vuol dire che ognuno può alzarsi la mattina e dire la sua, e che ogni affermazione si equivale all’altra. Sta nel fatto che coesistono, e talvolta riescono a essere messe a confronto, istanze conflittuali, visioni del bene e del male, comportamenti e atteggiamenti che taluni sbandierano come “diritti” mentre altri percepiscono come offese. La “pornografia che offende le donne” o che, con linguaggio modernizzato, viene descritta da alcuni uomini e alcune donne come “la rappresentazione dell’odio”, fa parte del binomio contraddizioni e libertà perché tocca il piacere sessuale laddove esso è stato oggetto della massima codificazione differenziata tra uomini e donne, sbandierata a vantaggio degli uomini. A me sembra che la pornografia più che confermare il dominio maschile alluda alla perturbante vicinanza tra corpi femminili e per questo eccita le donne sia in negativo (disgusto) sia in positivo (attrazione). “Molte donne eterosessuali (si lasciano) eccitare dalla pornografia maschile che mostra i genitali femminili. Una simile donna (così mi dicono le donne) viene eccitata quando legge nella foto la propria identificazione con un’altra donna che, scoprendosi, eccita un uomo a desiderarla. L’eccitazione di lui per lei ha l’effetto di eccitarla” (Robert Stoller). Qui sta il dispositivo (non solo eterosessuale, ma applicabile anche a tutti i tipi di sessualità) della pornografia: dice la verità sul piacere sessuale colto nel momento di massima tensione e di rischio. Non tutte e non tutti amano fare sesso, non tutti e non tutte amano evocare la componente pornografica mentre vi si applicano, non tutte e non tutti sono disposti a rischiare nel piacere sessuale quando si avvicina troppo al fare-male, farsi-male, guardare-far-male. La meraviglia dell’Occidente, pur assai mal conciato e dolorosamente in pericolo, è questa: nessuno può togliere a nessuno la possibilità di conoscere e praticare il limite tra bene e male perché questa possibilità è disponibile: può essere accettata, rifiutata, ignorata. Il piacere sessuale in versione limite fa parte dell’umano nella dicotomia sempre aperta tra bene/male piacere/dolore gratificazione/umiliazione.
Va quindi da sé che il dispositivo pornografico appartiene anche alla tortura, alla figura del torturatore, spesso (anzi, quasi sempre) esecutore e non ideatore della medesima. Il torturatore è uno che se non arriva al limite immaginario del piacere fare-male, farsi-male, guardare-fare-male, se non lo oltrepassa, non potrebbe resistere. Detto brutalmente: non sarebbe adatto al suo job. Ma fino a Lynndie il nesso tortura-piacere sessuale era taciuto, come sempre accade finché i protagonisti della scena virata nell’ o-sceno sono presunti essere solo gli uomini. Lynndie ha svelato, probabilmente senza consapevolezza, quello che donne consapevoli, per fortuna o per desiderio, o tutte e due, sanno svelare. Altrimenti perché andiamo al cinema pazze per Uma Thurman di Kill Bill?
Con questo non voglio affermare che un nuovo, e “cattivo”, principio femminile si è messo al posto del vecchio, e “buono”, principio femminile. E’ che la differenza sessuale, detta da donne, spesso ormai ripresa anche da uomini, non parla più al presente, è diventata tautologica e asfittica.
L’immagine “donna con uomo al guinzaglio” ha squarciato anche il velo di reticenza che si attarda sull’ormai stanco pensiero femminista occidentale.

Roberta Tatafiore


Lettere-
25 maggio 2004

Riceviamo e pubblichiamo


Comunque, siete migliori

Vi scrive un uomo che ha visto per caso una trasmissione televisiva nella quale interveniva la Bia Sarasini.
Sono militare da 20 anni. Sono contento che finalmente anche nell'Esercito Italiano entrino le donne e ho delle convinzioni sulle qualità femminili, che non sono crollate per niente dopo aver visto le immagini delle pseudo torturatrici americane.
Le donne amano più degli uomini e sono meno violente. Hanno maggiore rispetto per i costumi, le regole e le leggi. Queste non sono convinzioni campate in aria, sono confermate dai fatti: il numero e soprattutto il tipo di reati violenti vede gli uomini superare le donne in qualunque stato e cultura.
Qual è dunque il motivo per cui le donne possono fare del male, senza essere in pericolo o dover difendere nessuno, ovvero senza essere nella necessità di doverlo fare?
Secondo me esiste una "rassicurante" risposta fondamentale per le donne: sempre e comunque a causa di un uomo. Vi porto alcuni esempi:
1) le donne possono incontrare gli uomini sbagliati, e per compiacerli possono anche fare azioni malvage, a causa di una forma morbosa d'amore. Non perché intrinsecamente desiderose di far del male ma perché glielo chiede il proprio uomo. L'esempio più emblematico di una simile morbosa passione d'amore ci è stata fornita qualche tempo fa proprio dagli USA, da una madre che per paura di essere lasciata dal proprio amante ha ucciso i propri figli inscenando un finto rapimento.
2) Nelle società civili vi è ancora un tasso di aggressività tipicamente maschile forte. Alcune donne possono
cercare di imitare maldestramente gli uomini nel diventare aggressive, per conquistare più potere, convinte in modo del tutto sbagliato, che questa sia una scelta obbligata. Io sono convinto invece che in qualunque organizzazione, comprese le forze armate in futuro la leadership sarà appannaggio di coloro che avranno la capacità di amare il prossimo ed essere giusti, qualità che vedono senza omnbra di dubbio in vantaggio le donne.
Vi assicuro che i migliori comandanti che io ho conosciuto hanno queste capacità tipicamente femminili.
3) Una donna può diventare aggressiva per le violenze fisiche o psicologiche subite da un uomo. I rarissimi casi di serial Killer donna si spiegano in questo modo.
La mia difesa chiaramente non è un'assoluzione per le donne che commettono reati. Tuttavia rendetevi conto che i problemi morali delle donne iniziano necessariamente per un contatto morboso con un uomo.
Le donne per dare significato alla loro vita hanno bisogno di amare gli uomini, sia come figlie, amanti, mogli e madri. Non esiste gratificazione maggiore per una donna che ricevere l'amore incondizionato di uomo. Tuttavia, nell'istinto maschile esiste un tasso di violenza pericoloso di cui non bisogna mai dimenticarsi e che è la fonte di tutti i mali dell'umanità, compresa la grottesca trasformazione di una bella donna in una pseudotorturatrice, che sorride di fronte ad un obiettivo sotto gli sguardi compiaciuti dei suoi colleghi maschi.
La donna per evitare il pericolo di un condizionamento morboso con l'universo maschile deve lottare per affermare
i principi femminili, senza utilizzare mezzi maschili, ma le qualità tipicamente femminili, che vi assicuro sono imitate dai maschi più intelligenti che vogliono costruire una leadership o consolidarla. Non rimate sgomente per le contraddizioni, per tutte le sofferenze e le ingiustizie che le donne devono ancora subire in tutto il mondo.
La forza di una civiltà moderna già oggi, e lo sarà senza dubbio sempre di più in futuro si misurerà dal potere che le donne avranno. Non vi fate affascinare dagli uomini violenti, sono solo degli stupidi violenti, incapaci di raggiungere risultati di valore. Osservate i modelli maschili che hanno lasciato un segno indelebile nel progresso dell'umanità:
vi troverete sempre dei tratti femminili.

Giampaolo



Sofferenze, donne e animali

Sulle torture praticate dai soldati amerciani in Irak è stato detto di tutto, anche da persone sicuramente più competenti di me. Vorrei aggiungere due considerazioni, una sulle immagini delle donne torturatrici e una sugli animali.
La foto più pubblicata dai giornali italiani è probabilmente quella della soldatessa americana che punta il dito a mo’ di pistola verso i genitali di alcuni prigionieri. La ragazza ride, sembra divertirsi. Questo ha scandalizzato enormemente tutti e tutte. Un altro degli abusi più citati è stato quello operato su un prigioniero irakeno, costretto a indossare delle mutande rosse ed esporsi così ad alcune donne, fatto definito addirittura la peggiore umiliazione per un uomo musulmano. Siamo tutti d’accordo che questi non siano dei bei gesti e siano da condannare. Però ci sono stati anche parecchi prigionieri ammazzati a botte e questo mi sembra sicuramente un trattamento peggiore che mettersi delle mutande rosse o stare nudi, lo dico sia razionalmente che identificandomi nel torturato. (Qui si potrebbe aggiungere qualche riflessione, che corre subito il rischio di essere considerata moralista, sulle donne costrette a esporsi come arredi, oggetti sessuali, con mutande di tutti colori e anche senza, in tutte le trasmissioni televisive. Non soltanto le mute vallette, ma spesso purtroppo anche molte altre si mostrano fondamentalmente come portatrici di orifizi).
Tornando alla foto della ragazza che irride i genitali maschili, i giornali italiani l’hanno pubblicata e ripubblicata con compiacimento un po’ perverso e intento più pornografico che informativo. Ma quale era il centro dello scandalo? Il vilipendio alle sacre pudenda maschili. Peggiore, è stato scritto, delle torture e delle botte. Che le donne, in situazioni di guerra, siano umiliate sessualmente e violentate è normale, “succede da che mondo e mondo”. Se invece sono delle donne a prendersi brutalmente gioco dei maschi, questa violenza risulta inaccettabile, oltre ogni limite ecc. Non voglio difendere le torture “femministe”, dico però che non trovo l’umiliazione dei maschi più biasimevole di quella delle donne.
Gli animali. In quelle che una volta si chiamavano istituzioni totali - carceri, manicomi - dove i deboli sono alla mercè di chi ha potere, succedono inevitabilmente orrori, come si è verificato anche in Irak. Anche se gli orrori sono ufficialmente condannati e aleggia sempre la possibilità della punizione. Mi chiedo con raccapriccio cosa succede dove sono detenuti gli animali, privi di qualsiasi potere e il cui maltrattamento non è unanimemente ripudiato. Sadismo, frustrazione, cattiveria, si possono sfogare sulle bestie prigioniere senza alcun ritegno. Parlo di allevamenti, di canili più o meno benefici, di zoo, di stabulari vari, di laboratori di sperimentazione, e anche delle famiglie. E gli animali non possono neanche chiamare il telefono azzurro o appellarsi a qualche Convenzione internazionale sui loro diritti.

Anna Mannucci











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di Alberto Leiss

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Comunque siete migliori

Sofferenze, donne e animali

> da consultare

- le foto

- cbsnews

- newyorker

- il manifesto

- la foto del Washington Post