rosa / nero
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uomini e donne nella cronaca di tutti i giorni
8 dicembre 2002
Stato etico, giù le mani dal porno
Nella vicenda della pornotax, presentata e poi ritirata all’inizio della discussione sulla Finanziaria, una volta tanto hanno funzionato “le contraddizioni in seno al popolo” della Casa della Libertà. Ovvero: sono stati i deputati di governo ad averla affossata.
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28 novembre 2002
Figli e schiaffi
Martedì 26 novembre Blob alle 20 circa su Raitre manda in onda uno spezzone di programma che mi rovina la cena e inchioda gli altri commensali (mio figlio e il mio compagno) alla sedia. Il brano inquisito è ripreso dalla trasmissione di Alda D’Eusanio, andata in onda quello stesso giorno
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1 novembre 2002
Maestre nel sottosuolo
La natura può essere terribile. E terribilmente crudele. Di fronte alle immagini del lutto di San Giuliano di Puglia, i grandi hanno pianto. Solidarizzato. Le lacrime se le sono prese tutte le ventisei piccole bare bianche. Non si poteva pretendere altro.
Tre, le donne morte nel crollo. Una di loro si chiamava Carmela Ciniglio, la maestra rimasta sotto le macerie della scuola Jovine
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30 ottobre 2002
La sindrome di Bambi
Vedo sempre più spesso per la strada, cani travestiti da proprietari pazzi che soffrono della “sindrome di Bambi”.
Consiste nella tendenza ad antropomorfizzare il proprio animale, dunque, ad attribuirgli qualità come il senso dell’umorismo
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> 19 dicembre 2002

La discussione - 1
Le donne di Termini Imerese dicono
alla sinistra: hai dimenticato gli operai

Carissime e caro Alberto
Leggo il pezzo di Chiaromonte sulle donne di Termini Imerese e mi metto a pensare. Certo ha prodotto seri danni il fatto che per un decennio si sia discusso anche a sinistra ( come ha scritto alcuni giorni fa Luciano Gallino ) della scomparsa degli operai e delle operaie perché non c'è verso di ritrovare quel termine …. . "forse mogli, figlie, forse madri, forse lavoratrici, forse cittadine” così scrive Franca Chiaromonte, e ci va vicino.
Eppure invece sono stati/e messe in cassa integrazione migliaia di uomini e donne che nella vita fanno le operaie e gli operai, ce ne sono ancora nonostante siano stati dichiarati più volte estinti, circa 6-7 milioni in Italia!
Certo possiamo chiamarli lavoratori e lavoratrici ma c'è qualcosa che sfugge in questa parola….lavorano in tanti, lavoriamo in tanti e facciamo tanti lavori diversi! Ma l'operaio e l'operaia ho come l'impressione che siano qualcosa di diverso, una figura simbolica di un lavorare duro, diverso da altri lavori, più rischioso per la salute, alienante per la mente, con pochissimi diritti.
Oggi la Fiat ne mette in mezzo alla strada varie migliaia con nessuna garanzia di ritorno al lavoro a causa di serissimi errori fatti negli anni da una impresa, la più grande d'Italia, la più assistita d'Italia, la meno innovativa, che non vuole assumersi nessuna delle sue responsabilità .
“Esubero” significa che non serve, inutile, che se ne può fare a meno. Molto più spesso in questi anni invece di scrivere operaie e operai abbiamo scritto e letto la parola esuberi, orrendo modo di parlare di esseri umani e del fatto che non servirebbero più.
E invece per produrre ancora varie merci e servizi avremo bisogno di operaie e operai, di lavoratori e lavoratrici, di tecnici e per tutti, anche per molti quadri dirigenti , c'è un problema sempre più grande di dignità del lavoro e nel lavoro e di un riconoscimento sociale che molti hanno pensato potesse venire meno.
Non vedo nuova economia che non sia duratura e sostenibile ambientalmente ma anche socialmente.
Grazie,
Fulvia Bandoli


La discussione - 2
Ma oggi il lavoro non si riconosce
banalizzando la differenza dei sessi

Sono tornati gli operai. Potrebbe essere un titolo ad effetto. Non lo è. Gli operai di Termini Imerese e poi dell’indotto Fiat, sono a rischio. Di cassintegrazione. Proletari dell’industria sconfitti. Perché la sinistra ne ha dimenticato l’esistenza, sostiene Fulvia Bandoli.
Claudio Sabbatini, Fulvio Perini, Gianni Rinaldini Gian Paolo Patta, Paola Agnello, dirigenti sindacali della Fiom, propongono di ri/nominare gli operai. Con un cambiamento di marcia. E un documento nel quale si propongono di prendere di petto la crisi di rappresentanza politica del mondo del lavoro.
Si capisce che i dirigenti sindacali pensano : i partiti – della sinistra o del centrosinistra – hanno sacrificato gli interessi di classe all’esercizio del potere.
Il linguaggio del documento è elementare. Anche brutale. Da religione degli sfruttati, dei poveri, degli ultimi.
E’ una religione che ho frequentato. Ci ho creduto. Magari ha funzionato. Ancora per qualche tempo, all’inizio degli anni Settanta. Quando le identità erano salde, rocciose. Confuse in una comunità di destini. La comunità del movimento operaio.
Gli estremisti-operaisti quali io ero, sostituivano a movimento operaio la soggettività operaia, come se potesse rappresentare e risolvere tutto.
Ma adesso?
Emanuele Macaluso (em.ma sul “Riformista“ del 17 dicembre 2002 www.ilriformista.it ), maliziosamente parla di “ristrutturazioni“ personali che starebbero alla base della volontà di dare vita a un “movimento dei lavoratori“. Più che criticare i partiti di sinistra – aggiunge – pensate ai guai del sindacato…
Può darsi che abbia ragione. Può darsi, al contrario, che ci sia una reale passione per ridare peso ai lavoratori e senso alla politica.
Ma chi sono i lavoratori (e le lavoratrici) che i sindacalisti hanno in testa ?
Il documento è prodigo di proposte (e obiettivi) che funzionano nella loro (di sindacalisti) testa. Ma di ciò che sta nella testa dei lavoratori non sappiamo nulla, o quasi nulla. E neppure sappiamo molto del cambiamento che si è determinato in questi ultimi dieci (venti, trenta) anni nella società italiana. Penso (sarà un mio pallino) al rapporto tra i sessi e alle sue conseguenze non solo nella vita quotidiana, ma sulla scena sociale e pubblica.
Se “l’esperienza e il punto di vista delle donne è condizione ormai irreversibile per i rapporti sociali“ si legge nel documento, “oggi non possiamo però ignorare come l’attuale modello produttivo e sociale, che impone i lavori di cura come costo e li trasforma sempre di più in merce, tende ad accentuare le divisioni del lavoro tra i generi anche sulla base del censo“. Dunque, miseria e fatica femminile. Nel “doppio lavoro“ femminile. Ma la femminilizzazione del lavoro è solo questo ? Io credo di no.
Al documento hanno risposto Gianni Battaglia, Paolo Brutti, Giuseppe Chiarante, Piero Di Siena, Mario Dogliani, Giacono Marramao, Giorgio Mele, Luciano Pettinari, Roberto Pizzuti, Ersilia Salvato, Cesare Salvi, Giampasquale Santomassimo, Ugo Spagnoli, Aldo Tortorella, Massimo Villone : “ Noi, firmatari di questa lettera, ci ritroviamo uniti nel riconoscere rilievo fondamentale, nell'attuale situazione del paese, alla crisi di rappresentanza politica del mondo del lavoro e della domanda di libertà, di dignità, di giustizia che le lotte dei lavoratori esprimono“.
Dunque, accordo pieno con i sindacalisti, purché si eviti di “richiamare in vita una superata ideologia operaista“. Cerchiamo, dicono i firmatari della sinistra politica, insieme di costruire questa rappresentanza politica “per“ i lavoratori. Ma facendo nostra, cioé vostra, cioé dei lavoratori che intendete rappresentare, “la pratica della liberazione delle donne“.
Grazie, ma noi, perlomeno io, mi sarei già liberata. Senza aspettare la (vostra) rappresentanza.

Letizia Paolozzi


Il documento - 1
La sinistra non da più rappresentanza
al lavoro e ai suoi valori


Le lotte dei lavoratori in Italia, come in Europa e più in generale nel mondo, hanno riproposto in primo piano la questione del lavoro.
Se ne era proclamata la fine.
Il lavoro ed i lavoratori sono serviti come giustificazione ideologica per una pratica di potere che ha improntato per un lungo periodo organizzazioni del movimento operaio e che si è dimostrata falsa coscienza. Il quel periodo, produzione di ricchezza e potere dello stato si sono presentati come presupposto materiale e come condizione soggettiva necessari per l’emancipazione della classe operaia. Quando emancipazione e gestione del potere si sono separati, come l’esperienza socialista, si è avviata la fase del declino e della dissoluzione di tale esperienza.
Anche questo avvenimento ha contribuito alla affermazione della ineluttabilità del declino e della estinzione dei lavoratori come soggetto collettivo, protagonista sociale e soggetto della trasformazione politica.
La categoria dello sviluppo delle forze produttive, presupposto indiscutibile della affermazione del socialismo, si è rovesciata nel suo contrario: è il capitalismo il modello che garantisce lo sviluppo ed una forza di sinistra deve renderlo compatibile con le stesse contraddizioni sociali sino a dichiararne l’estinzione.
Contemporaneamente, il capitalismo ha determinato nuove condizioni con la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e con l’esplosione del mercato del denaro a livello mondiale. Dalla “qualità totale”, ultimo residuo del modello fordista, si passati alla “competitività totale” che ha coinvolto individui, imprese, popoli e nazioni. Come era stato previsto la competitività economica ha trascinato con se la guerra.
Per molti anni i lavoratori hanno subito questa nuova condizione, apparentemente a conferma della tesi della loro estinzione come soggetto collettivo. Ovunque nel mondo le adesioni ai sindacati sono state in costante declino.
Ma il nuovo modello faceva crescere le contraddizioni sociali ed i lavoratori sono ritornati in campo. È diventata evidente l’assenza di una loro rappresentanza culturale e politica.
Questo convincimento ci induce ad impegnarsi in prima persona alla costruzione di un movimento che dia voce e garantisca una effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita democratica nel nostro paese, superando le ossificazioni elitarie ed oligarchiche che hanno teso e tendono a sostituire la democrazia.
È possibile superare le condizioni di passività e di delega che hanno caratterizzato questi anni: nei luoghi di lavoro con la affermazione della partecipazione diretta e del voto dei lavoratori, con la ricostruzione di un pensiero critico della società moderna.
L’esperienza sociale ci dice che il lavoro si conferma come luogo di definizione di rapporti sociali che vanno ben oltre la produzione, coinvolgendo più in generale la collettività, i rapporti con la natura, l’evoluzione e la diffusione della conoscenza. Non è necessario avere una visione deterministica del lavoro per confermarne la sua centralità nelle relazioni sociali che improntano i rapporti tra i singoli individui come l’intera società. Si deve essere, invece, consapevoli, che la crescita della produzione ha incontrato il limite delle risorse della terra e della biosfera, e che questo rende più acute le contraddizioni tra poveri e ricchi, in ogni società ed a livello mondiale.
Il modello della competizione globale rappresenta la risposta del capitalismo a tale limite: un uso esasperato delle risorse (sino a dare dei nuovi indirizzi alla ricerca scientifica) senza alcuna redistribuzione sociale.
L’altra faccia di questo modello è la flessibilità, il nuovo ciclo di uso del lavoro, esclusivamente influenzato dal mercato. Un nuovo ciclo biologico in cui è la domanda di forza lavoro a decidere del destino degli individui. Siamo ben oltre al lavoro, la forza lavoro, come merce. Questo modello produttivo e sociale mette al lavoro, o meglio a disposizione del mercato, l’intera esistenza di un individuo. Non solo, il lavoro deve costare meno per essere competitivi, cioè deve costare meno la vita, riprodursi e nascere, avere una cultura, essere assistiti e curati, vivere una vecchiaia dignitosa e sicura.
Contemporaneamente, queste condizioni non sono più un diritto, ma una condizione data dal mercato. È il mercato a determinare le condizioni di accesso a quelli che abbiamo chiamato i servizi, la cui privatizzazione, oltre ad accentuare il doppio lavoro per le donne, rende la disponibilità i servizi alla sola condizione data dalla ricchezza .
Uno dei presupposti della flessibilità è l’esclusione sociale. Non solo la disoccupazione, ma la perdita dell’accesso a cure sanitarie adeguate, alla casa, alla sicurezza rispetto alla vecchiaia. Per avere una qualche assistenza devi dimostrare di essere povero, ai margini della società. Devi dimostrare di esserti arreso ed accettare di vivere nella fascia sociale più bassa.
Si rompono quindi legami personali e solidarietà collettive, in un modello sociale ed ideologico che tende ad affermare il primato del conflitto tra uguali per sopravanzare e non essere esclusi, rispetto a quello della redistribuzione delle ricchezze prodotte, la fine della idea stessa di giustizia sociale.
Per questo deve essere offerta una informazione del mondo che ci circonda mediocre e deformata: puntuale e senza una dimensione del passato per essere senza memoria, ma anche senza una dimensione del futuro, per essere senza speranza.
Solo una ristretta minoranza di esseri umani conserva una sua identità individuale e collettiva, con una sua memoria e mantenendo la possibilità di immaginarsi un futuro, di progettare la propria esistenza. Il discrimine è il possesso: di patrimoni e di relazioni nella elite che decide del futuro. Troppe volte si resiste ricorrendo alle identità date dalle convenzioni e dalla tradizione, siano esse di origine razziale o religiosa.
Il risultato materiale di questi processi è che questa minoranza nel mondo diventa sempre più ricca, decide della conoscenza e del linguaggio e, sempre di più, sostiene ed usa lo strumento della guerra per garantire questo stato di cose.
È necessario che rientrino in campo i lavoratori, contro questo stato di cose, contro i modelli egemonici in atto, per cambiarli. È necessario costruire un programma ed una azione collettiva che si proponga, anche per difendersi, di cancellare le vecchie e le nuove origini dell’ineguaglianza sociale.

1. il crescente divario nel reddito e nel possesso di ricchezze non è riducibile alla sola proprietà privata dei mezzi di produzione. Invero, stiamo assistendo, quando è l’esistenza dell’individuo messa al servizio del mercato, ad un crescente processo di socializzazione dell’economia di cui il degrado del lavoro rappresenta il più importante contraltare. Anche in questo nuovo contesto, il controllo sociale del lavoro e dei lavoratori continua ad essere un punto strategico essenziale, valorizzando sia gli aspetti più importanti della tradizione consiliare di intervento sull’organizzazione del lavoro che un rinnovato intervento dello Stato nei settori strategici dell’economia, per garantire autonomia produttiva e sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche.

2. Questa scelta propone un ripensamento del tema, già proposto dal movimento sindacale italiano nella fase alta dello sviluppo fordista, del “cosa” produrre. Del rapporto cioè con la condizione imposta dal fatto che le risorse della natura sono finite. Anche da questo punto di vista, usato da alcuni per confermare la fine del lavoro, lo scontro sulla qualità del lavoro e sulla qualità dell’operare, cioè sui consumi e sul modello sociale che ne consegue diventano un terreno di lotta determinante. Basti pensare agli indirizzi che sta assumendo la ricerca scientifica, dagli organismi geneticamente modificati, agli impieghi dell’energia ed al controllo, mano armata, del petrolio.

3. Il modello taylorista della divisione tra chi pensa e chi lavora sembra scomparso semplicemente perché si è esteso ed ha plasmato l’intera società. Un sinonimo di flessibilità è l’adattabilità: c’è chi pensa, realizza, cambia, elimina occasioni di lavoro e che si adatta ad esse di volta in volta. I primi fanno parte dell’elite mondiale che progetta il futuro, i secondi devono avere in giovane età una formazione generica che permetta loro di adattarsi alla domanda di forza lavoro per la sua, breve, durata. La lotta per il controllo democratico della informazione diventa un terreno essenziale della battaglia più generale, sia nei luoghi del lavoro – l’unità produttiva ed anche il territorio – che nella società. Per questa lotta è necessario riprendere la lezione di Gramsci sulla necessità di costruire tra i lavoratori, avendo attenzione al singolo lavoratore, il “momento della critica e della consapevolezza”, evitando di “pensare senza avere consapevolezza critica, in modo disgregato e occasionale, per partecipare ad una concezione del mondo imposta”. Anche con l’adattabilità dell’uomo ai lavori offerti dal mercato, esattamente come avveniva nella catena di montaggio, si afferma un uso della risorsa umana – per usare il loro linguaggio – per un milionesimo della effettiva potenzialità di un essere umano.

4. l’esperienza ed il punto di vista delle donne è condizione ormai irreversibile per i rapporti sociali. Oggi, non posiamo però ignorare come l’attuale modello produttivo e sociale, che impone i lavori di cura come costo e li trasforma sempre più in merce, tende ad accentuare le divisioni del lavoro tra i generi anche sulla base del censo. Senza cambiare l’attuale organizzazione produttiva e del lavoro, ma anche il modello sociale della esclusione, il lavoro non pagato delle donne diventerà sempre di più una necessità, almeno per una parte della popolazione.

5. In Italia e in molte parti del mondo occidentale, la questione salariale si conferma terreno di scontro determinante, una cartina di tornasole capace di indicare le tendenze reali del modello produttivo e sociale. Una equa redistribuzione della ricchezza prodotta con il lavoro non rappresenta solo il fatto del riconoscimento che anche i lavoratori possano avere un giovamento nelle loro condizioni di vita. Ha anche un altro, non secondario significato, di mantenere aperta la lotta per una prospettiva produttiva e del lavoro migliore. La nostra società, anche quando tende a caratterizzarsi per le possibilità di consumo che offre, sta regredendo dal piano scientifico agli assetti produttivi, con il rischio di diventare, nella divisione internazionale del lavoro, un paese della subfornitura. Questo processo è favorito dalla possibilità offerta alle imprese di risolvere le difficoltà produttive esclusivamente riducendo i costi.

6. Contro la concorrenza ed il conflitto tra lavoratori che il modello della competitività ed il ricatto della esclusione sociale tendono ad imporre, c’è bisogno di una rinnovata solidarietà ed unità tra i lavoratori. In questa direzione, il referendum per l’estensione dell’articolo 18 a chi oggi ne è escluso assume un valore molto importante. In Italia, nell’ultimo anno, hanno trovato un lavoro limitato nel tempo più di 2.800.000 persone attraverso un contratto a tempo determinato, un lavoro in prestito, una collaborazione coordinata continuativa, un contratto professionale. Non siamo più alla eccezione, siamo alla regola. La battaglia per l’estensione dei diritti è un fondamento strategico per la ricomposizione e l’unità dei lavoratori. È strategico anche per un sindacato che non rinuncia alla sua autonoma rappresentanza, a caratterizzarsi per eliminare la concorrenza tra lavoratori con l’obiettivo di liquidare il lavoro precario.

7. Proprio dalla consapevolezza che il lavoro attuale impronta tanta parte della società nazionale e della comunità mondiale è necessario che i lavoratori e le loro organizzazioni facciano parte di quella esperienza plurale che sta avanzando nel mondo per renderlo migliore. Esistono ideali e speranze condivise e comuni, mentre i lavoratori devono stabilire alleanze e percorrere strade insieme a tutte quelle forme di associazionismo competente e di scopo che agisce per combattere le distorsioni e rimuovere sin da oggi i danni più gravi che il neoliberismo sta provocando. I temi dell’acqua, della salute, della libera circolazione delle scoperte scientifiche, della lotta contro il dominio del mercato della moneta e del denaro sono obiettivi che un movimento dei lavoratori deve fare propri.

8. La democrazia dei lavoratori, nei loro luoghi di lavoro, diventa essenziale. Il diritto di voto dei lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato, sulle piattaforme e sugli accordi sindacali è una scelta irrinunciabile per garantire la partecipazione. Quindi un diritto indisponibile, che non può essere appannaggio di pochi e nelle circostanze utili per pochi. Senza questa condizione di partenza, non si riusciranno neppure a determinare le condizioni di una partecipazione attiva dei lavoratori che vada ben oltre alla loro consultazione, per offrire loro le sedi per discussione e la decisione sulle azioni da intraprendere per rispondere ai loro bisogni, alle loro idee, alle loro speranze.

9. La questione della partecipazione democratica dei lavoratori si pone anche a livello politico e non trova oggi alcuna risposta. Nessun partito politico della sinistra italiana si propone oggi un programma generale ed una forma organizzata che si fondi sulle istanze di cambiamento e di partecipazione dei lavoratori. L’attuale sistema elettorale tende a determinare una selezione di censo o, al meglio, di natura elitaria nell’esercizio dell’elettorato passivo; nessun partito può esserne estraneo, anche per motivi di semplice sopravvivenza. Contemporaneamente, l’astensionismo ha avuto effetti pesantissimi per la sinistra nelle ultimi elezioni in Spagna, in Italia ed in Francia. È necessario lavorare per la ricostruzione di una partecipazione dei lavoratori alla vita politica attraverso un loro impegno diretto. Questo sarà possibile se le loro istanze e le loro aspettative di cambiamento caratterizzeranno il programma politico di una rinnovata esperienza di sinistra.

10. Siamo consapevoli che la guerra può travolgere tutto, che la guerra è distruzione, anche nello spirito degli esseri umani. Da qui l’impegno più risoluto contro la guerra, per una pace fondata sulla giustizia, per un nuovo sviluppo riequilibratore e rispettoso della terra, per la fratellanza, contro la competizione e l’individualismo.

Claudio Sabbatini
Fulvio Perini
Gianni Rinaldini
Gian Paolo Patta
Paola Agnello


Il documento - 2
Avete ragione, costruiamo un movimento
comune, ma senza vecchi operaismi

Ai compagni: Claudio Sabbatini, Fulvio Perini, Gianni Rinaldini, Gianpaolo Patta, Paola Agnello

Cari compagni,
noi, firmatari di questa lettera, ci ritroviamo uniti nel riconoscere rilievo fondamentale, nell'attuale situazione del paese, alla crisi di rappresentanza politica del mondo del lavoro e della domanda di libertà, di dignità, di giustizia che le lotte dei lavoratori esprimono. Da qui parte la giusta denuncia contenuta nel documento da voi firmato, secondo la quale c'è oggi, una prevalente accettazione della subalternità del lavoro, perché - come voi scrivete - "nessun partito della sinistra italiana si propone un programma generale e una forma organizzata che si fondi sulle istanze di cambiamento e di partecipazione dei lavoratori". In effetti i tentativi che pure ci sono stati e ci sono nei partiti della sinistra di dar voce ad una rappresentanza politica generale delle istanze dei lavoratori non sono finora riusciti. Anzi ha prevalso, in una parte della sinistra, l'idea che la subalternità e la riduzione dell'autonomia del lavoro siano un portato inevitabile della modernità e della globalizzazione.
Questi limiti si traducono anche nell'incapacità di dare risposta - perlomeno in maniera convincente - alle istanze e alle aspettative dei movimenti per la pace, sui temi della globalizzazione e dell'integrazione europea, per i diritti civili, sociali e ambientali, e che pure con tanta forza hanno scosso il paese in questi ultimi mesi. Di qui il perdurare della crisi della sinistra che si manifesta nelle interminabili dispute di vertice a danno del confronto reale e diffuso, nella debolezza della battaglia di opposizione, nell'assenza di un impegno serio per riattivare forme di unità capaci di superare quella tendenza alla frantumazione e all'astensionismo che ha portato alla sconfitta elettorale del 2001, e di dare forza e forma ad una nuova etica dei comportamenti e della pratica politica.
E' anzitutto dal lavoro e dai lavoratori che sorge il bisogno di unità. Non si può soddisfarlo se non si parte dallo sforzo per un pieno radicamento della sinistra nel mondo del lavoro, nelle sue figure tradizionali come in quelle nuove, che sia a fondamento di una nuova politica di ampie alleanze.
Alla base della crisi attuale della sinistra c'è l'errore di chi ha creduto di perseguire l'interesse generale del paese (e di dimostrare così la propria maturità di governo) scegliendo la strada della mediazione neocentrista: ma cedendo, a tal fine, all'offensiva liberista estrema, che ha imposto l'idea della capacità autoregolativa del mercato. Questa idea si sta rivelando non solo pericolosa ma anche illusoria, come hanno documentato sulla base della propria esperienza illustri personalità dell'economia e della finanza internazionale. Analogo cedimento si è verificato rispetto ad un efficientismo di marca decisionista che, dai temi delle leggi elettorali a quelli dell'ordinamento istituzionale e dei rapporti fra i poteri, ha via via accresciuto le insidie per la democrazia, come provano anche le più recenti posizioni del governo di centrodestra e del suo leader.
Con l'aggravarsi della crisi economica, che le ricette liberiste non hanno affatto contenuto bensì esasperato, il prezzo più alto è tornato a riversarsi sui lavoratori e sui meno difesi. Piena è la nostra solidarietà e il nostro appoggio alle lotte attuali dei lavoratori, a partire da quelle dei metalmeccanici per il caso Fiat. Si discute sugli "ammortizzatori sociali" per attenuare le conseguenze della crisi. Ma una politica di sinistra non può ridursi a questo: oltre all'uguaglianza delle opportunità di partenza e agli interventi assistenziali vanno garantite le condizioni oggettive e soggettive, economiche, giuridiche e previdenziali in cui ciascuno esprime il proprio contributo produttivo e sociale e un equilibrio condiviso nella distribuzione finale del benessere collettivo.
Una politica di sinistra non deve mai dimenticare che la libertà e la dignità di ogni donna e di ogni uomo sono una conquista da compiere, non un dato già esistente e da difendere. E non si va certo avanti verso questa conquista, al contrario si torna indietro, se si accetta, subendo il condizionamento dell'ideologia liberista, che il lavoro torni ad essere considerato una semplice merce, anzi la sola variabile dipendente nell'ambito dell'attuale sviluppo economico. Nasce da questa accettazione l'incapacità di dare effettiva rappresentanza ai temi del lavoro.
Per costruire una rinnovata posizione di sinistra, non si tratta di ripartire da posizioni vetero-classiste né di richiamare in vita una superata ideologia operaista. C'è invece da prendere atto dell'aggravarsi, anche se in nuova forma, delle condizioni dei lavoratori e dell'inasprirsi delle tensioni sociali che continuano ad evidenziare la presenza di un'insuperata contraddizione della società capitalista. Nei lavoratori si ritrova, perciò, un soggetto sociale essenziale per una politica di progresso economico e civile, capace di far propria la pratica della liberazione delle donne, di assumere i temi sollevati dal movimento per la pace, di stabilire gli indispensabili collegamenti con il movimento sulla globalizzazione, con la lotta ecologista, con l'impegno pieno per i diritti, per la democrazia, per la questione morale, per un diverso modo di fare politica in un mondo dominato dal sistema della comunicazione.
Se è vero che uno sviluppo compatibile richiede anzitutto una trasformazione del modello economico occidentale e degli stili di vita che esso comporta, la questione essenziale è la partecipazione a questo modo di considerare il cambiamento di chi - anche nei paesi cosiddetti "ricchi" - patisce il peso maggiore dell'ingiustizia presente, sempre peggiore sulle lavoratrici, sui lavoratori, sulla parte più debole e indifesa della società. Altrimenti non c'è alcun mutamento possibile e c'è il rischio di ridursi a una predicazione intellettualistica e in definitiva impotente. O, peggio ancora, c'è il pericolo che la sinistra, in Occidente, accetti un ruolo subalterno alle posizioni di chi, nelle classi dirigenti, oppone i paesi ricchi alla parte più povera del mondo.
Essenziale, per contrastare questa deriva, è un modello istituzionale autenticamente democratico, che sia fondato sulla partecipazione, sulla rappresentanza consapevole, su una legge elettorale che assicuri il pluralismo e incentivi la partecipazione al voto, sull'affermazione della pluralità dei sistemi informativi, sulla riscoperta della centralità della questione morale, e non su un'ulteriore torsione presidenzialistica. L'attuale crisi della democrazia, particolarmente acuta in Italia, è infatti crisi di rappresentanza, non di governabilità. Anche per questo occorre superare ogni logica leaderistica nella competizione politica ed elettorale con la destra. Il senso dell'alternativa non si compendia nel nome del premier, ma nella qualità e nel vincolo effettivo del programma.
Di fronte a questioni di tale portata, è illusorio pensare che basti trovare qualche scorciatoia organizzativa per superare la crisi, l'afasia, le divisioni che hanno condannato la sinistra e il centrosinistra alla sconfitta. Ma tanto meno ciò sarà possibile se si resterà dentro gli steccati (l'Ulivo da una parte, Rifondazione da un altra, i movimenti e l'opinione di sinistra non rappresentate affatto, da altre parti ancora) che rendono qualsiasi dialogo infecondo. Anche per costruire - com'è indispensabile per sconfiggere la destra - una nuova, grande coalizione delle opposizioni politiche, sociali e culturali, che vada oltre l'esperienza ormai superata del vecchio Ulivo, è essenziale promuovere un processo unitario nella sinistra: così da offrire alla nuova coalizione democratica di cui l'Italia ha bisogno un baricentro sociale e politico più avanzato. E' necessario, anche a questo scopo, un forte impegno di proposizione politica e programmatica, sorretta da una rinnovata tensione ideale e morale.
Per affrontare questi temi, per colmare il vuoto che è aperto a sinistra, per costruire una posizione di rinnovamento che culturalmente e politicamente dia risposta ai problemi qui solo in parte e brevemente richiamati, c'è dunque bisogno di un movimento politico che è, al momento, tutto da costruire. E' urgente, però, cominciare a percorrere questo cammino. Non serve, per questo, costituire un nuovo partitino o l'ennesima associazione. Ma, piuttosto, discutere e porre con chiarezza questi obiettivi, partendo da forme di coordinamento tra le forze, le associazioni, i movimenti che condividono queste esigenze. E' per dare il via a questo processo che proponiamo a tutti coloro che si sentono interlocutori di quanto andiamo dicendo, di ritrovarsi in un'assemblea per deciderne gli ulteriori sviluppi.

Gianni Battaglia, Paolo Brutti, Giuseppe Chiarante, Piero Di Siena, Mario Dogliani, Giacomo Marramao, Giorgio Mele, Luciano Pettinari, Roberto Pizzuti, Ersilia Salvato, Cesare Salvi, Giampasquale Santomassimo, Ugo Spagnoli, Aldo Tortorella, Massimo Villone.



La discussione

> L'articolo di Franca Chiaromonte su Termini Imerese

>
Paolozzi: non basta dire "il lavoro"

> Il documento Fiom: operai senza rappresentanz
a

> La risposta al documento Fiom di Salvi, Tortorella e altri