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uomini e donne nella cronaca di tutti i giorni
3 marzo 2004
L'Impero contro i matrimoni gay
Perché Bush parte in vantaggio
Per ragioni elettorali Bush propone il cambiamento della costituzione (cosa lunga e complicata in USA) per introdurre il principio del matrimonio unico valido: uomo e donna per un unione prolifica

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17 febbraio 2004
Questioni ereditarie
Trasmettere a chi è più giovane le scommesse e le battaglie del femminismo è compito che quasi sempre viene svolto all’interno degli ambiti universitari.

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6 febbraio 2004
Chi decide dell'inviolabilità del corpo femminile?
La proposta di una mutilazione genitale “dolce“ si è chiusa con il no del Comitato di bioetica della Regione Toscana
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15 gennaio 2004
Bratz, la nuova regina di vinile
Ha l'ombelico costantemente scoperto, le scarpe con la zeppa e fattezze da adolescente. E come tutte
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11 dicembre 2003
Una foto senza volto
Lo scorso sei dicembre tutti i quotidiani italiani hanno dedicato ampio spazio al tradizionale Rapporto Censis,
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25 ottobre 2003
Aboliamo il Tribunale dei minori?
Sì, discutiamo la proposta Castelli

Il momento della abolizione dei Tribunali per i minorenni sembra vicino. La Commissione giustizia della Camera ha licenziato a fine luglio il testo, che in questi giorni è in discussione
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26 settembre 2003
Quanto mi deprime il governo Berlusconi
“Fumo, ho tre cani, amo la pastasciutta. Come la metto con il ministro Sirchia ?“ recitava una fulminante lettera a Paolo Mieli sul Corriere della Sera.
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24 agosto 2003
Un giudice di pace che mette la guerra
Alle volte i giornali riportano decisioni apparentemente coraggiose dei cosiddetti giudici di pace. Chi sono?.
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5 agosto
Veline e velone, una storia italiana
Non so chi sarà la Velona vincente, scrivo prima della conclusione. Ma non ha importanza.
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24 maggio 2003
Alceo e le strane leggi del tribunale per minori
Non è detto che una mamma ingegnere ed un papà farmacista
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18 gennaio 2003
Se la psicoanalisi entra in famiglia
Trovo affascinante questo viaggio nel tempo attraverso il quale la storica Elisabeth Roudinesco.
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19 dicembre 2002
Le donne di Termini Imerese dicono alla sinistra: hai dimenticato gli operai
Carissime e caro Alberto
Leggo il pezzo di Chiaromonte sulle donne di Termini Imerese

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8 dicembre 2002
Stato etico, giù le mani dal porno
Nella vicenda della pornotax, presentata e poi ritirata all’inizio della discussione sulla Finanziaria
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28 novembre 2002
Figli e schiaffi
Martedì 26 novembre Blob alle 20 circa su Raitre manda in onda uno spezzone di programma
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1 novembre 2002
Maestre nel sottosuolo
La natura può essere terribile. E terribilmente crudele. Di fronte alle immagini del lutto di San Giuliano
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> 12 marzo 2004


Luisa Muraro: il guadagno
di entrare nella "lingua corrente"


Questa intervista è pubblicata nel numero speciale di "Leggendaria" (43), intitolato, "Lo stato dell'arte"

Su "Via Dogana" di dicembre proponi di entrare nella “lingua corrente”, cioè di usare il linguaggio quotidiano per quello che è, senza pretese di rinominazione, a cominciare dai problemi di genere grammaticale, femminile o maschile. Nello stesso tempo ti affretti a dire che non si tratta di una “svolta”, e, in un certo senso, neppure di una “proposta”. Però mi pare, che in qualunque modo lo si voglia chiamare, si tratti di una spostamento. Perlomeno di enunciazione. Una donna, invece di dichiarare: io sono una donna e nomino (ri-nomino) il mondo a partire da me, dice: ascolto il mondo così come è, e trovo il modo di interagire. Quella che sono (una donna,) si esprimerà nelle parole correnti.
La prima domanda, immediata, è questa: c’è una perdita, in questo cambiamento?
Se sì quale, su quale piano?.
Prima di risponderti, vorrei tornare sulla tua premessa. Io ho detto: ascolto il mondo così come si esprime nella sua lingua. Che non è il linguaggio quotidiano, non per forza. La lingua corrente è la lingua con cui il mondo che cambia si autorappresenta. La ascolto, comincio a vedere fatti che prima non vedevo, a capire cose che prima non capivo e, presumibilmente, anch’io mi metterò a parlarla, bene o male. Attenzione che io non sto indicando un oggetto (una lingua determinata) ma un atteggiamento o, meglio, un movimento che consiste nell’andare fuori di me (nel mondo) e nel prendere dentro di me (il mondo). Che è quello che il saper parlare una lingua ci consente di fare. Ovviamente io già parlavo. Lo spostamento che cerco di configurare a me e a chi vuole ascoltarmi, somiglia a quello che fa l’emigrante che va a vivere in una società di cui non conosceva né la cultura né la lingua. Anche lui o lei già parlava, ma nel nuovo paese le mediazioni sono differenti.
C’è una perdita in questo spostamento?
Forse sì, forse no; quello che io ho in mente è un guadagno e chissà che non ci sia veramente. Sicuramente c’è una serie di rinunce, due almeno. Si rinuncia a lottare perché il mondo che cambia si autorappresenti con il mio linguaggio: se vorrà farlo, tanto meglio, altrimenti non importa. Inoltre, c’è la rinuncia ad una comunicazione preferenziale con quelle che la pensano come me e all’identità che si ha grazie a questa comunicazione. Non rinuncio, invece, ad essere me stessa né a ricordare il passato, ma, persa la comunicazione preferenziale, perso il “noi”, diventerà difficile sapere che cosa tutto questo significhi. Dipenderà, come tu dici, dall’interazione. Forse, mi dico, si perderanno idee preziose, purché non si perda la cosa più preziosa che abbiamo conosciuto con il femminismo, le relazioni tra donne, relazioni tra donne non mediate da uomini, intendo.
Molte, e molti, chiamano questo cambiamento post- femminismo. Un’espressione ambigua, che si può leggere come “dopo il femminismo”, ma anche come “il femminismo che viene dopo”. In entrambi i casi c’è un “dopo”. Dopo cosa? Il femminismo di massa degli anni settanta? Le trasformazioni nella vita delle donne degli ultimi trent’anni? La nuova consistenza di donne autonome? Il pensiero delle donne? Sia la produzione teorica femminile, sia l’emergere più immediato, nel comportamento, di modi di pensare il mondo proprio delle donne?
Sì, lo so che lo chiamano postfemminismo, ed è un esempio del potere della NOMinazione (il mio computer non riconosceva la radice NOM- e correggeva in “dominazione”: mica male) per cui un nome s’impone anche a esperienze o situazioni che non gli rispondono, come in questo caso. Come te, suppongo, nemmeno io ho mai usato formule con il prefisso post. Mi suscitano associazioni strampalate, di sesso anale. Suppongo che quelle formule siano state coniate da persone colte che non parlano però una lingua neo-latina, come invece noi. Poco importa, m’importa - e questo è il punto che vorrei discutere con te – che quelle persone hanno una fiducia impressionante nell’ordine che fa il prima e il dopo. Non solo io non la condivido, ma mi oppongo perché certe esperienze bisogna lasciarle eccedere la dimensione temporale, altrimenti non riusciamo a renderne conto o lo si fa in maniera riduttiva. In "La frantumaglia", Elena Ferrante parla di un dolore che si vive in una sorta di acronia, fuori dall’ordine temporale. Con il femminismo abbiamo dato parola a molte esperienze di questo tipo, poste sul bordo tra storia e biologia.
Adesso posso spiegare, in risposta alle tue domande, che lasciar cadere la mia, nostra nominazione, è come un darci la possibilità di scoprire che quelle esperienze che noi abbiamo significato, si possono vivere e raccontare in modi nuovi e imprevisti – anche dentro di noi - e che hanno aspetti insospettati e in definitiva non si lasciano catturare da nessuna lingua, forse perché sono quelle esperienze che ci introducono alla parola. Ma le riconosceremo? O ci perderemo in un mondo ridiventato opaco e sordo? Le riconosceremo, io dico, in forza di una competenza simbolica, quella delle relazioni fra donne, che non dipende dal possesso di una lingua determinata. Tocca a noi che abbiamo questa competenza, l’imparare la lingua degli altri.
Le molte figure che tu evochi per rappresentare quello che è successo con il femminismo, portarsele integralmente dietro sono un ingombro, secondo me, e forse anche un impedimento a incontrare e a riconoscere, lì davanti a noi, quello che noi stesse abbiamo contribuito a trasformare.
In altri termini, siamo dopo la fine del patriarcato? Esattamente dove, tra la confusione e i salti di gioia?
Non mi sento di rispondere staticamente e oggettivamente. Se ci sono relazioni tra donne e se c’è politica delle donne, dico che il patriarcato è finito e mi pare di fare un’affermazione tautologica. Considero sbagliato dare un valore scientifico, cioè statico e oggettivo, alle teorie femministe del patriarcato. Erano teorie politiche e come tali, fino ad un certo punto, hanno avuto valore. Poi sono diventate l’albergo del risentimento femminile. Rispetto al patriarcato (che non va confuso con ogni e qualsiasi prevaricazione degli uomini sulle donne) il femminismo opera un disfieri, disfare la maglia per avere filo per nuove tessiture, che comprendano la libertà femminile.
Torno sull’uso del dopo e del post, che ricorre nelle tue domande ma senza simpatia, mi pare. Disfiamolo, per esempio pensando che c’è anche un prefemminismo e intendo quel movimento di convocare il passato al presente, che è stata una mossa decisiva per non cadere nell’emancipazionismo. Può suonare strano, ma ci sono giovani donne che si avvicinano a me da prefemministe: ovviamente loro si trovano, rispetto a me, nel futuro, ma la porta che trovano aperta è quella della mia giovinezza e da lì passano, alcune con scelta consapevole. Trovo che così si forma un disegno di percorsi inanellati molto più significativo di quello lineare che fa la freccia del tempo.
E in un sguardo d’insieme, come vedi la partita aperta in tutti questi anni, tra parità e differenza sessuale? Mi sembra una domanda pertinente alla proposta della “lingua corrente”. Penso che si chiami “avvocato” una donna prima di tutto per la forza simbolica della parità. Poi, sono d’accordo con te, anche in questo si manifesta la reale differenza sessuale.
La vedo esattamente come la vedi tu. Parità e diritti sono lingua corrente ed è in questa lingua che parlano anche le disuguaglianze, i soprusi, i privilegi. Come anche la differenza sessuale.

Bia Sarasini



Un trucco rifatto

Anche questo articolo compare sul numero della rivista Leggendaria del mese di marzo, dedicata allo “Stato dell’arte” del femminismo italiano.

I tempi della lotta per il riconoscimento della visibilità femminile sono finiti da tempo e ciò appare evidente da quello che si legge ogni giorno sui giornali e si vede in televisione (su internet la cosa è apparentemente uguale, ma più confusa e con numerose eccezioni). Finite le battaglie degli anni settanta in cui le giornaliste tiravano fuori con lavoro certosino le poche imprenditrici, le rare parlamentari, le depositarie di saperi artigianali, le scrittrici e così via. Era paradossalmente una battaglia che aveva più chiari sia quali fossero gli obiettivi da raggiungere e quali gli avversari; e lo scenario della rappresentazione femminile nella percezione che la società civile ne ha solitamente attraverso i media si divideva nettamente tra terreni da guadagnare – i giornali e la tv – e i luoghi del femminile, ovvero le riviste specializzate, il genere rosa letterario, l’autobiografia e, sogno da toccare con mano, la tv delle soap operas, che aggiungeva alla letteratura la potenza evocativa delle immagini, rendendone più trasgressiva l’elaborazione fantastica. D’altronde non si erano ancora palesate le bambine cattive, le casalinghe non impugnavano macchine da presa nella loro camera da letto, le lotte per il riconoscimento dell’omosessualità maschile e femminile erano ancora materia di pochi.
Il racconto dell’oggi è sotto gli occhi di tutti. Il dato più abbagliante è la femminilizzazione mediatica e la strategia d’attacco è stata sferrata ormai da tempo dai quotidiani, dettata dalla necessità di catturare il pubblico delle donne, notoriamente più affezionato alla pratica della lettura e detentore del portafoglio casalingo. Sono nati così i supplementi femminili dei quotidiani, appuntamento settimanale che avrebbe raccolto una gran fetta di pubblicità, e che sposava le sfilate e il make up con l’attualità, le ricette di cucina con le battaglie per la prevenzione delle malattie e oggi anche le campagne di solidarietà con l’occhio strizzato alla gran moda dell’acquisto equo e solidale. I periodici femminili furono rapidamente sbaragliati: non conveniva pagare una rivista quando per pochi centesimi potevi averne una allegata al quotidiano. Ma non accadde solo questo: progressivamente e in maniera sempre più evidente si è assistito a un rimodellamento dell’informazione, trasformata secondo schemi che più superficialmente sembrano propri delle donne. Confondo volutamente la percezione dell’immagine con quella dell’informazione perché in sostanza l’operazione è stata proprio questa: dare una patina rosa (mi si passi l’orribile termine) al racconto quotidiano, come se ciò servisse a rappresentare il mondo di tutti i giorni, il tutto perseguito attraverso un uso superficiale della terminologia che il femminismo aveva contribuito a modellare. La massiccia strategia ha comportato in prima istanza la ridefinizione degli stili di scrittura giornalistica: i fatti della politica sono diventati gossip, pettegolezzi conditi da retroscena di pranzi e appuntamenti di gala, la cronaca ha sposato l’uso spregiudicato delle telecamere su letti di dolore, bambini contesi, donne impazzite e omicide; dall’altro si è proceduti all’esasperazione dei poli del racconto, rappresentando un mondo di donne che hanno il volto scavato e sofferente delle mille Safiya oggetto della solidarietà internazionale e le “cattive” kamikaze che giacciono nel sonno mortale di un teatro di Mosca, protagoniste e martiri delle cause che il mondo ha bollato come sbagliate. Su tutte il trionfo delle Naomi Campbell che hanno preferito i cani agli uomini, le veline fidanzate dei calciatori, le star che si accapigliano sull’isola dei famosi o nei salotti approntati per loro dalla tv, dove per danaro fanno finta di piangere o sbranarsi per amore. Proprio, come un cane che si morde la coda, come gli eccessi che costituiscono la trama narrativa delle soap (vedi Leggendaria, n. , 19..).
Da questo composito scenario è realmente scomparsa la rappresentazione del mondo reale delle donne - e degli uomini -. Quelle donne che si alzano al mattino, se l’hanno curano la famiglia e vanno a lavorare, e la sera dormono o si limitano ad andare al cinema con gli amici. Silvio Berlusconi le immagina casalinghe incapaci e vorrebbe mandarle a scuola di economia domestica dalla madre saggia, Giulio Tremonti le vede in fila negli uffici postali, che gareggiano per scrivere sul tabellone la classifica dei commercianti meno cari. Di cosa si tratta, di un ritorno del matriarcato? No, piuttosto di una falsa rifrazione del mondo delle donne: quando uno stratega della comunicazione come il premier italiano dice qualcosa non è certo perché l’ha inventata al momento quanto perché, soprattutto in campagna elettorale, si è fatto l’idea che quello sia il paese reale, come diceva in passato un altro premier altrettanto chiacchierato, Bettino Craxi. Non c’è traccia della variegata e complessa realtà delle donne di oggi, né della diversificazione delle relazioni sociali e affettive in campo. Soprattutto non vi è segno degli attraversamenti quotidiani che l’esperienza femminile porta nelle amministrazioni locali, nelle associazioni e ancora molto poco visibilmente nella politica. Per queste ultime il salotto buono di Bruno Vespa resta sostanzialmente chiuso, se non in rari casi: non si vedono donne a discutere il caso Parmalat, né l’inflazione crescente, né il riformismo.
Pure sono molte le donne che l’informazione la fanno. Ma anche in merito a ruoli e responsabilità delle ultime il discorso è complesso. In foulard sui tetti degli alberghi di Baghdad, in studio con grintosi tailleur, da casa con il loro computer a scrivere cosa pensano del pianeta. Non vi è dubbio che giornaliste e opinioniste ci siano, quando più brave a raccontare il quotidiano o più esperte a condurre un notiziario; su questo sembra oramai che non ci siano più problemi di quote, uomini e donne sono insieme reporter embedded e opinionisti attenti, ma quando a parlare sono le seconde sfugge al racconto la declinazione del mondo che mostri sensibilità specifiche dell’uno o l’altro sesso, e l’omologazione al racconto “neutro” si fa pesante e insostenibile al momento solo per poche. Che ogni tanto trovano la forza e la volontà per affrontare il campo e ribattere per le rime sulle pagine dei giornali che le ospitano alle molte generalizzazioni della rappresentazione femminile, oppure preferiscono la tranquillità dei luoghi ristretti dove le donne scrivono, infaticabilmente da molti anni. Nessuna di noi è esclusa da queste responsabilità.

Monica Luongo




Femminismi: pagine in fermento

Leggendo i saggi di donne pubblicati negli ultimi mesi e scegliendone qualcuno da segnalare in un percorso ideale “marzolino”, ci si accorge che il dibattito sullo stato dei femminismi possibili è in ebollizione come non si vedeva da tempo. In barba a chi ne ha più volte decretato la morte e l’agonia, la questione vola via internet e per fortuna ancora sulla carta da un oceano all’altro. Gli approcci e i contesti sono ovviamente differenti, l’insofferenza è invece tangibile; riflessioni e confronti tra le varie anime del femminismo si misurano più dichiaratamente che in passato.
Lo fa Anna Rossi-Doria in “A che punto è la storia delle donne in Italia“, esempio raro di come gli atti di un convegno (qui si trattava di una giornata di studi storici promossa dall’Unione Femminile Nazionale per ricordare la scomparsa di Annarita Buttafuoco) possono essere sottratti alla noia abituale per dare vigore al dibattito. La curatrice tratteggia la condizione attuale degli studi storici delle donne e mette interrogativamente sul piatto il rapporto tra storia e politica delle donne, quello tra storia sociale e storia politica e infine quello tra storia delle donne e la “cosiddetta storia generale”. Nelle sue riflessioni non risparmia né la critica alle femministe che hanno posto nel ventennio precedente l’accento sul genere che contrappone con l’elaborazione della filosofia della differenza il concetto di genealogia, “che è di per sé antitetico al concetto di storia”, né alle stesse storiche che “in questi anni di lavoro ricco e proficuo, non hanno esplicitato non solo e non tanto le loro metodologie, quanto e soprattutto i dissensi anche profondi che intorno a esse nascevano”.
Sulla stessa scia, a conclusione del volume l’intervento di Emma Baeri che individua nell’abbandono della pratica dell’autocoscienza “come orizzonte di riferimento teorico e politico” un percorso all’indietro verso un “personale che non è più politico e il privato è sempre più pubblico”; e la pressione del potere pubblico sul corpo delle donne è sotto gli occhi di tutti, quel corpo che è diventato pubblicamente clandestino.
Con approccio e metodo differente, Judith Butler in una raccolta di interventi tenuti quattro anni fa e oggi tradotti in italiano con il titolo “La rivendicazione di Antigone“, cerca attraverso il mito di trovare i legami possibili tra Stato e istanze femministe, si interroga su come oggi sia possibile ridefinire il concetto di famiglia e dei legami affettivi, in una epoca in cui la famiglia viene idealizzata e al contempo non vengono riconosciute ancora pienamente le relazioni omosessuali e come Antigone, non è possibile piangere i propri cari quando sono morti di aids. Quali dunque, i nuovi principi di intelligibilità, le nuove regole che potranno legittimare le rinnovate affettività familiari? Butler risponde servendosi con metodo più libero da schemi alla stessa maniera di Kant e di Irigary, di Lacan e Sofocle.
In fondo le tematiche attuali che investono le diverse anime del femminismo stanno facendo i conti con la presenza delle donne come soggetto politico, capace oppure no di imporre il proprio sguardo alla sfera pubblica. Non a caso il libro che l’anno scorso ha fatto discutere di più è stato “Fausse route“ di Elisabeth Badinter – uscito in Italia per i tipi di Feltrinelli. La strada sbagliata sarebbe, di nuovo, quella del femminismo della differenza che ha portato lontano dalle battaglie sociali, quelle per l’equità di salario, per le quote in parlamento, insomma per le pari opportunità.
A suo sostegno Badinter chiama i numeri, le cifre della disparità di salario oppure l’assenza di una legge specifica in Francia in materia di molestie sessuali, realtà presente negli Stati Uniti dal 1992; e poi mette l’accento sulle contraddizioni che vengono dall’eccessiva rigidità di dettami che da un lato spingono le donne al godimento della propria libertà mentre dall’altra chiedono rigore e coerenza: il femminismo moralista sarebbe dunque la causa principale del fallimento delle donne che di nuovo Baeri definisce osceno, nella sua accezione latina, ossia fuori dalla scena.
Ne ha scritto mesi fa Letizia Paolozzi in questo sito, cercando un raffronto con la realtà italiana e ponendo l’accento sulla mancata relazione tra sessi, sulla chiusura al dialogo; tema ripreso di nuovo in Francia dai sociologi Alain Bihr e Roland Pfefferkorn che in “Hommes femmes. Quelle égalité?“ presentano uno studio su larga scala volto a dimostrare come nel loro paese le donne continuano a essere vittime della società contemporanea nonostante alcuni risultati indubbiamente raggiunti, prima tra tutti la disparità di salario e l’ineguale accesso alle mansioni di comando nel lavoro e nella politica.
Poggiando su studi statistici e inchieste corpose che mettono insieme dati sociali e cifre dell’economie, i due autori attribuiscono – di nuovo – al femminismo degli ultimi vent’anni la responsabilità di un ripiegamento, perché “solo la passività dei dominati può fare la fortuna dei dominanti” e le donne sarebbero ree di una passività volontaria che, però, anche loro ammettono essere fenomeno più difficile da spiegarsi con la teoria che combattere politicamente.
Anche in questo caso, la sostituzione della declinazione di sesso con quella di genere avrebbe snaturato le identità sessuali conferendo a esse solo una carattere culturale e solo l’apertura al confronto col maschile potrebbe arrivare a soccorrere le incombenti donne.
Credo che, al di là delle elaborazioni teoriche, non debba mancare di considerare importante nel dibattito il lavoro continuo che le donne fanno sul terreno quotidiano, quando con il loro lavoro, quando con l’impegno sociale o le pratiche di studio e di confronto. E’ indubbio che negli ultimi due anni i movimenti pacifisti abbiano avuto un ruolo rilevante nel dibattito sulle guerre in corso, sui movimenti no global e sulla non violenza.
“Donne disarmanti“ curato da Monica Lanfranco e Maria G. Di Rienzo, raccoglie storie e testimonianze su “nonviolenza e femminismi” – così riportato nel sottotitolo –, di donne che hanno costituito reti nazionali e internazionali, convinte che solo la pratica della non violenza porti ai risultati di pace. Nel volume, come è uso diffuso negli Stati Uniti, anche un Manuale per l’azione diretta nonviolenta, che le curatrici amano scrivere senza interruzioni, a sottolineare il carattere moralmente forte della loro azione.


Monica Luongo







> da consultare
Un trucco rifatto
di Monica Luongo

Femminismi: pagine in fermento

di Monica Luongo

> da leggere
Anna Rossi-Doria (a cura di) “A che punto è la storia delle donne in Italia“ Viella, 186 pagine, 15 euro

Judith Butler “La rivendicazione di Antigone“ Bollati Boringhieri, 112 pagine, 13 euro

Monica Lanfranco Maria G. Di Rienzo (a cura di) “Donne disarmanti“ Intramoenia, 276 pagine, 13 euro

Elisabeth Badinter “La strada degli errori“ Feltrinelli, 136 pagine, 11,5 euro

Alain Bihr, Roland Pfefferkorn “Hommes femmes. Quelle égalité?“ Les editions de l'atelier, 350 pagine, 22 euro