rosa / nero
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uomini e donne nella cronaca di tutti i giorni
27 ottobre 2004
Un genitore che rimane solo
Un papà siciliano aveva chiesto al dirigente scolastico della scuola frequentata dai figli di conoscere l’andamento scolastico .

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14 settembre 2004

Un patto civile di solidarietà anche in Italia
Carla e Gina, Viola e Luigi, Marco e Matteo, Franco e Teresa sono volti, donne e uomini in carne e ossa che prestano le loro facce e le loro storie alla campagna di comunicazione promossa dai DS per sostenere, anche in Italia, il Patto Civile di Solidarietà, che è in discussione alla Camera.
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2 agosto 2004

Il romanzo di Veronica, anti-first lady
Alla Convention democratica di Boston è stata Hillary Clinton a dare, tra gli applausi e il tripudio delle delegate e dei delegati, la parola al marito, “the best president”: Bill.
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26 aprile 2004

La difficoltà maschile a essere normale
Non sappiamo quale sia stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma capiamo subito che è successo.
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16 marzo 2004
Quanto silenzio nella Babele dei femminismi
Pubblichiamo la relazione di Lea Melandri che ha aperto il seminario Femminismi di ieri e di oggi che si è tenuto il 6-7 marzo scorso alla Casa internazionale delle donne di Roma
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12 marzo 2004
Donne, informazione e “linguaggio corrente“
Luisa Muraro intervistata da Bia Sarasini sul numero di “Leggendaria“ dedicato allo “stato dell'arte dei femminismi“ torna sulla proposta di un ascolto della lingua del mondo che sta cambiando. Monica Luongo prende in esame il modo in cui l'informazione registra la differenza dei sessi e recensisce alcuni testi teorici del femminismo
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3 marzo 2004
L'Impero contro i matrimoni gay
Perché Bush parte in vantaggio
Per ragioni elettorali Bush propone il cambiamento della costituzione (cosa lunga e complicata in USA) per introdurre il principio del matrimonio unico valido: uomo e donna per un unione prolifica

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17 febbraio 2004
Questioni ereditarie
Trasmettere a chi è più giovane le scommesse e le battaglie del femminismo è compito che quasi sempre viene svolto all’interno degli ambiti universitari.

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6 febbraio 2004
Chi decide dell'inviolabilità del corpo femminile?
La proposta di una mutilazione genitale “dolce” si è chiusa con il no del Comitato di bioetica della Regione Toscana
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15 gennaio 2004
Bratz, la nuova regina di vinile
Ha l'ombelico costantemente scoperto, le scarpe con la zeppa e fattezze da adolescente. E come tutte
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11 dicembre 2003
Una foto senza volto
Lo scorso sei dicembre tutti i quotidiani italiani hanno dedicato ampio spazio al tradizionale Rapporto Censis,
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25 ottobre 2003
Aboliamo il Tribunale dei minori?
Sì, discutiamo la proposta Castelli

Il momento della abolizione dei Tribunali per i minorenni sembra vicino. La Commissione giustizia della Camera ha licenziato a fine luglio il testo, che in questi giorni è in discussione
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26 settembre 2003
Quanto mi deprime il governo Berlusconi
“Fumo, ho tre cani, amo la pastasciutta. Come la metto con il ministro Sirchia ?“ recitava una fulminante lettera a Paolo Mieli sul Corriere della Sera.
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24 agosto 2003
Un giudice di pace che mette la guerra
Alle volte i giornali riportano decisioni apparentemente coraggiose dei cosiddetti giudici di pace. Chi sono?.
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5 agosto
Veline e velone, una storia italiana
Non so chi sarà la Velona vincente, scrivo prima della conclusione. Ma non ha importanza.
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24 maggio 2003
Alceo e le strane leggi del tribunale per minori
Non è detto che una mamma ingegnere ed un papà farmacista
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18 gennaio 2003
Se la psicoanalisi entra in famiglia
Trovo affascinante questo viaggio nel tempo attraverso il quale la storica Elisabeth Roudinesco.
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19 dicembre 2002
Le donne di Termini Imerese dicono alla sinistra: hai dimenticato gli operai
Carissime e caro Alberto
Leggo il pezzo di Chiaromonte sulle donne di Termini Imerese

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8 dicembre 2002
Stato etico, giù le mani dal porno
Nella vicenda della pornotax, presentata e poi ritirata all’inizio della discussione sulla Finanziaria
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28 novembre 2002
Figli e schiaffi
Martedì 26 novembre Blob alle 20 circa su Raitre manda in onda uno spezzone di programma
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1 novembre 2002
Maestre nel sottosuolo
La natura può essere terribile. E terribilmente crudele. Di fronte alle immagini del lutto di San Giuliano
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> 20 febbraio 2005


Pubblichiamo un intervento di Elena Scuotto a proposito del seminario su "Differenza sessuale e generazionale" tenuto a Napoli nello scorso gennaio presso il Dipartimento di Filosofia da Wanda Tommasi e Chiara Zamboni e organizzato dall’Osservatorio sulla ricerca della differenza sessuale e generazionale , diretto da Giovanna Borrello. Il testo interviene nel dibattito aperto su Dea e su Liberazione che riproduciamo in parte qui sotto, a partire dall'intervento di Lea Melandri e Letizia Paolozzi. Su Liberazione sono stati ospitati molti altri interventi che si possono trovare sul sito del giornale:
www.liberazione.it


Chi eredita il pensiero della differenza

Non credo ci siano dubbi sul fatto che una delle principali questioni che riguarda oggi il pensiero femminista, sia quella della sua eredità e del rapporto con le nuove generazioni di donne. La domanda sull’attuale identità e forza partecipativa del movimento non riesce a prescindere dalla necessità di una analisi che riguarda la possibilità o l’impossibilità di trasmissione generazionale dell’esperienza politica del femminismo degli anni Settanta.
Proprio sfogliando le pagine del sito “DeA”, ci si rende conto di quanto l’interrogarsi sulla vitalità delle pratiche femministe, sia legato alla difficile analisi di una differenza, quella tra le generazioni, la cui problematicità affiora sempre più prepotentemente tra le righe delle riflessioni condotte dalle donne. In particolare, nella sezione “Rosa/Nero”, ci si chiede se il femminismo, oggi, sia silente o loquace, ed anche laddove, come nel testo di Letizia Paolozzi, si registra un rafforzarsi della solidarietà tra donne, non si può fare a meno di notare quanto siano mutati i luoghi di espressione di questa reciproca partecipazione.
La questione è aperta intorno ai termini di un “prima” e un “dopo” che mette al centro dell’attenzione la struttura di una relazione che spesso è tra “madri” e “figlie”. A Napoli, da queste riflessioni, sotto la direzione di Giovanna Borrello, stiamo portando avanti il progetto di un Osservatorio di ricerca sulla differenza/e sessuale e generazionale e che ha il compito di promuovere una attività di riflessione sul pensiero della differenza sessuale, attivando il coinvolgimento reciproco di donne appartenenti a generazioni diverse.
L’idea di stimolare un confronto di esperienze e di intenti, sulla base di un lavoro comune mostra come il bisogno di comprendersi a partire da sé appartenga alle donne. La sensazione comune, tuttavia, è quella di una scarsa consapevolezza, nelle donne giovani, della eredità del femminismo.
Durante il primo seminario organizzato dall’Osservatorio, sul tema della differenza generazionale e sessuale, Wanda Tommasi ha ammesso che la cosa più difficile da comprendere, per le nuove generazioni è paradossalmente, proprio il valore della differenza.
Ad esser veicolato, quasi come luogo comune della conquista femminile è ancora il principio dell’uguaglianza e della parità. Esiste una generazione di donne oggi, che se da un lato ha dato come acquisite alcune fondamentali conquiste, non percepisce, di fatto, il senso della grande sfida del femminismo, la costruzione di un simbolico, di una dimensione dell’immaginario in grado di mantenersi libera e svincolata da ogni possibile fissazione o cristallizzazione assiologica positiva.
Comprendere il valore della differenza, dunque significherebbe innanzitutto pensare alle donne come al soggetto che cerca di rispondere all’usura di categorie concettuali che hanno fatto la storia passata del pensiero occidentale.
Wanda Tommasi ha sottolineato quanto sia importante, oggi, nel momento di massima crisi e inadeguatezza delle strutture relazionali tradizionali, vedere nella relazione tra donne il modello di una nuova solidarietà e una modalità di risoluzione dei conflitti che si mostra come totalmente altro rispetto alla struttura relazionale di tipo strumentale dell’universo maschile.
Tuttavia, non si può fare a meno di sottolineare una difficoltà. Se il femminismo si riconosce nella pratica di una costituzione simbolica che parte da sé e sempre si mantiene in attiva contiguità con la sua oscura matrice fondante, non può ridursi mai all’ipostasi neutra di una istituzione oggettiva. Ciò significa che non può tramandarsi come insegnamento, irrigidendosi nella codificazione di un modo d’essere e pensare. E’ la questione principe, che riguarda il rapporto tra generazioni diverse di donne. Durante il seminario, lo ha messo in evidenza, con grande sensibilità, Chiara Zamboni, ricordando come, nella Comunità Diotima si sia provato a sperimentare pratiche relazionali tra donne in grado di superare la contraddizione tra la volontà di comunicare il senso di un esperienza e il desiderio di evitare ogni forma di sacralizzazione.
Appartenendo alla generazione delle cosiddette “eredi”, non posso fare a meno di sottolineare che la questione non si riduce e non può essere ridotta ad un problema di rilettura della propria storia da parte di chi quella storia l’ha vissuta, ma riguarda forse soprattutto le giovani, le donne che quella storia non l’hanno vissuta e non la conoscono, ma si preparano a viverne una propria.
Si tratta di gestire una relazione di scambio generazionale senza che vi sia quel conferimento di autorità o quel senso comune a molte di noi, di “essersi perse qualcosa”. E’ una nuova sfida, ancora una volta iscritta nell’adozione di una struttura diversa del legame con l’altro.
Si tratta, per le giovani, di comprendere il pensiero della differenza, senza che questo sia ridotto a paragrafo di un manuale di “storia del pensiero occidentale”. Non è facile, perché forte è la tendenza di chi vuol capire a cercare “spiegazioni” e non trovo che sia un caso, ad esempio, che i miei “insegnamenti” sul femminismo mi siano venuti da un uomo.
Ma la sfida è quella di un dialogo che superi la gerarchia tra maestro e allievo. In questo senso l’esperimento dell’ “Osservatorio di ricerca sulla differenza sessuale e generazionale”, che coinvolge soprattutto le giovani, ma nel rapporto aperto, reciproco e rilassato con le donne delle generazioni precedenti, può rappresentare un campo di gioco ideale. Il luogo in cui non solo sperimentare una nuova modalità di “trasmissione”, ma anche praticare e costruire solidarietà tra giovani donne troppo spesso, oggi, disperse in esperienze solitarie e appartate.

Elena Scuotto.
(Osservatorio sulla ricerca della differenza sessuale e generazionale del Dipartimento di Filosofia della Federico II)



Il femminismo e le Lecciso, per esempio

Dove è finito il femminismo? Se lo domanda su questo giornale (Liberazione)
Lea Melandri. Aggiunge subito dopo: “Per un movimento che è partito dalle problematiche del corpo e della sessualità, non riuscire a parlare dell’invecchiamento, della malattia della morte, dei problemi legati alla cura (di un figlio, un marito, un genitore anziano), del rapporto con le donne straniere che vivono nelle nostre case, è senza dubbio una resa, una sconfitta“.
Vero che questo movimento ha ragionato intorno alla sessualità. Non mi pare tuttavia che si sia fermato a coltivare quella scoperta.
C’erano e ci sono gli uomini. Una volta che hanno perso alcuni dei (supposti) diritti o vantaggi o prerogative, bisognava fare i conti con le loro ferite narcisistiche. Ma anche con le modificazioni, le trasformazioni che nelle relazioni tra noi (donne) e loro (maschi) si determinano.
Mi obietterà Lea che lo scenario di guerre presenti (in Iraq) o dimenticate (nel Darfour), di una politica più tribale che razionale (come l’invito a cena con diossina del leader dell’opposizione ucraina, Yushchenko) non depongono a favore del “sesso forte“. In uno dei suoi racconti, la scrittrice canadese Alice Munro riassume la questione con efficacia: “Gli uomini, mia cara, non sono persone normali. Te ne accorgerai quando ti sposi“.
Però li sposiamo. E con loro abbiamo (o non abbiamo) dei figli. Anche se il femminismo tace sui rapporti con l’uomo. Poco sappiamo delle microguerre in corso; dei conflitti disordinati tra i due sessi.
Dobbiamo ringraziare la “nera“ se ci arriva qualcosa degli scontri in corso. Dal delittaccio passionale a quello del marito, fidanzato, amante, che ha sterminato tutta la famiglia perché lei l’ha abbandonato. Tradito. Rinnegato.
A me interessa riflettere sulla cronaca. Offre spunti eccezionali. Anche sul desiderio di una coppia di avere un figlio. E sulle assurdità che mette in campo la legge 40 per rispondere a quel desiderio; per negare ai tanti Luca Coscioni del nostro Paese la possibilità di essere curati.
Intorno a questo nodo, molte femministe si sono impegnate. Ne hanno scritto (noi, nel sito DeA, www.donnealtri.it). Un gran numero di uomini e di donne (non necessariamente femministe, non necessariamente di sinistra) hanno firmato il referendum dei Radicali per l’abolizione della legge.
Non capisco dunque il pessimismo di Lea quando osserva che “ci sono gruppi, centri, associazioni della più varia specie che lavorano bene in ambiti specifici, ma mostrano tutta la loro debolezza quando sono costrette a incontrarsi intorno a un fenomeno che le implica tutte, come ad esempio la legge sulla fecondazione assistita“.
Probabilmente manca l’energia del femminismo delle origini. Ma certe idee si sono messe in circolo. Tanto che io sarei più ottimista. Perlomeno, non insisterei sulla memoria e i confronti con il passato. Un passato troppo sacralizzato (mi pare sia un vizio che si ritrova pure a sinistra) serve solo a richiamare l’identità, immobilizzandola.
Tutto questo per dire a Lea che, forse, è più interessante osservare l’eredità del femminismo. Nella cronaca, appunto. E nella televisione. Che offre spunti inattesi, nonostante la trivialità che serpeggia in alcuni messaggi.
Mi servo della trasmissione Porta a Porta di qualche giorno fa, incentrata sulle gemelle Lecciso. Quello che mi ha colpita era il parterre femminile (Mara Venier, Silvia Giacobini, direttrice di “Chi“, Barbara Palombelli, Heather Parisi) e il rapporto, anzi, la relazione positiva (tranne una antipatizzante Antonella Boralevi) con la Lecciso Loredana.
Ognuna ha ripetuto (scegliete voi se per conformismo, per solidarietà reale o per obbedienza a un atteggiamento modello politicamente della solidarietà femminile): Vai avanti (anche se non sai ballare); difendi la tua autonomia. Non ti fare condizionare. Non rinunciare.
Che l’ambaradam della famiglia di Cellino San Marco sia una manfrina organizzata in accordo con Al Bano, marito della Loredana, non cambia il risultato. Anzi, rende il caso ancora più eccezionale. Il cantante dice di volere la moglie a casa ma che lei a casa non ci vuole tornare. Siamo di fronte a una scena sociale, se insieme l’hanno costruita, in cui il marito, il maschio, non può più essere padre-padrone. Dunque, il discorso del femminismo sembrerebbe entrato nelle pratiche di vita. E’ un risultato da poco?

Letizia Paolozzi




Il femminismo è ancora in silenzio
di Lea Melandri

I movimenti "rivoluzionari", quando sembrano essersi eclissati dalla scena storica o spariti del tutto, si lasciano generalmente dietro un alone di mistero, un residuo fantasmatico che può risultare persino più inquietante della loro presenza. Il femminismo, inspiegabilmente silenzioso su questioni che lo interpellano direttamente, come la legge sulla fecondazione assistita, l'aumento della violenza sulle donne nel mondo, la mercificazione dei corpi, della sessualità e delle storie personali, continua a essere evocato da voci diverse e contrastanti della cultura maschile: chi lo rimpiange, chi lo vede dissolto in un generale processo di "femminilizzazione" della società, chi lo sospetta insidiosamente presente nel "disordine" sessuale che minaccia la famiglia. Nessuno sembra davvero interessato a sapere che cosa si agita dentro la fitta rete dell'associazionismo femminile, nella produzione di studi, convegni, iniziative politiche che oggi vedono impegnate molte più donne che negli anni '70, sia pure con uno strano effetto carsico dovuto alla grande diversificazione e in molti casi a una dichiarata autoreferenzialità.
Tenendo conto di questa ambigua presenza/assenza, la domanda potrebbe essere allora formulata in un altro modo, più consono alla anomalia di un movimento che ha inteso portare la sua sfida politica fin dentro i territori oscuri della "persona", della memoria del corpo e delle formazioni inconsce: il femminismo è ancora una pratica di modificazione di sé e del mondo?
Anche in passato il movimento delle donne ha avuto anime diverse, ma erano, per così dire, passionalmente in contrasto, spinte a incontrarsi dal bisogno di trovare un "punto di vista", un'angolatura da cui analizzare il rapporto tra i sessi, e produrre effettivi cambiamenti al riguardo.
Rileggendo il libro appena ristampato, Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni '80 (a cura di Annarita Calabrò e Laura Grasso, edito dalla Fondazione Badaracco e da Franco Angeli), appare chiaro che la differenziazione ricalcava allora i poli opposti e complementari di una dialettica nota: sfera personale e sfera sociale, sessualità e politica, psicanalisi e marxismo.
A tenere insieme le donne in convegni nazionali affollatissimi si può pensare che fosse il bisogno di interezza: non si poteva dividere il corpo dal pensiero, il privato dal pubblico, l'amore dal lavoro, la famiglia dallo Stato, il conflitto tra i sessi dal conflitto di classe, e così via. Ci si muoveva, in altre parole, dentro una complementarietà rivisitata criticamente, che rendeva necessarie le une alle altre. C'era un corpo a corpo fatto di frequentazioni quotidiane, di scontri violentissimi, di prese di posizione diversificate, di avvicinamenti e allontanamenti. Tutto fuorché l'indifferenza. La possibilità di contrastarsi, non era solo tollerata, ma ritenuta indispensabile per intaccare ragioni inconsapevoli di consenso, adattamento a modelli imposti e interiorizzati come propri.
Oggi le differenze, all'interno del femminismo, si sono moltiplicate ma stanno sullo stesso piano di realtà, hanno un denominatore comune che è la vita pubblica, i suoi saperi, i suoi linguaggi, le sue professioni, le sue gerarchie. Ad omologarle è una cultura che ha integrato nuovi contenuti ma che conserva in parte il suo impianto tradizionale, le sue cancellazioni, le sue cesure, rispetto alla soggettività incarnata. Si ha l'impressione che, pur mantenendo ferma la presunta neutralità del loro pensiero, gli uomini siano andati molto più avanti nell'analisi del rapporto natura-storia, individuo-collettività. I diversi "femminismi" oggi non confliggono tra loro, né sentono il bisogno di confrontarsi, perché riproducono nel loro insieme quel mosaico o quella babele che è la società attuale, con le sue molteplici funzioni. Ci sono gruppi, centri, associazioni della più varia specie -la Società delle storiche, delle letterate, delle giuriste, delle scienziate, ecc. - che lavorano bene in ambiti specifici, ma mostrano tutta la loro debolezza quando sono costrette a incontrarsi intorno a un fenomeno che le implica tutte, come ad esempio la legge sulla fecondazione assistita.
La mia impressione è che, nonostante si continui a scrivere, parlare e incontrarsi, ci sia comunque un grande silenzio: per tutto ciò che delle vite, dei rapporti con l'uomo e con le altre donne, non si riesce più a nominare, per paura di ulteriori divisioni, o per paura di perdere anche le persone più vicine. Per un movimento che è partito dalle problematiche del corpo e della sessualità, non riuscire a parlare dell'invecchiamento, della malattia, della morte, dei problemi legati alla cura (di un figlio, un marito, un genitore anziano), del rapporto con le donne straniere che vivono nelle nostre case, è senza dubbio una resa, una sconfitta. Lo stesso si può dire della difficoltà a esprimersi su un fenomeno drammatico e vistoso come la riduzione delle persone a nuda corporeità ( i corpi devastati dalla fame, dalla guerra, dalle malattie, dalle migrazioni), a pornografia, a sommatoria di organi.
Il fatto che ci siano tanti temi, tante problematiche di ordine privato e pubblico all'attenzione del femminismo oggi, non significa maggiori capacità modificative di se stesse e dell'esistente. Invece di uno slogan ormai svuotato di contenuti, come il "partire da sé", dovremmo forse provare a chiederci se e quali cambiamenti produce la relazione con le altre donne (divenuta più solida, più continuativa, direi quasi "istituzionalizzata"), se ci sono ancora interrogativi, desideri di conoscenza e di cambiamento legati alle nostre vite, che lì, nella riflessione collettiva, possono trovare risposte, se il separatismo è diventato solo una rassicurazione -di appartenenza, identità, storia comune-, o se è ancora il luogo di modificazioni effettive, riguardo al modo di pensarsi, sentirsi e agire nel mondo.
Una delle novità più interessanti dei Seminari sull'eredità del femminismo, che si sono tenuti in questi ultimi anni tra Milano e Roma, è stata la presenza attiva di generazioni diverse, che ha permesso di confrontare esperienze, ma anche di capire che cosa è passato di quell'intreccio originale di teoria e pratica che ha caratterizzato il movimento delle donne ai suoi inizi. Un tema ricorrente, proposto dalle più giovani è stato il rapporto tra femminismo e femminile. Il riferimento era in particolare ai modelli di femminilità che compaiono nella pubblicità, nei media, nei consumi, ma lo si potrebbe estendere a quella parte di esperienza personale che, per la generazione degli anni '70, è tornata ad essere un "privato" indicibile e che, per le più giovani, non è mai stata al centro di una pratica politica.




Donne, uomini: ma chi siamo?
di Eleonora Cirant

Nel suo articolo del 10 dicembre, Lea Melandri ha posto delle domande che provo a raccogliere. Il femminismo è ancora una pratica di modificazione di sé e del mondo? Che cosa è passato, alle giovani di oggi, di quell'intreccio originale di teoria e pratica che ha caratterizzato il movimento delle donne ai suoi inizi?
Il femminismo? E' un modo di sentire, di essere, di agire e reagire. E' una chiave per leggere il mondo senza le fette di salame davanti agli occhi. E' un nervo bruciante costantemente scoperto, che aiuta a riconoscere e svelare stereotipi potenti, a non assoggettarci a modelli che trasformano in merce corpi e desideri. Un modo di interagire con altri soggetti che può scardinare le facili certezze di chi - donna o uomo - rigetta o classifica comportamenti e idee che mettono in discussione i canoni pre-stampati su cui si edifica la retorica del femminile e del maschile. Se intendiamo questo, la risposta alla prima domanda di Lea è sì. Anche quando intendiamo il femminismo come continua messa in discussione di sé, come domanda aperta su come si costruisce la propria identità, su quali modelli. Con quale senso per sé e per il mondo.
Dandogli questo significato di trasformazione, è chiaro come il femminismo non si possa trasmettere in quanto tale. Si trasmettono i frutti di una lotta o di un impegno (la legge sul divorzio, quella sull'aborto) ma non il desiderio della lotta stessa. In un mondo popolato da spettatrici e spettatori, la partecipazione è un lusso, o una fatica, che poche sentono con urgenza, anche se la realtà ci passa addosso come uno schiacciasassi.
Se "partire da me" mi porta a non essere fra chi "ha preferito diventare egli stesso una merce piuttosto che subirne semplicemente la tirannia" (Tiqqun), allora la risposta alla domanda di Lea è: sì, il femminismo è ancora una pratica di trasformazione di sé e del mondo.
Eppure, la trasformazione è un percorso che segue solo molto parzialmente le vie già sperimentate. Credo che la differenza sessuale, in astratto, non esista; ogni codice che ne stabilisca i criteri è una trappola ideologica. Ma, dissolta la coperta calda dell'ideologia, siamo rimaste nude con i nostri tentativi appassionati di percorsi inediti, che, allo stato dell'arte, si diluiscono nei rivoli della società dello spettacolo.
Oggi più che mai, ogni aspetto della relazione e delle differenze fra i sessi è carico di ambivalenze. Prendiamo la riproduzione e la cura, ciò che è sempre stato considerato il perno della differenza sessuale, la base materiale e simbolica della divisione del lavoro tra produttivo e riproduttivo, l'elemento intorno a cui costruire la polarizzazione tra i ruoli e le identità. I comportamenti degli individui sono molteplici e sfuggono alle tipologie. Vanno dalla donna che non sente il desiderio di maternità a quella che è disposta a sottoporsi a tecniche invasive pur di realizzarlo. Sul fronte maschile, le cose sono altrettanto confuse: accanto alla figura tipica da tradizione familista, c'è chi esprime il desiderio di paternità e di cura come aspetto fondamentale della propria identità. Spesso sono proprio le loro compagne a non lasciare spazio a questo desiderio, avocando a sé il potere materno. I comportamenti sono variegati, i modelli vacillano, le identità si sformano. Di fronte a questo precipitare, si verifica il ricorso al già conosciuto. Ecco qua la legge sulla fecondazione assistita, le leggi in materia di famiglia, i richiami della Chiesa Cattolica al ruolo tradizionale di moglie e madre, l'aggrapparsi delle giovanissime a ciò che hanno di certo, che sia l'istinto materno o la forza-seduzione del corpo femminile.
Gli stereotipi rassicurano ma, imbrogliando le carte, non aiutano a comprendere le molte contraddizioni che si manifestano nel rapporto tra i sessi e nel rapporto di ciascuno con se stesso in relazione al proprio genere. Non ci aiutano neppure quando sarebbe utile fare massa critica, come nel caso della già citata legge sulla procreazione assisita.
Il rischio costante è l'etichettamento. Provate, una sera al bar, a intavolare una discussione su sessualità, sentimenti, oppure sul ruolo che gli individui assumono in base al sesso in relazione alla cura dei figli (e dei genitori), o sulla scarsa presenza femminile nei ruoli decisionali, o sui dati dell'ultimo rapporto di Amnesty sulla violenza. Avrete la conferma che avere ottenuto l'accesso delle donne ai Diritti non le mette al riparo dal sentirsi dire che "per le donne la maternità è un destino"; che la prostituzione è l'unico settore in crescita perché "sai, gli uomini, è una questione di ormoni…". Gli stereotipi visibili in queste comunicazioni sono la traccia parcellizzata di conflitti non risolti, solo insabbiati sotto la retorica della neutralità del mondo. Se qualcuna più sensibile sobbalza, vorrebbe reagire, a volte ci riesce e ribatte, ecco eretta la barricata difensiva: "Ah, ma allora tu sei femminista! ". Cioè: ti annullo, definendoti in base a ciò che io penso tu sia o debba essere.
La faccia femminile della stessa medaglia: "io non sono femminista, lo dico subito. Però devo dire che mi da molto fastidio che in tribunale i miei colleghi siano chiamati ‘avvocato', invece io ‘signora'", "non sono femminista… ma è allucinante che quando ho fatto richiesta per quel lavoro mi hanno risposto di no perché donna". Tra le esperienze che le donne vivono e i modi in cui sembrano abituate a pensarle e raccontarle c'è uno spazio opaco, inabitato: è lo spazio del politico; tutto, anche la denuncia, accade in forma privatistica e individuale. I media traboccano di discorsi sul "privato": fino a quando si tratta di fare e dare spettacolo, se ne parli. Ma quando in gioco è la propria vita reale, il privato diventa tabù. Al primo sentore di conflitto, si erge la barricata: per carità, non buttiamola in politica!
Dove spostarsi, allora, per creare rotture, eventi? Dobbiamo forse scomparire e riapparire, ma dove, come, con chi? Come rappresentarci, donne e uomini scomodi nel ruolo tradizionale dell'Uomo e della Donna? E gli uomini? Come dire delle scelte di cambiamento che gli individui di sesso maschile fanno entro ed oltre il proprio genere? E le donne migranti? Come intrecciare il nostro percorso di donne che hanno assaggiato l'emancipazione (la libertà è ancora un orizzonte utopico) a quello di donne portatrici di altre forme di emancipazione, di altre culture e di altri percorsi?
Non ho risposto alle domande di Lea, le ho solo articolate da un altro punto di vista: né vecchia né giovane, andavo all'asilo quando il femminismo era un movimento di massa. E', forse, il punto di vista di un tipo di soggettività più diffusa di quel che appare nella scena mediatica: un essere umano che cerca nello spazio e nell'agire politico il proprio orizzonte di senso, e che in questo spazio non può muoversi che a partire dalla propria corporeità, sospinta da elementi, ancora prima che femminili, umani: desiderio, responsabilità, curiosità, condivisione, amore. Rabbia, senso di impotenza. Molte domande.





Femminismo, c'è bisogno di un ricambio
di Paola Di Cori

Il femminismo italiano è silenzioso o loquace? E se dice qualcosa, di che parla? Tre interventi pubblicati su Liberazione nei giorni scorsi hanno risposto in maniere differenti a queste domande, e vale la pena di raccogliere l'implicito invito a una discussione.
Per Lea Melandri, che ha aperto il dibattito, il problema è che si tace di quanto è veramente importante nelle vite di uomini e donne - della sessualità, della malattie, della morte, dei rapporti delle donne tra loro e con gli uomini. I diversi "femminismi" esistenti, per paura di suscitare inevitabili conflitti e collisioni, non si confrontano più, oppure si esprimono ciascuno in isolamento dall'altro, e in maniera episodica. Dal canto suo, Letizia Paolozzi è invece ottimista sulla avvenuta fermentazione del femminismo; «certe idee si sono messe in circolo», scrive - e trova segnali incoraggianti in alcuni episodi della cronaca nera e rosa (il caso Lecciso). La terza intervenuta, Eleonora Cirant, esprime un punto di vista ancora diverso, e sottolinea che una delle principali difficoltà è data dal fatto che «oggi più che mai, ogni aspetto della relazione e delle differenze fra i sessi è carico di ambivalenze».
Si tratta di posizioni che in qualche misura si possono condividere tutte e tre, non essendo in netta contrapposizione l'una con l'altra; ma personalmente è con Eleonora che sento maggiori elementi di condivisione, anche se non posso purtroppo scrivere, come lei, «andavo all'asilo quando il femminismo era un movimento di massa», visto che, anno più anno meno, appartengo alla stessa generazione di Lea e di Letizia. Il mio problema, tuttavia, non è soltanto quello di un eccessivo silenzio da lamentare, o di una disseminazione anche positiva di cui prendere atto. Ciò che mi preoccupa è invece qualcosa d'altro: la scarsa varietà e originalità delle voci che si ascoltano; l'esistenza di una situazione di squilibrio nella cacofonia generalizzata che circonda e invade le nostre vite.
Non è tanto il silenzio a disturbarmi, e neanche il cicaleccio di cronaca. Ciò che è veramente sconvolgente è lo scarso numero di coloro che si confrontano. Come negare che da molti anni le firme, i volti e i corpi nei media sono sempre gli stessi? Che sono quasi inesistenti le riviste su cui si può scrivere e discutere di femminismo a un livello che non sia quello della mera cronaca o degli specialismi disciplinari? Che sono solo alcune posizioni a prevalere, le quali nel corso degli anni hanno finito per creare un clima di monotonia e uniformità, dove o si è omologhe oppure si è fuori? Le poche voci che un tempo salutavamo come liberatorie e creative, ora sembrano diventate dogmatiche, autoritarie, e francamente assai poco condivisibili; ma ciò che è peggio, indifferenti ai bisogni di orientamento delle nuove generazioni, e quindi profondamente autoreferenziali.
Nel corso degli ultimi mesi ci sono state diverse questioni di cruciale importanza per chiunque (donne, uomini, giovani e meno giovani, legate al femminismo oppure no) cercasse di interpretare la realtà di un mondo ormai in guerra permanente, di "vite precarie" come le ha felicemente definite Judith Butler, di una realtà quotidiana dove le donne continuano a pagare prezzi di emarginazione e violenze troppo alti. Per nominare soltanto i temi principali, mi limito a ricordare: il problema del velo nelle scuole pubbliche; le sconvolgenti immagini sulle torture inflitte ai prigionieri di Abu Ghraib, tra gli altri, anche da parte di alcune soldatesse dell'esercito Usa; la lettera del cardinale Ratzinger sulla "Collaborazione dell'uomo e della donna" in cui si deprecava la nascita di «un modello nuovo di sessualità polimorfa»; last but not least, la legge sulla fecondazione assistita.
Sono tutti aspetti intorno ai quali sarebbe stato indispensabile poter contare su luoghi di confronto aperti, fornire argomentazioni a favore e contro le diverse posizioni; ma dal punto di vista che qui ci interessa - quello di coloro che si sono espresse anche implicitamente a nome del femminismo - era importante fornire almeno una piattaforma di considerazioni su cui era possibile far convergere interessi diversificati; in breve, offrire qualche strumento più raffinato di riflessione e di lettura della realtà. Come noto, su questi argomenti si sono avute opinioni sparse e, a proposito della lettera di Ratzinger, perfino una presa di posizione favorevole da parte del gruppo della Libreria di Milano, che ha gettato molte donne italiane nello sconforto, solo in parte corretto dagli ottimi articoli di Lea Melandri e di Rossana Rossanda sul manifesto di fine estate. E poi, di nuovo il silenzio; di nuovo il mormorio di sottofondo; di nuovo le ambivalenze… Le pagine dei quotidiani hanno ospitato le solite firme, in massima parte di cinquanta/sessantenni di ambo i sessi; e tra le giovani il disorientamento è stato totale. Per meglio dire; c'è stato un ulteriore senso di distacco ed estraneità, il nostro peggior nemico. Non si può dire infatti né che ci sia stato silenzio totale, né che si sia ascoltato un confortevole e incoraggiante brusio. Sui temi sopra elencati, in effetti, alcune femministe (e qualche uomo) sono intervenute in televisione, e hanno scritto su quotidiani e settimanali. Le domanda da sollevare a questo punto sono: quali donne? Come mai da tanti anni sono sempre e soltanto le stesse? Forse che sono poche quelle che pensano qualcosa, o che scrivono in una prosa pubblicabile?
Per chi insegna, come me, è una fatica da Sisifo riuscire a comunicare sul femminismo con donne giovani ansiose di chiarimenti, per sottolineare le coerenze nei luoghi in cui non si vedono, ed evidenziare le contraddizioni là dove rimangono nascoste, invitandole a essere autonome, non a seguire le mie idee.
Forse è arrivato il momento di scuotersi di dosso silenzi, luoghi comuni e disorientamenti; è ora di far ascoltare voci nuove e più giovani, di invitare non solo a un salutare cambio generazionale, ma ancor di più a un mutamento di stile nel confronto pubblico sulle questioni cruciali che il femminismo ha posto ormai da decenni e che continuano a essere al centro delle nostre vite - la sessualità, la violenza, la morte, le diseguaglianze, i diritti, il lavoro…e naturalmente il potere.





Un femminismo non udente
di Lidia Cirillo

Il femminismo italiano è silenzioso o loquace? Forse bisognerebbe osservare, prima di ogni altra cosa, che il femminismo nostrano è soprattutto non udente. E che anche fuor di metafora il non parlare è legato al non udire. Poco udente, quindi poco parlante. Paradossalmente ciò che il femminismo non ascolta sono proprio le donne. Da alcuni anni, diciamo cinque o sei, le nuove generazioni parlano, ma le vecchie generazioni non ascoltano. Avvertono certamente un brusio, ma poiché di quelle voci non conoscono i linguaggi, non distinguono le parole, le frasi e le domande.
Alcuni episodi hanno avuto dell'incredibile. Dopo il Social Forum europeo di Firenze, dove aveva avuto luogo un'assemblea affollatissima e appassionata con numerose donne giovani, comparvero qua e là (in modo particolare sul Manifesto) articoli sul silenzio del femminismo e delle donne. Eppure tra le relatrici di quell'assemblea c'era Christine Delphy, di cui tutte per anni abbiamo continuato a rimasticare le brillanti analisi sul nesso produzione - riproduzione. E, se è vero che alcuni interventi rivendicarono contro il femminismo la "lotta di classe", è anche vero che alla sdegnata replica di Delphy rispose il caloroso applauso di quasi tutte.
Dopo la giornata delle donne alla vigilia del Sf di Parigi, in cui ci siamo incontrate in tremila, in gran parte giovani o giovanissime, la musica non è cambiata. All'incontro europeo della Marcia mondiale delle donne che si è svolto in Galizia nella primavera di quest'anno, a cui hanno partecipato diecimila delegate (molte delle quali ancora una volta di giovane età) quotidiani e riviste hanno dedicato altrove talvolta pagine intere o lunghi articoli.
In Italia non ne ha parlato nessuno, perché è mancata la mediazione che consente l'accesso a quel che resta della stampa delle sinistre. E' mancata cioè la mediazione non delle donne che hanno una prosa pubblicabile (che di questi tempi non sono poi poche), ma di donne capaci di trovare brecce in un sistema di comunicazione interno protetto da recinti spesso impenetrabili.
Nei limiti delle mie conoscenze e possibilità vorrei offrirmi come interprete, scusandomi di errori eventuali di ortografia e di lessico.
In primo luogo le giovani generazioni in questi ultimi anni hanno parlato soprattutto il linguaggio del movimento dei movimenti, cioè una mescolanza di dialetti diversi, legati a culture, a percorsi politici, a esperienze e a bisogni tra loro diversi. Tuttavia, pur nella molteplicità delle lingue, alcune parole hanno radice comune e significato comune. Femminismo per esempio significa agire delle donne, come si diceva una volta "in quanto donne", per se stesse e per altri/e.
Il legame con l'agire o almeno la forte aspirazione ad agire è legata strettamente alla composizione sociale della maggioranza delle nuove generazioni e alla dimensione globale in cui hanno cominciato a muoversi e a sperare. Le manifestazioni mondiali del 2000, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di donne di quasi tutti i paesi del mondo, hanno visto insieme gruppi di base latinoamericani, associazioni di difesa di diritti violati, intellettuali e contadine indiane, giovani vite precarie dell'Europa occidentale, migranti da Sud a Nord e da Est a Ovest.
Proprio perché i tempi e i luoghi fanno prevalere l'aspirazione ad affrontare problemi e risolverli, come la sua parte maschile, anche la parte femminile soffre di periodiche crisi depressive e battute d'arresto di fronte alle difficoltà estreme di tradurre le aspirazioni in risultati effettivi. Quando è riuscita ad agire e ha parlato quindi ad alta voce, questa parte ha evocato il bisogno di movimento, utilizzando preferibilmente le narrazioni femministe degli anni Settanta, quelle della denuncia dell'oppressione, della rivendicazione e dei diritti. Chi ha creduto di individuare in questo un elemento di arretratezza, ha idee discutibili su ciò che è vecchio e ciò che è nuovo. Le parole e i discorsi in politica hanno senso, se servono a orientare l'agire e l'agire risponde a una molteplicità di bisogni, ciascuno dei quali cerca e spesso anche trova il linguaggio più adatto per sé.
Per le giovani generazioni per altro, assai più che per la nostra, femminismo si declina preferibilmente al plurale, anche se il singolare è ammesso e serve a indicare il fenomeno nel suo complesso e in tutte le sue articolazioni. Tra i femminismi che in questi ultimi anni hanno parlato e hanno agito, attirando a sé donne giovani, c'è quello che potremmo chiamare femminismo sindacale, nelle sue interconnessioni con il movimento dei movimenti. In questo femminismo si sono manifestate due costanti storiche della politica delle donne. La prima è la tendenza del femminismo a nascere e ri-nascere al fianco del radicalismo politico e il sindacato, con tutti i suoi limiti, è restato in questi anni una delle poche istituzioni ancora in qualche modo vitali del vecchio movimento operaio. La seconda è la tendenza delle donne a irrompere sulla scena politica, strappando agli uomini l'iniziativa nei momenti in cui lo stato delle cose è troppo grave per lasciarla nelle loro mani. Nella vicina Confederazione elvetica, dove di rado accade qualcosa di esemplare dal punto di vista dei conflitti, la politica sociale di un governo fortemente inclinato a destra è naufragata quest'anno per l'iniziativa di Rouges de colère, una rete di una settantina di gruppi femministi e femminili, nata da donne del sindacato. Tre referendum di abrogazione di misure antisociali (soprattutto, ma non solo, contro le donne) hanno vinto in misura schiacciante quasi esclusivamente per l'attività della rete.
In Italia una parte almeno delle giovani generazioni femministe ha scelto di misurarsi con il tema della precarietà del lavoro e della vita, di costruire reti proprie e di partecipare a reti miste. Un meeting romano che ha avuto luogo il 23 ottobre ha dato il via a un processo di costruzione e radicamento, che ha già parlato di sé con le voci diverse di quante hanno già fatto o tentato esperienze. Certo la voce delle nuove generazioni femministe è ancora flebile. Certo i suoi discorsi spesso si interrompono a metà. Certo ancora siamo alla fase della citazione e della replica, perché speso i fenomeni nuovi parlano all'inizio con parole già dette.
Ma parla, eccome se parla! Per sentirne la voce basta togliersi dalle orecchie i batuffoli di una tradizione femminista ormai terribilmente autoreferenziale e ripetitiva.






> il dibattito su
Liberazione

Il femminismo e le Lecciso, per esempio
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è ancora in silenzio
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Donne,uomini: ma chi siamo?
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Femminismo, c'è bisogno di un ricambio
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Un femminismo non udente

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