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racconti di persone, polemiche ad personam
30 marzo 2003
Se solo fossimo umani
Siamo un’amabile, odiosa, affettuosa, rozza, tenera, vile, intelligente, caotica, virtuosa
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20 marzo 2003
Dialogo immaginario sulla nuova presidente Rai
A - “Vedo qui tra voi pochissime donne. Il 7% mi dicono. Chiedo come mai, e la risposta è che la vostra cultura è maschile, aggressiva, competitiva. Bene, ma se siete così energici, perché non investite la competitività nel dare più profitti all’azienda invece che discriminando le colleghe“ ? (così Giovanni Agnelli, all’ultima assemblea dei quadri Fiat, nel racconto di Gianni Riotta)“. Ecco. In un Paese che ha della politica istituzionale e delle cariche pubbliche una concezione molto virile, se non patriarcale, Lucia Annunziata presidente del Cda secondo me è una buona cosa
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> 13 aprile 2003


Caro Tronti, contro la forza imperiale Usa
vorrei una "potenza" senza "potere"

L’America in Iraq impiega brutalmente tutta la forza perché ha paura di una sua nuova debolezza. Per la sinistra e per l’Europa qui ci sarebbe un’occasione, se esistesse un classe dirigente capace di una “grande politica”, di una “politica-mondo”. Mario Tronti, intervistato da Ida Dominijanni sul “manifesto”, propone una analisi critica interessante del momento attuale, ma rilancia un’idea di politica che io credo debba essere a sua volta sottoposta a critica. Per Tronti non è possibile contrastare la forza degli Usa con la sola arma dell’opinione pacifista. L’unica altra “superpotenza”, secondo l’ormai famosa immagine coniata dal New York Times. Bella immagine, ma falsa per Tronti. Egli parla apertamente di una “sconfitta del pacifismo”. Il ritorno della politica può esserci solo sulla base di un equilibrio di forze contrapposte, così come avveniva durante il bipolarismo Usa-Urss. Dunque di fronte alla dottrina di Bush – e alla sua messa in pratica – dovrebbe sorgere un’altra “potenza”, un’Europa aperta verso Est e verso Ovest, capace di vincere una sfida politica e culturale nell’integrazione con le culture non occidentali, ma anche in grado di contrastare con la forza l’unilateralismo americano.
E’ un ragionamento che mi sento di condividere quando parla di cultura (l’Europa effettivamente dovrebbe avere queste maggiori risorse di pacifica costruzione del dialogo – in realtà, sinora, non è stata in grado di esercitarle in occasioni cruciali come la vicenda balcanica, e nella crisi tra Israele e Palestina) ma non quando indica uno scenario geopolitico e “militare”. Temo che non abbiamo alcuna garanzia che il formarsi di un asse Francia-Germania-Russia, e forse Cina, alternativo a quello anglo-americano, possa offrire una cultura e una politica “migliore” di quella dei circoli dominanti a Washington e Londra. Penso al contrario che la sinistra, o comunque una nuova politica radicalmente contraria alla guerra, debba proprio scommettere sulla qualità radicalmente diversa di una alternativa al nuovo potere incarnato da Bush e dalla sua macchina bellica. Può essere vero che l’uso di tanta esorbitante forza da parte degli Usa nasconda la paura di una propria intima debolezza. Io non la intepreterei in senso esclusivamente geopolitico – come fanno Tronti e tanti altri osservatori del quadro internazionale – riferendosi al temuto avvento di un “secolo asiatico” dopo quello “americano” . La debolezza americana sta nell’inesportabilità reale in tutto il pianeta del proprio sistema, di cui la democrazia è solo un aspetto, e forse non l’essenziale: un sistema di produzione e di consumo incompatibile con un uso razionale e una distribuzione equa delle risorse del mondo. E, ancor più, la “debolezza” occidentale sta nel progressivo cedimento – lungo l’ultimo mezzo secolo – dei fondamenti della tradizione: chiesa, famiglia, stato. La gente, gli uomini, e soprattutto le donne – in America e non solo - hanno cominciato a prendere sul serio il desiderio della libertà e della felicità personale. Spero sia avvenuto qualcosa di irreversibile e di tendenzialmente universale: non credo che qui ci sia solo un pacifismo “edonista”. La guerra, da questo punto di vista, è anche un fomidabile mezzo per “restaurare” antiche certezze, antichi sistemi di potere, politico, economico, patriarcale. Non a caso i neoconservatori Usa la combattono mettendo a rischio i corpi e le vite dei soldati e delle soldatesse: il sacrificio può aumentare il valore simbolico del conflitto.
Proprio l’incommensurabile potenza tecnica e militare del nuovo “impero” – minata da una intima debolezza culturale e simbolica - dice che l’alternativa deve essere una “potenza”, ma non un nuovo “potere”. Negri – che Tronti critica - ha scritto nel suo libro molte cose opinabili, e non ha visto l’imminenza di questa involuzione nel governo statale degli Usa. Ma io non butterei via l’intuizione – frutto forse di una non completamente dichiarata revisione autocritica - che il “contro-impero” sia una alternativa di natura essenzialmente linguistica, relazionale, culturale, affettiva. Soltanto una rivoluzione nelle menti e nei cuori degli individui – al di là dei condizionamenti, pur potenti, della propaganda mediatica - può aver ragione di tanta forza tecnica e materiale (non furono cristiani disarmati e miti l’unica reale e vittoriosa alternativa a un altro invincibile impero mondiale?). Una rivoluzione che fa i conti con le proprie radici occidentali – magari cercando un po’ oltre i confini della disputa tra partigiani di Hobbes, di Locke, di Kant e di Hegel – ma che si pensa globale, senza rinchiudersi in un nuovo “campo” geopolitico. A istruire il contesto di una nuova guerra mondiale in piena regola temo stiano già lavorando – spero fallendo – i governanti attuali. E non esito a dire che a una quarta apocalisse bellica preferirei l’odiosa pax americana (grande simpatia per gli iracheni che scappano e si arrendono, e che hanno già cominciato a manifestare pacificamente contro gli occupanti…)
Dunque basterà la “superpotenza” dell’opinione? Ci vorranno con le opinioni azioni e relazioni. Per una politica di tutti i giorni e in tutti i luoghi. Ma vi prego, piccola e non Grande. Senza maiuscole e senza muscoli (senza nemmeno le stupide “prove di forza” di chi incendia un bancomat e picchia per sovrappiù chi alla stupidità tenta di opporsi, fosse anche una parlamentare europea pacifista).


Alberto Leiss




Caro Leiss, il cambiamento
riguarda ciascuno di noi


Carissimo Alberto,
ti confesso di essermi perso l'intervista di Ida Dominijanni a Mario Tronti, e ciò mi porta inevitabilmente a delimitare il campo delle mie considerazioni, a "mettere da parte" Tronti e l'intervista, a soffermare la mia attenzione intorno ai ragionamenti e agli argomenti che hai proposto nel tuo articolo e che ho trovato davvero assai stimolanti.
Ti dico subito che da qualche tempo ho la sensazione che le vicende irachene segnino la fine del predominio degli Stati Uniti.
Parlo di sensazione perché intendo sottolineare il carattere per molti aspetti “pre” politico della faccenda e perché, come puoi immaginare, ciò non si traduce, neanche nella mia testa, in una valutazione precisa di quando ciò possa materialmente accadere, domani, tra un anno o dieci. Semplicemente penso che l'Europa, l'Europa dell'euro più forte del dollaro, l'Europa dei 25 e dell'allargamento ad Est, sia destinata a diventare una “potere forte”, così come in tempi diversi lo sono state Atene, Sparta, Roma, la Spagna, la Francia, l'Inghilterra, e oggi lo sono gli Stati Uniti.
Non so se si tratta di corsi e ricorsi storici, o della banale ripetitività del potere, ma non mi sento di escludere che nel senso comune dell'americano medio si stia sviluppando una percezione simile, e che l’attentato alle torri gemelle abbia portato ai limiti della paranoia tale percezione.
E visto che tu parli di rivoluzione nelle menti e nei cuori delle persone aggiungo ancora che a tratti mi sento così inondato, esaurito, prevaricato, dal trabordante potere degli Stati Uniti, dalle loro guerre ideologiche e puntualmente lontane da casa loro, che non li preferisco (in quanto potere) a prescindere. (Come vedi quando affermo che il tuo ragionamento è assai stimolante lo dico davvero, perché mi spinge a mettere in un angolo la mia parte di “spirito animale”).
In realtà penso anch'io che il problema non sia la grande politica, anche perché mi pare che la politica, sia quella grande che quella piccola, faccia sempre più fatica ad anticipare, interpretare, guidare i processi reali. E dissento in maniera radicale da chi pensa che il pacifismo sia stato sconfitto, non soltanto perché non mi convince l'idea che la guerra abbia prodotto conseguenze "limitate" in termini di devastazioni e vite umane, ma soprattutto perchè per me il rifiuto della guerra preventiva è il rifiuto della logica che il più forte può fare quello che gli pare, a prescindere dagli esiti che l'uso della forza produce. Perché l’esercizio del potere è legittimo se avviene nel rispetto delle norme e non a seconda delle conseguenze che produce. Perché il fatto che il più forte vinca non significa che abbia ragione. E perché a forza di scherzare con il fuoco non è detto che presto o tardi non ci si bruci.
Una questione potrebbe essere allora come rispondere alla banalità del potere. Il che mi riporta ancora una volta ad alcune considerazioni "pre" politiche.
Mi sono infatti chiesto spesso in questi giorni che cosa sarebbe successo se il Papa fosse andato a Baghdad nei giorni immediatamente precedenti al conflitto. Che sarebbe successo se ci fossero andati 100 mila o 1 milione di persone pacifiche di ogni parte del mondo. Se in realtà queste stesse persone ci sarebbero dovuti andare anche prima per chiedere la fine del regime di Saddam.
Credo che tutto questo in qualche modo segnali un bisogno di immaginare vie nuove ed allo stesso tempo efficaci per affermare, quello che tu giustamente e in forme più compiute individui come il bisogno di una "qualità radicalmente diversa di una alternativa al nuovo potere incarnato da Bush e dalla sua macchina bellica".
Detto schematicamente chi non si accontenta che un potere si sostituisca ad un altro, chi non pensa che basti il formarsi di un contropotere europeo per determinare il cambiamento di cui c’è bisogno, non può fare a meno di una strategia concreta per la formazione di una pubblica opinione autonoma e consapevole, di una rete di relazioni e di “potenze” in grado di influire sulle scelte, di azioni concrete in grado di rendere visibile l’innovazione.
La faccenda naturalmente è tutt’altro che semplice, ma credo che nel tuo ragionamento tu individui il punto decisivo: "il sistema di produzione e di consumo incompatibile con un uso razionale e una distribuzione equa delle risorse del mondo".
Fino a quando i miei figli continueranno a scegliere tra sette tipi di biscotti diversi e a consumare quantità spropositate di acqua ogni volta che si fanno la doccia ci saranno "matematicamente" altri figli che non avranno pane da mangiare e acqua da bere (il riferimento personale, come puoi immaginare, non serve a scovare i "colpevoli", ma a sottolineare il legame stretto, oserei dire oggettivo, esistente tra concrete e individuali pratiche di vita alternative e possibilità di affrontare i grandi problemi in maniera radicalmente diversa).
Io credo insomma che volendo provare a fare qualcosa per sentirci "liberi e felici in maniera diversa", si potrebbe provare a partire da una critica più “militante” al consumismo.
E penso che le cose vissute in prima persona aiutino molto a capire, e a cambiare.
Dovremmo perciò impegnarci a non bere almeno un giorno all’anno, magari quello più caldo, per condividere le difficoltà di chi muore di sete? Non lo so. Ma ogni tanto mi capita di riguardarmi Napoli milionaria, e mi colpisce sempre la desolante solitudine del protagonista tornato da una guerra che tutti gli altri hanno una gran voglia di rimuovere. E credo che tutto questo abbia a che fare con la formazione delle opinioni, con la costruzione delle relazioni, con la concretezza delle azioni e dunque con la rivoluzione nelle menti e nei cuori degli individui che tu auspichi.
Una rivoluzione che per essere credibile deve essere contemporaneamente concreta e globale. Perché riguarda ciascuno di noi. Le relazioni di ciascuno di noi con l’altro. E perché chiede a ciascuno di noi, a partire da quelli che come noi hanno la fortuna di vivere nella parte “ricca” del mondo, la disponobilità e l’impegno a fare il primo passo.
Ti saluto affetuosamente.

Enzo Moretti





Ma l'impero americano non è una tigre di carta
E il terrorismo fondamentalista neppure.


Per gli osservatori e i commentatori strutturalisti l'obiettivo della guerra in Iraq era il petrolio, per quelli sovrastrutturalisti il dominio del mondo, per quelli politici l'Europa, per quelli analisti strategici la Cina, e per quelli utopisti il movimento di pace. Trovo ognuna di queste considerazioni abbastanza fondata e motivata. Ma continuo a credere che dopo l'11 settembre il nemico pubblico numero uno degli Stati uniti sia il fondamentalismo terrorista.
Con l'Europa ci potrà essere la guerra delle scarpe o quella dei formaggi, forse pure quella dell'acciaio o dei chip, ma all'Europa manca il requisito che ne farebbe una potenza alternativa e simmetrica all'America: la forza militare. Forse la Cina, un giorno, sarà una minaccia all'impero. Forse. Un giorno.
Dopo la caduta dell'impero sovietico e la fine di quell'equilibrio del terrore basato sulla possibile distruzione nucleare del mondo non è rimasta alcuna altra potenza di fronte agli Stati uniti. Ma non è rimasto neppure alcun altro equilibrio. L'asimmetria del concetto di "potenza" è evidente. Il fondamentalismo islamico incarna a suo modo questa asimmetria.
Il carattere politico di potenza asimmetrica del terrorismo fondamentalista a me sembra assolutamente adeguato ai tempi: ha una faccia - che a noi occidentali appare pre-moderna - rivolta verso l'interno e una faccia - invece del tutto postmoderna - rivolta all'esterno [l'uso sapiente dei mass-media, l'uso dei network di banche internazionali, l'uso di sistemi di attacco tecnologici e biologici].
Certo, non ha un territorio, uno spazio definito: e quale mai potrebbe essere un ridotto sicuro e imprendibile in un mondo governato dall'impero, dove la caccia è aperta sempre? E' un fenomeno che ha radici lontane, che si è sviluppato con complicità inimmaginabili e inconfessabili, che si è dipanato per il mondo. E' un fantasma, è ovunque: la sua minaccia è quotidiana, è continua. E' nei sogni, negli incubi. Ha modificato l'immaginario occidentale e americano anzitutto, tanto quanto negli anni cinquanta la scoperta della bomba nucleare in mano ai russi. Come ha scritto Brian Jenkins, esperto di antiterrorismo: "Terrorism is theatre." Qui da noi, non è poco, è quasi tutto. L'Europa, come "insieme politico", non ha capito questo e l'America se ne irrita oltremodo. L'Europa d'altronde non è il nemico numero uno del fondamentalismo, è un effetto collaterale, nella jihad contro gli infedeli [gli Usa] e i traditori [i governi arabi e islamici moderati].
C'è una differenza non piccola rispetto il terrorismo - a esempio - di Abu Nidal o di Carlos o d'altri nomi e reti: questi avevano assoluto bisogno di "santuari", di campi, di finanziamenti, di ripari. Il terrorismo fondamentalista è autodiretto, ha tutti i luoghi di cui ha bisogno [le masse arabe] per prolificare e nessun bisogno d'uno "Stato" per non essere stanato: può vivere tra le montagne d'un confine o in una baracca d'una qualunque megalopoli del mondo: ma può avvalersi di "colletti bianchi", imprenditori, manager, broker, capaci di far circolare il denaro tra grattacieli, telefoni satellitari, un underworld pazzesco dove girano armi nucleari, droghe a tonnellate, denaro sporco in quantità inimmaginabili e irrintracciabili, e che creano a loro volta alleanze, corruzioni, crepe. E' - per abusare di un'immagine nota a noi italiani - una "piovra". Con questo altro terrorismo non ci sarà mai modo di trattare.
La strategia della "guerra preventiva" a me sembra piuttosto dichiarare questa evidenza: un affanno dei progetti di dominio americano su un'area del mondo e sugli equilibri generali. All'opposto di un senso di prevenzione dal pericolo, dell'impedire che quel rischio si trasformi in dinamica reale, essa dichiara invece il ritardo rispetto l'esplosione di un fenomeno e il raggiungimento di una soglia di pericolo: il fondamentalismo si è già esteso, irrefrenabilmente. Impedire la saldatura fra Stati arabi dittatoriali o traccheggianti e terrorismo è una battaglia già perduta perché inutile. La "guerra preventiva" è in realtà una guerra ex-post, "dopo". Per questo, è vero, essa può avere qualunque obiettivo, qualunque motivazione [le armi di distruzione di massa, esportare la democrazia e la libertà, stabilizzare un'area geopolitica, and so on], può essere dichiarata in qualunque momento, al di fuori d'ogni diritto internazionale, tanto quanto fuori da ogni diritto internazionale s'è posto il terrorismo fondamentalista, l'altra "potenza".
Sta qui buona parte delle motivazioni di chi si oppone alla guerra come "metodo": war is not the answer. Ma qual è la politica dell'opinione di pace nel mondo per intervenire nei conflitti?
Non può esservi "guerra fredda" con il fondamentalismo terrorista: la jihad è per sua natura senza mediazioni se non quella della forza momentanea: a cosa mai può servire la Nato contro il fondamentalismo? E a cosa mai può servire l'Onu, un consesso di nazioni, di Stati, di rappresentanze, diplomazie? Questa "nuova potenza", il fondamentalismo terrorista, non ha Stato, rappresentanza, diplomazia. La verità è che il fondamentalismo terrorista è un passo avanti la "guerra preventiva": la verità è che, pur dopo l'Afghanistan e l'Iraq, il "capitale politico" immagazzinato da Osama bin Laden è pari o superiore a quello immagazzinato da Bush.
Al vecchio slogan "meglio russi che morti" si dovrebbe sostituire l'alternativa, a seconda dei luoghi, "meglio americani che morti" oppure "meglio musulmani che morti"? Non è una gran opzione, ma è questa la tenaglia, lo "stato di emergenza globale".
Credo che abbiano assolutamente ragione coloro che indicano nella volontà di dominio del mondo degli Stati uniti - e nel loro sistema economico e militare - l'origine dei mali. Ma credo anche che tutto questo non abbia senso "comunque", e avesse più senso "prima", prima cioè che una nuova soggettività politica, una nuova "potenza" si mostrasse al mondo: ignorarla, considerarla solo una conseguenza è una grave ingenuità, non fare i conti con quello che c'è adesso in campo. Lo scenario che abbiamo di fronte, almeno per un tempo prossimo, è questo, lo "stato di emergenza globale".
La sovradeterminazione che esso impone, l'espropriazione della politica che esso produce sono devastanti. A meno di non volerci costringere a considerare qualunque male politico un male minore del potere americano, a meno di non voler reagire di fronte a ogni possibile attacco terrorista con un "in fondo se lo meritano", qualcosa bisogna inventare.

Ho sfilato pacificamente il 12 aprile, convinto semmai che proprio in quel momento si dovesse ancora manifestare. Non avevo uno slogan ma un vitalissimo senso di disagio e di inquietudine per come va il mondo: un dolore e un timore dentro, che credo ci accompagneranno ancora a lungo: sarà generico, ma quello è.
Per alcuni versi credo sia adesso ancora più vero quanto ha scritto il "New York Times", che cioè il movimento mondiale per la pace sia un'altra potenza, non l'unica altra dico io. Qui non vale la domanda staliniana "Di quante armate dispone?" Una potenza asimmetrica, rispetto gli Stati uniti. Tanto quanto è una potenza asimmetrica rispetto il terrorismo fondamentalista. Come questo, si basa su sentimenti di massa, come questo agisce attraverso network internazionali, un underworld pazzesco fatto di piccoli comitati, di volontari, di associazioni, di militanti, di internet e di aiuti umanitari, cose minuscole ma in grado di mobilitare e spostare opinioni massicce. Come questo, forse, ha una sua jihad, irrefrenabile: la trasformazione del mondo in un luogo più giusto e sicuro. Asimmetricamente a questo e a quelli, non ha armi.
Come quelli, gli Stati uniti, forse vuole costituire un "imperium", ma al contrario del dominio fondandovi una legge e una morale civile. La mia opinabilissima opinione è che il nemico politico principale dei movimenti di pace in questo momento sia il fondamentalismo terrorista.
Dovrebbe essere questo il nemico principale del movimento di pace. Stesso nemico per l'impero americano e i movimenti globali di pace dunque, ma nessuna possibilità di alleanza: è l'asimmetria stessa che impedisce qualsiasi contatto. Ma l'opinione pubblica mondiale percepisce oggi gli Stati uniti come il pericolo principale: dunque, stesso nemico per il fondamentalismo islamico e i movimenti globali di pace, nessuna possibilità di alleanza: è l'asimmetria stessa che impedisce qualsiasi contatto.
C'è un evidente segno di soggezione in questo, del trovarsi in balìa dell'incontrollabile. Lo stesso segno di fronte alla volontà di guerra dell'impero americano o se domani scoppiasse una bomba nucleare portatile terrorista - che so? - in piazza san Pietro a Roma. Io credo che, quasi indipendentemente dagli obiettivi della protesta, il segno principale delle manifestazioni che si sono svolte nel mondo sia minuto, nelle vite individuali: l'assoluto bisogno di sentirsi protagonista, partecipe, autorappresentato del proprio stare al mondo. L'enorme movimento mondiale per la pace non va però solo "capitalizzato", va piuttosto "investito".
Un movimento occidentale non ha alcuna possibilità di diventare potenza, resterà un'opinione - una tigre di carta -, importante ma non determinante, non in grado di immaginare un altro mondo [le risorse, la produzione, i sistemi di autogoverno, la pace] senza le nuove moltitudini arabe e africane. Su questo sono assolutamente d'accordo con chi si schiera contro ogni relativismo culturale: non è possibile una politica di non-ingerenza, non è possibile il gradualismo geopolitico [e razziale] per cui bisogna "seguire" il corso delle cose, il nazionalismo, il fondamentalismo, la produzione povera, lo scambio delle perline, la delega ecc ecc.
E' sciocco tanto quanto "esportare" democrazia e neoliberismo nel mondo povero, è altrettanto sciocco.
L'impatto dell'impero americano su queste società e culture sarà pure devastante, anzi è devastante, ma come ogni cosa devastante costringe a una lacerazione, a un salto storico inimmaginabile. Certo, può accadere, anzi accade che questo salto si trasformi in un regresso ulteriore, in una privatizzazione spietata, in una stratificazione sociale anche peggiore della precedente, come infilare in una macchina del tempo intere popolazioni, strapparle dai loro riferimenti naturali e proiettarli, nuda vita, in un'accelerazione improvvisa.
Ma vinceranno loro se non si inventa qualcosa, vinceranno loro, se la potenza alternativa non diventa potenza reale, capacità di intervenire, modificare, attrarre. Vorrei provare a essere diretto: qualcuno dopo l'Afghanistan e anche l'Iraq vorrà far proprio lo slogan "Stavano meglio quando stavano peggio"? La sinistra europea - in sintonia con i propri governi - arranca dietro parvenze [l'Onu, la ricostruzione], denunciando le prime mostruosità. E' giusto allarmarsi per il "metodo americano", ma dopo i fallimenti e i veri e propri orrori degli aiuti allo sviluppo e della cooperazione, cosa si propone in alternativa? Perché - e questo è il punto -, quali sono i soggetti possibili di una alternativa? Le ong? Suvvia.
Una opinione pubblica capace di costruire rapporti di forza, di spostare soggetti in campo, di costruire alleanze, di trovare referenti e non "altre opinioni", ma soggetti differenziati, politicizzati, economici, è questo il punto.
Se c'è una altra potenza vera nel mondo questa è l'emigrazione, la fuga da luoghi orribili e insopportabili, l'attrazione verso l'occidente: perché è un'attrazione feconda, portatrice di bisogni straordinari di cittadinanza e di diritti, di tenacia, di resistenza, di entusiasmo, di disponibilità a lottare, tanto quanto a "integrarsi".
Non sono i poveri del mondo l'altra potenza, un senso generico e astratto, direi "cristiano" con rispetto e distanza, ma proprio coloro che partono, che fanno una scelta soggettiva, che spezzano catene familistiche e tribali, che "lasciano" un mondo verso una frontiera. I dissidenti, le comunità all'estero, i rifugiati politici, gli intellettuali, i tecnici, le competenze, le abilità, le infrastrutture, uomini di fede, o di grande religiosità, di grande cultura o di estrema ignoranza, sono questi l'interlocutore d'un movimento di opinione e trasformazione globale, perché tramite "verso" i paesi d'origine, leva di cambiamento, e tramite d'uno sguardo verso il nostro stesso luogo di appartenenza.
Se non lo fa l'opinione di pace, lo fanno gli americani. Se non lo fa l'opinione di pace, lo fa il fondamentalismo.
La stessa capacità di individuare interlocutori, referenti, gruppi va applicata nei confronti della potenza americana: immaginarsi le dinamiche politiche dei poteri come un unico blocco è estremista e infantile. Anche nel cuore dell'impero vi sono poteri "esiliati". Ma qui davvero siamo mani a nude.

Lanfranco Caminiti






Con la violenza si può realizzare
una liberazione, non costruire la libertà


In Iraq, per abbattere le statue di Saddam, è stata necessaria la guerra.
Dal momento che la guerra c’è stata, chi questa guerra non la voleva, ha perso ? Io non volevo la guerra, ma non sento di aver perso. Non credo, d’altronde, che la questione sia da schiacciare sotto il peso di termini quali guadagni e perdite, costi e ricavi.
Non lo credo per via delle contraddizioni che sono state in campo. E delle nuove che si presentano.
Un sistema mostruoso (quello di Saddam) è scomparso. E’ una buona cosa, no ?
Gli iracheni volevano la fine del tiranno . Oggi gli iracheni possono intravvedere la fine dell’isolamento, la paura che si scioglie. Forse.
Naturalmente io, se fossi un iracheno, avrei preferito che la fine del partito Baath avvenisse senza bombe. Ma le rivoluzioni di velluto non si ripetono. Di Gorbaciov ce n’è uno solo. E però, vecchio interrogativo, il fine giustifica i mezzi (la guerra) ?
Bisognerà discutere sul fine : si tratta di liberazione di un paese da un tiranno o di libertà ? La questione della libertà è rimasta in ombra. In Occidente, la divisione si è verificata tra quanti hanno difeso strenuamente la bontà della liberazione e quanti si sono opposti. Chissà come l’hanno giudicata gli iracheni che volevano liberarsi – che qualcuno li liberasse ?– di Saddam.
Il successo militare americano è stato incredibile. Potrà esserlo ancora. E ancora. Siria, Corea del Nord, Iran. Escluderei che la “larva“ europea sia in grado di acquisire armamenti e tecnologie per contrastare il dominio militare americano. Ma, anche qui, dobbiamo contrastare, essere contro, oppure soprattutto pensare diversamente rispetto a chi considera la violenza come unico strumento per difendersi dalla violenza ?
Non sono mai andata alle manifestazioni del 25 aprile. Anche se ne riconosco l’importanza evocativa. Importanza evocativa e mito fondatore della liberazione. Realizzato, necessariamente, sulla violenza.
Oggi, in Occidente, si può mettere in discussione, nella “vita della mente“, nelle vite delle nostre menti, questa violenza. Si può dire, forse, che in Iraq (ma ci vorrà del tempo) la stupidità della guerra è servita. E’ servita, penso, principalmente ad accrescere l’amore per la libertà (manifestazioni, proteste dure per il comportamento degli americani). Di questo tragitto verso la libertà la liberazione è soltanto il primo passo.
Con la liberazione, riemergono la forza e la perennità delle pratiche religiose. Verrà (sta già venendo) l’ayatollah “segno di Dio“, il leader religioso a predicare (ha già cominciato) che bisogna smetterla con la prostituzione occidentale e con la musica occidentale e con le donne svelate all’occidentale.
E’ evidente che il clero sciita si sente minacciato dal fatto che le donne abbiano uno spazio sulla scena pubblica. I flagellanti che commemorano il martirio nel 680 del nipote di Maometto e che attendono un futuro dove terra e cielo sono inestricabilmente uniti, hanno poco – direi niente, ma io sono cresciuta nel tiepido disincanto occidentale - in comune con l’amore per la libertà.
Non credo che si possa garantire la libertà con la guerra (sterminatrice, di religione o dei sessi). E la libertà non può essere portata dall’esterno. Non può dipendere dal fatto che qualcuno decida al mio posto ciò che per me va bene. Velo o non velo ; chador o non chador. Dal momento che “il mondo è fatto per viverci e - aggiunge Welles (Herbert George Welles, Picole guerre, Sellerio editore Palermo, 1990, lire 10000, pagine 123)- noi vogliamo la sicurezza e la libertà“ non saranno le ideologie religiose dogmatiche, o laiche, come l’umanitarismo armato, ad assicurarcele. Piuttosto, quelle approssimazioni simboliche fatte di scambi e di strade relazionali, che sono nelle nostre mani, nelle mani di ognuna/ognuno di noi.

Letizia Paolozzi






Una nuova politica come “pratica di vita”
A proposito di un editoriale di Luigi Pintor
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L’editoriale di Luigi Pintor sul “manifesto” del 24 aprile 2003 può essere il segno premonitore di una svolta nella cultura politica della sinistra italiana, o almeno in una sua parte?
Ciò che mi ha colpito non è solo il durissimo, inappellabile giudizio sul fallimento delle maggiori forze “di partito” della sinistra – i Ds e la Margherita – quanto l’indicazione di una possibile alternativa, anzi un “rivolgimento”, come è scritto, che sembra abbandonare definitivamente l’orizzonte delle forme politiche tradizionali, più volte evocate in passato dallo stesso Pintor con l’idea di una “costituente” delle sinistre alternative.
Oggi l’editorialista del “manifesto” parla di una necessaria “estraneità” verso tutto il mondo delle politiche istituzionali, anche al di là della stessa divisione tra “destra” e “sinistra”. La pace e una nuova idea della convivenza civile non tanto come “bandiera”, ma come “una pratica di vita”. Una “internazionale” – parola anche questa troppo carica di passato – di “individui” che non sono “atomi”. Uomini e donne di ogni paese, razza, religione ,cultura, che si incontrano in un’”area senza confini”, il cui compito non è “vincere domani”, ma “operare ogni giorno e invadere il campo”, “reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste”.
Parole che mi sembrano evocare con in linguaggio molto semplice e diretto la discussione che anche qui si è accesa sul “che fare” e “cosa pensare” dopo la guerra in Iraq e la dimostrazione di “invincibile” forza messa in campo dal governo americano. La discussione riguarda appunto i modi e le idee di una “invasione di campo” capace di cercare, ottenere, vivere, libertà e giustizia, per gli individui, donne e uomini, e per un loro universale essere in comune, senza produrre nuovi mostri “politici”.
Anche nelle parole di Pintor si cerca “oltre” le ipotesi di contrasto geopolitico alla “potenza” imperiale Usa (accanto e specularmente alla quale, ha ragione Caminiti, non bisogna dimenticare la violenta “potenza” del fondamentalismo terrorista). Una “pratica di vita” non esclude certo azioni individuali e collettive che possono avere un significato “politico” in senso tradizionale – il boicottaggio di un prodotto, una mobilitazione per ottenere determinate scelte istituzionali, o anche il sostegno elettorale a una o a un’altra forza politica – ma allude a qualcosa di più profondo nella realtà delle relazioni tra le persone. Nei contesti in cui si vive e, potenzialmente, in tutto il mondo “globalizzato” e sempre più interconnesso.
E’ un’idea che si sta facendo strada nella riflessione politica e teorica maschile, dopo che è stata elaborata e praticata soprattutto dal femminismo della differenza (in Pintor forse c’è una evocazione di questa matrice, non so se consapevole, con quella sottolineatura in corsivo del termine “estraneità”, parola sulla cui elaborazione molto si è esercitato il pensiero politico di alcune donne). Per esempio l’ultimo Jean-Luc Nancy, partendo da una citazione del “giovane” Marx (il comunismo come la capacità per tutti gli uomini di godere della produzione universale, materiale e spirituale, di tutto il globo, posto che “la ricchezza spirituale reale dell’inidividuo dipende interamente dalla ricchezza delle sue relazioni reali”), giunge a scrivere dell’esigenza di “una lotta che, pur lottando - e lottando di conseguenza per il potere – non aspiri tuttavia all’esercizio del potere – e all’esercizio della proprietà – ma aspiri solo a se stessa…all’effervescenza del suo pensiero in atto…”. Bisognerebbe discutere sui residui metafisici dell’idea di Nancy, che oggi vede aperto il possibile evento di una nuova “creazione del mondo” dal “nulla”. Così come c’è qualcosa di astrattamente metafisico nell’idea di un “contro-impero” delle “moltitudini” abbracciata dai sueguaci delle recenti teorie di Negri e Hardt. Ma la sinistra che critica le tesi di “Impero” invocando la realtà degli stati-nazione, e quindi di tutte le forme politiche legate e generate dallo stato-nazione, mi sembra prigioniera di un "realismo" in fondo legato a un passato che non merita nostalgia. (vedi gli articoli sul “manifesto” di Luigi Cavallaro e Marco Bascetta).
Piuttosto bisognerebbe cercare il diverso piano simbolico su cui il mondo di relazioni vitali a cui pensa Pintor – e credo molti e molte con lui – può essere scoperto e nominato – quindi “creato”, certo non dal “nulla”.
Chiudo provvisoriamente con una immagine – che mi è stata recentemente ricordata non per caso da una filosofa: quella di un gruppo di contadini e bambini iracheni che, nei primi giorni della guerra, si sono fatti incontro ai soldati americani non per chiedere o protestare, ma per offrire cibo e acqua in segno di ospitalità. La violenza maggiore del modo di procedere “imperiale” scelto attualmente dal cuore dell’Occidente, non è tanto la tremenda forza materiale e bellica, ma quella simbolica. Si impone agli altri il proprio modello di vita, e non gli si permette nemmeno di ricambiare con un dono. Riconoscere i doni che offriamo, che riceviamo, e quelli che desideriamo: non potrebbe essere un inizio?

Alberto Leiss














> da leggere
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"Che fare dell'Occidente?". Intervista a Mario Tronti di Ida Dominijanni sul "manifesto" dell'11 aprile 2003.

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"Per forza o per amore", di Luisa Muraro, sul "manifesto" del 17 aprile 2003

- "Senza confini", editoriale di Luigi Pintor sul "manifesto del 24 aprile 2003
> vai ai testi di questi tre articoli

> contraddittorio
Ma il cambiamento riguarda ciascuno di noi
di Enzo Moretti

Non dimentichiamo il terrorismo fondamentalista
di Lanfranco Caminiti

Dalla guerra una liberazione, non la libertà
di Letizia Paolozzi

Pintor e la nuova politica come pratica di vita
di Alberto Leiss

> da consultare
Guerra e pace su Smile

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